E’ uscita lunedì nella Rivista il Mulino un’analisi dei fatti avvenuti a largo della costa israeliana, dove i militari di Tel Aviv hanno attaccato le imbarcazioni con gli aiuti umanitari dirette a Gaza. L’autore dell’articolo è il prof. Piero Ignazi, direttore della Rivista nonchè docente di Politica Comparata all’Università di Bologna. Un contributo autorevole, che pubblichiamo per gentile concessione dell’autore.

Gerusalemme, 9 Giugno 2010. L’assalto e l’uccisione di nove militanti turchi della flottiglia umanitaria diretta a Gaza da parte delle forze armate israeliane rappresenta un caso classico della sindrome di Stranamore. La coalizione di destra di Benjamin Netanyahu ha seguito la sua naturale inclinazione a risolvere con la forza bruta ogni conflitto, confidando soltanto nella superiorità militare. Diplomazia, compromesso, politica, sono parole espunte dal suo vocabolario. Con questa azione sconsiderata il governo non solo ha provocato proteste in tutte le democrazie occidentali ma ha anche incrinato definitivamente i rapporti con la Turchia, unico Paese della regione con il quale vi erano rapporti amichevoli. Due risultati disastrosi in un colpo solo. In più, ma questo non è negativo per Israele nel lungo periodo, si è riacceso il faro sulla situazione di Gaza, un territorio di un milione e mezzo di persone tenute prigioniere da Israele con la fattiva complicità dell’Egitto. Gaza vive una condizione di “catastrofe umanitaria”, come ha detto anche il ministro degli Esteri Franco Frattini, con il quale, per una volta, non si può non convenire. Una terra abbandonata a sé stessa dopo le devastazioni dell’operazione “Piombo fuso” (nome, assai sinistro, dell’intervento militare del dicembre 2008 da parte dell’esercito israeliano) che provocò circa mille morti, molti dei quali civili. Mentre le opinioni pubbliche occidentali si indignano, e giustamente, per i “danni collaterali” causati dai loro eserciti in Afghanistan – si pensi alle dimissioni imposte al ministro della difesa tedesco Franz Josef Jungsu per i tentativi di occultamento delle stragi di civili della Bundeswehr – di fronte a quello che succede in Palestina si aprono discussioni infinite, spesso capziose, sempre esasperate. E alla fine domina un senso di impotenza. Non così si comporta la sinistra democratica israeliana. Anche in occasione dell’assalto al convoglio degli aiuti umanitari un gruppo di pacifisti israeliani guidati da Zeev Sternhell, l’insigne storico al quale spetta ormai il ruolo di coscienza critica del Paese per il suo prestigio morale e intellettuale, ha manifestato contro la politica di Netanyahu. Il senso di colpa degli europei nei confronti del popolo ebraico porta spesso ad accettare qualunque cosa faccia il governo israeliano trascurando l’effervescenza del dibattito interno e le sagge posizioni “pacificatrici” di molti intellettuali. Basterebbe leggere i maggiori quotidiani del Paese per vedere quale pluralità di posizioni si articoli e quanto feroci siano le critiche al governo. Contrariamente a quello che intimano i fondamentalisti della diaspora, i veri amici di Israele non sono quelli che dicono sempre di sì. Sono quelli che sanno indicare, in sintonia con la parte più attenta dell’opinione pubblica israeliana, quali sono gli errori che si stanno commettendo. Il blocco di Gaza è uno di questi errori.

4 Responses to "Israele sempre più isolata. Di Piero Ignazi, dalla Rivista il Mulino"

  1. Emanuele Confortin  10 giugno 2010

    Rieccoci Alessandro. Premetto che il tuo commento di ieri (e di oggi) è benvenuto e apprezzato in quanto crea una possibilità di confronto nel nostro blog, situazione che noi di Indika riteniamo una priorità. quindi grazie.
    Inizio partendo dalla fine del tuo secondo commento, dove dici che il mio precedente interveto è “parziale”. mi dispiace correggerti, ma devo confidarti che ho omesso quella parte in quanto il Guardian ha scritto una notizia tendenziosa visto spinge a credere che sulla nave attaccatta ci fossero armi trasportate in clandestinità verso Gaza, armi che ovviamente non erano presenti. Per armi non si intendono i coltellini, le spranghe o la pistola che sembra esserci stata a bordo, ma parliamo di armi pesanti, che i combattenti palestinesi avrebbero potuto usare per compiere azioni di guerriglia contro Israele. Per spiegarmi meglio, è successo come all’epoca di GW Bush con Saddam, quando si è inventato le armi chimiche per attaccare l’Iraq. Armi non ce n’erano ma l’esercito ha agito ugualmente, così come avvenuto nelle acque internazionali nei giorni scorsi.
    Altra cosa, il fatto che una persona prenda parte ad una missione di pace, che porti medicine, attrezzature, cibo e altri beni di prima necessità vs Gaza, non implica che questa persona debba per forza mettersi a piangere e alzare le mani quando dei soldati con il mitra in mano ordinano ad una nave di fermarsi. Una reazione violenta è più che comprensibile (non vuol dire giustificabile), inoltre il fatto che non ci sia stata alcuna vittima tra i soldati è eloquente!
    Purtroppo Israele si è fatta sempre più arrogante, non ha mai pagato per i crimini e gli ‘errori’ commessi , per cui si sente legittimata a fare e disfare a piacimento. Da quanto ho letto in questi giorni però, credo che la situazione stia cambiando. Questo comportamento sta creando malumori diffusi tra i governi stranieri, inclusi quelli occidentali, che sembrano sempre meno disposti a tollerare le intemperanze israeliane. Un saluto e a presto.

