Riyad, 15 Febbraio 2016. Contingenti di truppe provenienti da Pakistan e Malesia prenderanno parte nei prossimi giorni ad una esercitazione militare voluta dai sauditi, per ribadire le serie intenzioni della coalizione di 34 paesi guidata da Riyad nel contrastare minacce a livello regionale. Tunder of the North è il nome dell’operazione che
montagne Yasuj (7)prevede l’impiego di forze navali, truppe di terra e aviazione, realizzando la “più importante e grande manovra militare della storia” del Medio Oriente, così come riportato dall’agenzia di stampa saudita (SPA). “Lo scopo – aggiunge SPA -, è trasmettere il messaggio chiaro che Riyad e i suoi alleati restano uniti contro ogni minaccia, per preservare la pace e la stabilità regionale“.

Almeno 20 le nazioni che prenderanno parte a Tunder of the North: al momento quelle certe sono l’Arabia Saudita e i suoi cinque alleati del Golfo, quindi Ciad, Egitto, Giordania, Malesia, Marocco, Pakistan, Senegal e Tunisia. L’intento dichiarato da Riyad è quello di creare un fronte unito per contrastare l’emergenza terrorismo in Iraq, Siria, Libia, Egitto e Afghanistan.

Malgrado il cessate il fuoco stabilito tra Russia e Stati Uniti nel corso della conferenza di Monaco la scorsa settimana, i venti di guerra continuano ad intensificarsi, soprattutto in Siria dove l’avanzata delle truppe governative di Bashar al-Assad prosegue senza sosta, facilitata dall’azione di Hezbollah, Iran e soprattutto dai raid aerei russi. Stato Islamico a parte, l’apprensione delle monarchie del Golfo è infatti rivolta al consolidamento delle posizioni regionali di Bashar al-Assad e dei suoi alleati, a partire dal fronte sciita guidato dall’Iran, principale rivale dei Saud sullo scacchiere medio orientale.

Nel corso del fine settimana un portavoce del regno saudita, alleato della coalizione americana contro lo Stato Islamico, ha reso noto il posizionamento di alcuni caccia da guerra in una base aerea situata in territorio turco, a ridosso del confine siriano, allo scopo di intensificare le operazioni contro il sedicente Stato Islamico. E proprio Ankara il 12 febbraio ha rischiato di mandare in frantumi il cessate il fuoco attaccando alcune basi dei curdi siriani poste al confine nord di Aleppo. Malgrado gli equilibri delicati in campo e il rischio di una pesante degenerazione del conflitto, Erdogan e i suoi hanno attutato il primo attacco di profondità con artiglieria nella loro storia in Siria. L’episodio è una chiara rappresaglia alla distruzione delle postazioni trukmene nel nord della Siria da parte dei caccia russi e delle milizie curde siriane del YPG (Unità di protezione popolare). Il timore del governo turco è che possa venire meno il cuscinetto di sicurezza costituito proprio dai contingenti turkmeni, finanziati e sostenuti da Ankara, e quindi sia spianata la strada al ricongiungimento dei territori curdi nel nord della Siria, estesi fino a quelli iracheni. Si creerebbero così i presupposti per la nascita del Rojava, il Kurdistan siriano o Kurdistan Occidentale, il quale unito al Kurdistan iracheno creerebbe un esteso fronte curdo lungo tutto il confine meridionale turco. Scenario inaccettabile dal governo di Erdogan, impegnato dalla scorsa estate in una violenta offensiva nei territori curdi dell’Anatolia orientale, nominalmente diretta ai ribelli del PKK, ma di fatto, come dimostrato dalle innumerevoli testimonianze diffuse in questi mesi, estesa in modo sistematico su tutto il territorio, senza distinzione tra militanti e civili curdi. 

Da quanto sopra, risulta evidente come gli interessi turchi coincidano con quelli sauditi: limitare e se possibile indebolire il potere dell’asse Damasco-Mosca-Teheran. Un primo segnale dell’intesa anti Assad è stata la concessione di basi aeree per i caccia di Riyad, cui ha fatto seguito la dichiarazione del ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu: “la Turchia e l’Arabia Saudita sono a favore di un’operazione di terra contro l’ISIS“. Risulta tuttavia evidente, ormai, come l’ISIS sia tra le ultime voci all’ordine del giorno tuco-saudita in Medio Oriente. 

Tutte le parti in causa nella guerra al terrore rappresentata dall’ISIS hanno in realtà anche scopi ben diversi: 

l’OCCIDENTE, in particolare USA puntano a limitare lo strapotere russo in Siria e Medio Oriente

la RUSSIA cerca di difendere e se possibile estendere la propria sfera di interesse in MO

la TURCHIA, come visto, punta ad indebolire il fronte curdo e in contemporanea contrastare Assad, uno dei principali rivali turchi in MO

l’ARABIA SAUDITA intende contrastare il fronte sciita capeggiato dall’Iran, primo rivale regionale

l’IRAN vuole consolidare il proprio raggio di influenza in MO e aumentare il proprio peso specifico verso ovest

Per il momento non resta che vedere quanto è destinato a durare il cessate il fuoco firmato da Kerry-Lavrov a Monaco. Infatti, dagli USA è giunto chiaro un messaggio verso Assad e i suoi alleati, in base al quale il mancato rispetto dell’accordo comporterà il probabile invio di nuove truppe di terra in Siria. Turchia e Saud attendono solo il via!         

Eloquente la dichiarazione che John Kerry ha rilasciato a Monaco: «le decisioni delle prossime settimane potrebbero significare la fine o l’inasprimento del conflitto», e visti gli schieramenti in campo, questo potrebbe provocare un’escalation militare difficile da immaginare.  

 

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