Articolo pubblicato su Area, qui riproposto. 

AGGIORNAMENTO: ieri il governo indiano ha annunciato l’estensione della quarantena anche oltre la data fissata del 3 maggio. Questo in quanto l’epidemia si estende e più il Paese si attrezza per eseguire test, più i numeri iniziano a prendere forma. Rispetto a quanto scritto nell’articolo qui sotto riportato 10 giorni fa, il numero delle vittime è salito a 886 e i contagi 28,380.

… Il distanziamento sociale in india ha avuto inizio il 25 marzo, quattro ore dopo l’annuncio con il quale il Primo ministro Narendra Modi ha inaugurato la più vasta quarantena di tutti i tempi. Una misura forte, presentata come l’unica soluzione per contenere la diffusione del Covid-19 in un Paese da 1,37 miliardi di abitanti, dove la sanità pubblica non reggerebbe l’impatto con un’epidemia estesa. Mentre scriviamo, le vittime sono 500, per 15mila contagi resi noti dal Ministero della Salute, anche se sono valori sottostimati per l’incapacità di eseguire un numero adeguato di test. La mancanza di certezze sulla portata del contagio e la sua possibile diffusione su larga scala, hanno indotto il governo a decretare il lockdown. Una stretta collettiva di 21 giorni, poi prorogata con qualche alleggerimento fino al 3 maggio, fatta rispettare dagli agenti di polizia schierati nelle strade, bastone alla mano.

In poche ore, mentre gli indiani calibravano il distanziamento sociale in città sovraffollate, il Paese era alla paralisi: soppressa la circolazione dei treni, dei bus e degli aerei; sigillate le frontiere tra gli stati dell’Unione limitando anche la movimentazione dei generi di prima necessità; chiuse le fabbriche, le attività commerciali “non necessarie” e tutte le microimprese da cui dipende buona parte dei 470 milioni di indiani attivi. Una forza lavoro enorme, il vero motore dell’economia indiana, per il 70% irregolare e rimasta disoccupata.Troppo rischioso trovarsi in città senza lavoro, senza soldi per mangiare o esclusi dalla distribuzione delle razioni di cibo promesse dal governo, assieme alle tre mascherine per persona.

Essere inoccupati a Delhi, Mumbai o Kolkata significa ammassarsi in dormitori degradati, per strada o negli slum dove in India trovano riparo 100 milioni di persone, con intere famiglie strette in alloggi di 6 mq, senza fognature. L’Incredible India dei poveri è un luogo dove ancora si vive alla giornata, dove secondo la rivista medica Lancet, ogni 24 ore 1.000 indiani muoiono di tubercolosi, 1.000 per “febbri sconosciute”, 1.400 per infezioni intestinali dovute all’insalubrità dell’acqua. È un’india che vive nei sobborghi di lamiera o in villaggi lontani anni luce dalle software house di Bangalore, luoghi dove l’accesso alla rete idrica non è un diritto, dove il 70% dell’acqua è talmente inquinata da uccidere 200mila persone all’anno. Per loro, per quelle decine di milioni di emarginati, le 500 vittime del Covid-19 sono una non-minaccia. La fame uccide prima del virus.    

Le immagini dell’esodo hanno fatto il giro del mondo. I primi a partire si sono avviati a piedi, di notte, marciando verso casa, per qualcuno lontana anche più di 100 chilometri. Poi centinaia di migliaia di persone in attesa dei bus messi a disposizione dal governo, schiacciate le une alle altre per ore, con buona pace del distanziamento sociale. 24 le vittime della ressa, centinaia i feriti, impossibile contare il numero degli esposti al virus, diventati a loro volta veicoli del virus diretti nelle campagne. Così, mentre la macchina produttiva indiana perdeva il combustibile umano da cui dipende, condannando l’economia nazionale alla peggiore decrescita da 30 anni, nel Paese si è diffusa la fobia del contagio. I familiari di “lavoratori necessari”, quindi autorizzati a uscire, sono stati segregati in casa dai vicini. A Delhi, alcuni medici hanno subito lo sfratto, perché troppo esposti negli ospedali.

La paura e la necessità di dare una spiegazione logica all’epidemia hanno alimentato una dialettica perversa, basata sull’attribuzione della diffusione del contagio ai musulmani. Il Covid-19 ha affilato le armi della propaganda hindu, inaugurando la retorica del “corona-jihad” e della “bomba umana”. Espressioni lanciate sui social media da alti esponenti del Bharatiya Janata Party (BJP) – la destra nazionalista hindu, guidata da Narendra Modi – in riferimento a un congresso di fedeli islamici avvenuto prima della quarantena. L’evento, seguito da migliaia di persone, è stato il casus belli per rincarare la dose ai danni dei 200 milioni di musulmani che rappresentano la più numerosa delle minoranze. Ecco che alcuni negozianti di questa comunità sono stati attaccati e costretti a chiudere in diverse parti del l’India centro-settentrionale, altri cittadini picchiati e linciaggi sfiorati. Alcuni quartieri musulmani nella capitale sono stati etichettati (sulla base di numeri che lo confermano) come focolai del contagio, per questo isolati.

Accadeva a fine marzo, un mese dopo gli attacchi perpetrati da squadre di estremisti hindu contro la comunità islamica, colpevole di aver contestato la modifica della legge sulla cittadinanza, penalizzante per i musulmani. Le aggressioni si sono concentrate in alcune aree di Old Delhi, nell’inazione di poliziotti collusi, e costate 53 morti, poi negozi, case, moschee e templi dati alle fiamme. La legge sulla cittadinanza (dicembre 2019) è venuta dopo l’emendamento dell’articolo 370 della Costituzione (5 agosto 2019) da cui la perdita dello statuto speciale del Jammu e Kashmir, passato sotto il controllo diretto di Delhi. Infine, a inizio aprile, nel caos del lockdown è (quasi) passata in sordina una norma che riconosce la residenza ai non Kashmiri vissuti per alcuni anni in Kashmir, contribuendo a ridimensionare la demografia a maggioranza musulmana nell’ex regno himalayano. Nemmeno il Covid-19 ha ammorbidito la strategia di Modi. Pandemia o meno, le sue politiche divisive continuano ad aggravare le tensioni comunaliste in India, in linea con la strategia del BJP, che deve buona parte dei consensi alla retorica antislamica e all’affermazione della supremazia hindu.

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