New Delhi, 26 giugno 2009. Dopo la recente interdizione del Communist Party of India (Maoist) da parte del ministero dell’Interno, il tema dei guerriglieri di estrema sinistra continua ad occupare ampi spazi nelle prime pagine maoists-lalgarhdei giornali indiani. L’attenzione mediatica, rivela una malcelata apprensione delle autorità governative, sempre più in imbarazzo di fronte al dilagare dell’azione dei Maoisti, entrati di diritto a far parte delle organizzazioni ‘terroristiche’ riconosciute a livello internazionale.  Conseguenza della loro crescente collaborazione con il Lashkar-e-Taiba pakistano (gruppo islamico considerato responsabile di molti attentati in India, tra i quali quelli di Mumbai a novembre 2008), e dei metodi adottati per espandare la loro influenza, basati sul sistematico ricorso alla guerriglia, con attacchi organizzati da cellule indipendenti di dimensioni variabili, solitamente composte da poche decine di ribelli, arrivando in alcuni casi a coinvolgere centinaia di combattenti coordinati via radio. Le strategie adottate dai ribelli di estrema sinistra, prevedono l’occupazione progressiva dei territori progredendo a ‘macchia d’olio’, prima trasformandoli in aree di guerriglia, quindi in zone liberate (dalle autorità governative e dalla democrazia parlamentare), come avvenuto la scorsa settimana a Lalgarh, città situata a 170 chilometri da Calcutta, nel West Bengal. Si è trattato dell’ultimo successo messo a segno dal People Guerrilla Liberation Army, al termine di un’offensiva costata diverse vittime tra le Forze di Sicurezza indiane, tra i guerriglieri e in alcuni casi anche tra i civili. L’azione dei ribelli non sarebbe però possibile se mancasse l’appoggio di buona parte della popolazione locale, in particolare dei più poveri, per i quali i Maoisti sostengono di combattere. L’esistenza di una certa sintonia con gli abitanti delle aree rurali dell’India, è stata più volte dimostrata dall’affiancamento dei vertici del CPI (Maoist) in occasione di serrate o scioperi organizzati a sostegno di operai e agricoltori, come avvenuto nelle ultime settimane in West Bengal, dove sono state letteralmente congelate le attività all’interno di alcuni importanti industrie metallifere. In precedenza, sempre in West Bengal, i Maoisti si erano schierati con i contadini che stavano per essere espropriati delle loro terre per fare spazio ad un nuovo impianto chimico da 3 miliardi di dollari, e al presidio produttivo previsto per la costruzione della Nano di Tata. Investimenti saltati, e nel caso di Tata facendo rallentare di molto il progetto di introduzione nel mercato nazionale della mini auto da 2000 dollari.

A risentire dell’azione martellante del People Guerrilla Liberation Army, sono stati anche altri settori industriali, i quali, sebbene incidano in minima parte sul totale del PIL indiano, hanno creato un clima generale di sfiducia tra gli investiroti, allarmati dalla continua espansione dell’estrema sinistra. E’ il caso della JSW Steel, il terzo produttore indiano di acciacio (10 milioni di tonnellate annue) dal fatturato di 7 miliardi di dollari, che ha sospeso tutti i progetti in West Bengal. “Stiamo aspettando e osservando – ha commentato alla stampa Biswadip Gupta, responsabile per il West Bengal della JSW -, con la crisi economica al suo apice, ora si mettono anche i Maositi”. Ad ostacolare lo sviluppo industriale nelle ‘zone di guerriglia’ sono anche i ripetuti attacchi alle vie di comunicazione, come i danni alle linee ferroviarie, l’abbattimento di alberi lungo le strade, poi la distruzione delle linee telefoniche, nonchè attacchi diretti alle industrie, orientati a compromettere ogni forma di sviluppo economico ad impronta ‘capitalistica’. “Siamo di fronte ad un problema di ordine e legalità – ha commentato a Reuters India Anjan Roy, analista dell’associazione delle Camere di Commercio indiane -, ma non è mai stato preso seriamente e può avere conseguenze serie se non affrontato nei modi opportuni”.

Oltre al West Bengal, l’azione dei Maoisti si è fatta sentire anche in Orissa, dove in seguito ai ripetuti attacchi, la National Aluminium Co Ltd (NALCO, società statale di estrazione mineraria) ha subito una flessione del 20% nella produzione. Per ridurre il rischio di subire nuove aggressioni, ha rafforzato i sistemi di sicurezza, e ridotto le scorte di esplosivo nei magazzini, presi recentemente di mira dai guerriglieri. “Le industrie esistenti (nelle aree di guerriglia ndr) possono sopravvivere – ha commentato Ajai Sahni, dell’Institute of Conflict Management di New Delhi, intervistato da Reuters -, ma i soldi in futuro non giungeranno facilmente, e gli investitori saranno riluttanti finchè il governo non si deciderà ad agire in modo deciso per controllare i Maoisti”.

In effetti, le Forze di Sicurezza schierate dal governo dispongono ancora di armi obsolete, del tutto inadeguate rispetto ai mitragliatori automatici e ai lancia granate di cui sono dotati i ribelli. Per non parlare della preparazione. I Maoisti generalmente operano nelle aree dove sono nati e cresciuti, quindi le conoscono bene e sono specializzati nella guerriglia nella giungla, per cui difficilmente ostacolabili sul loro territorio. Diversamente, gran parte dei militari provengono da altre zone dell’India e sono spesso privi di preparazione. Non è un caso se dopo i fatti di Lalgarh, le autorità governative del West Bengal hanno chiesto a New Delhi l’invio di almeno 1000 soldati, necessari “per arginare” l’escalation in atto in quell’area.

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