  2. Alessandro Civiero  10 giugno 2010

    Emanuele credo che su questo episodio ci sia in effetti poco da discutere, l’uccisione di 8 persone è un dato di fatto e non doveva essere compiuta da militari, anche se dai filmati e dalle immagini i pacifisti hanno reagito con spranghe, coltelli e quanto a loro disposizione. Credo che soldati professionisti, proprio in quanto tali, debbano essere addestrati a non fare vittime, soprattutto in quelle situazioni. Credo che qualsiasi persona fosse stata su quella nave non sarebbe stata molto tranquilla vedendo scendere sul ponte soldati armati di tutto punto; dai filmati non è dato sapere chi ha “iniziato per primo” con la violenza ed è difficile stabilirlo. Tuttavia i manifestanti, se davvero fossero dei pacifisti non dovrebbero reagire. Reagire con armi rudimentali non ha molto senso contro chi ha uno dei migliori equipaggiamenti del mondo.

    Il fatto che l’esercito sia intervenuto in acque internazionali rende quanto avvenuto sbagliato “a priori”, ovvero la missione non dovrebbe essere stata compiuta.

    Ieri mi sono permesso di scrivere un commento all’articolo da te postato in quanto pensavo fosse utile far sapere, seppure in modo indiretto e superficiale, lo stato d’animo di un nostro coetaneo ebreo che vive a Londra. L’articolo del Guardian ho ritenuto postarlo in quanto esprime una opinone diversa da quella contenuta negli articoli presenti sul questo blog.

    Il paragrafo da te postato è parziale e preceduto da: “At the same time, those supposedly bringing “aid” to the people of Gaza have form for using alleged acts of humanitarianism as cover for weapons smuggling – and Israel has every right to defend its own citizens from the consequences of such illicit transfer of arms.”

  3. Emanuele Confortin  9 giugno 2010

    Ciao Alessandro, immagino che tra le vittime del governo e dell’esercito israeliano ci siano i cittadini israeliani in primis. Quando sono stato nei Territori Occupati della Palestina ho incontrato (a Gerusalemme) alcuni israeliani contrari alla politica del proprio governo. Allo stesso modo, praticamente tutti i palestinesi, cristiani o musulmani, incontrati nel West Bank si oppongono all’uso della violenza verso gli Israeliani, e sarebbero disposti a congelare la situazione attuale, con gli attuali confini (muro incluso) se bastasse ad indurre Israele a mollare la presa su di loro.
    Ho letto anche il pezzo del Guardian. Sono esposte considerazioni che secondo il mio parere suonano come un tentativo di giustificare un’azione di aggressione. Le immagini che tutti abbiamo visto parlano da sole. Non dimentichiamo infatti, che l’arrembaggio dal mare e dal cielo dei soldati è avvenuto in acque internazionali… quindi per assurdo anche la marina italiana avrebbe potuto dirigere i propri mezzi su quelle imbarcazioni. E’ per questo che certe frasi del pezzo, tipo …”There is not a country on earth that would not take similar steps to protect its people; there is not an army on earth that would not allow its soldiers to respond with force to neutralise a life-threatening attack on their fellow troops”… non valgono poi più di tanto a parer mio.
    Alla fine poi, come spesso accade in relazione a fatti riguardanti l’esercito israeliano, una nave piena di “potenziali trafficanti di armi o terroristi” non ha ucciso alcun soldato pur avendone avuto la possibilità, mentre di vittime tra i passeggeri ce ne sono state, ben 8, freddate dai tiratori armati. E non si venga a dire che è stata legittima difesa!
    Ciao Alessandro, a presto.

  4. Alessandro Civiero  9 giugno 2010

    Scrivo dopo aver discusso con un ragazzo ebreo residente a Londra. La sensazione che prevale tra la sua comunità è di sostanziale paura ed incertezza, ma anche di condanna in confronto a quanto avvenuto.
    Giusto per avere un’altra opinione su un tema che tanto divide, mi sento di postare un articolo del Guardian: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/jun/01/israel-no-choice-gaza-flotilla

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