Chi sono i Maoisti? Quando è sorto il movimento? Quale la loro storia? Ecco alcuni quesiti ai quali cerco di rispondere nell’articolo che pubblichiamo oggi, scritto per la Rivista il Mulino on-line e seguito al mio intervento su Radio Radicale. Credo si tratti di un “pezzo” utile a quanti desiderino scorgere (seppure brevemente) i retroscena di uno dei movimenti di rivolta più longevi d’Asia.

Sono trascorsi pochi giorni dalla liberazione di Paolo Bosusco e Claudio Colangelo, rapiti a metà marzo da un commando di guerriglieri Maoisti, mentre erano impegnati in un viaggio nelle giungle dell’Orissa, in India. Al termine di un mese di trattative, il sequestro si è fortunatamente concluso, prima con il rilascio di Colangelo, seguito la scorsa settimana dalla liberazione di Bosusco.

Quelli che oggigiorno vengono definiti Maoisti o Naxalite, sono combattenti del Communist Party of India (Maoist), nato dall’unione del Maoist Communist Center of India, del Communist Party of India (Marxist-Lenist) e dell’ala più intransigente dell’estrema sinistra indiana, il People’s War Group il cui braccio armato è il Peole’s Guerrilla Army. La diffusione dei movimenti di sinistra in India, poi ribattezzati ‘Maoisti’, ci riporta alle lotte del Telangana (territorio situato tra Orissa e Andhra Pradesh), scoppiate negli anni ’40. Fu nel luglio 1948 che 2.500 contadini Telugu si organizzarono in comuni indipendenti, riprendendo l’esempio degli ashram di Gandhi, quale parte del movimento per la redistribuzione delle loro terre (noto come Telangana Struggle). Di lì a poco fu pubblicata la Lettera dell’Andhra (Andhra Letter) in cui era delineata la strategia rivoluzionaria dei movimenti contadini, basata sugli insegnamenti di Grande Timoniere. Sono gli anni ’60 però, ad imporre con forza le organizzazioni di guerriglia nel Subcontinente, a seguito della separazione del Communist Party of India Marxist (CPM) dal Communist Party of India. Tra il 1965/66, uno dei leader del CPM, Charu Majumdar, pubblicò gli ‘Otto documenti storici’, una raccolta di articoli ispirati agli insegnamenti di Marx, Lenin e Mao, che formarono la base del movimento in lotta per la “redistribuzione delle terre ai contadini”. Il susseguirsi di insurrezioni contadine sublimarono nel maggio 1967 con la rivolta di Naxalbari (da cui il termine ‘Naxalite’), cittadina rurale del West Bengal. Qui, i contadini imbracciarono le armi per opporsi allo sfruttamento subito da parte dei proprietari terrieri e delle autorità, e per liberarsi dal giogo del sistema feudale esistente, eredità del modello coloniale inglese, diffuso ancora oggi nell’India rurale. Questa fase di inasprimento della lotta è segnata dalla separazione del Communist Party of India Marxist Lenist (CPML) dal CPM. Il centro del movimento Naxalite rimarrà per anni il West Bengal, ancora oggi enclave della sinistra indiana, ma nei decenni successivi il CPI (Maoist) ha esteso la sua presenza in modo inesorabile, trovando terreno fertile nelle foreste e nelle pianure agricole più arretrate. Passati i tempi della “redistribuzione delle terre ai contadini” – utopia fallita e ormai abbandonata dagli stessi guerriglieri – oggigiorno i quadri del CPI (Maoist) dichiarano di essere in lotta per la tutela dei diritti dei dalit (i fuori casta) e delle terre degli adivasi (aborigeni) dallo sfruttamento incontrollato. In molte zone, come il Dantewada (distretto dello stato del Chhattisgarh), i Naxalite hanno imposto la loro autorità sostituendo il governo ufficiale, organizzando un sistema di gestione del territorio, di giustizia e di riscossione dei tributi. Dall’inizio del boom economico ad oggi, ovvero dall’epoca in cui New Delhi ha scelto di sacrificare parte dell’India centrale per arrivare alle abbondanti risorse naturali disponibili nei distretti tribali, i ribelli si stanno opponendo all’accaparramento sistematico del territorio da parte delle corporation indiane. Lo schieramento contro queste grandi società (parallelismo evidente con i feudatari del ’67) e le autorità locali, ha garantito ai Maoisti l’appoggio delle popolazioni autoctone, che in più occasioni si sono organizzate in movimenti armati spontanei, composti da dalit e adivasi non ideologizzati (spesso bollati dalle autorità come Naxalite, quindi terroristi, per giustificarne la repressione violenta) opposti alle deportazioni forzate e la sottrazione delle loro terre per ricavarne miniere, raffinerie ecc. Dati alla mano, secondo l’Institute of Conflict Management di New Delhi, i maoisti sono operativi in 20 dei 28 stati dell’Unione, e le loro azioni concentrate in 182 distretti su 630, rispetto ai 56 distretti del 2001. Ciò significa che negli ultimi 10 anni, l’estrema sinistra ha più che triplicato l’estensione della propria presenza. Sono aumentati anche le azioni di guerriglia e le rappresaglie delle forze di sicurezza indiane, tanto che nel 2009 e 2010 il numero delle vittime (rispettivamente 997 e 1180 vittime) ha superato quello del Kashmir e dei focolai del Nordest sommati assieme. Il Research and Analysis Wing (RAW, i servizi segreti indiani), stima che il movimento Naxalita conti tra i 20.000 e i 50.000 combattenti. Nel novembre 2009, il ministro dell’Interno Palaniappan Chidambaram ha annunciato l’avvio di una decisa offensiva contro le milizie rosse, passata alla storia come Operazione Green Hunt. Le fasi operative sono iniziate a gennaio 2010, con un drastico concentramento di truppe nel cosiddetto Corridoio Rosso, alcune scomodate addirittura dal Kashmir e dal Nordest. L’offensiva lanciata da New Delhi ha ridimensionato il numero degli scontri armati nei distretti più critici, in particolare Chhattisgarh e Jarkhand, imponendo però un pesante stato di polizia segnato dal dilagare di episodi di tortura, stupri, omicidi sommari, ‘fake encounters’ (falsi scontri a fuco contro presunti guerriglieri), deportazioni, sparizioni e carcere preventivo. Limitando l’analisi alle statistiche però, “la guerra di Chidambaram” ha ridotto anche il numero dei caduti, arrivati a 606 nel 2011, quasi la metà rispetto all’anno precedente.

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