Articolo tratto da Alpinismi.com

Con questo articolo, Indika rilancia un pezzo scritto da Emanuele Confortin per Alpinismi.com, rivista che si occupa del mondo della montagna e dell’avventura, con una sessione dedicata all’etnografia, quindi alla ricerca sul campo. L’articolo esce in occasione del Trento Film Festival (aperto fino al 5 maggio) dove lo scorso 27 aprile sono stati presentati il libro “Kinnaur Himalaya, al confine tra ordine e caos“, e la mostra fotografica “Grokch, esorcisti himalayani”. Progetto importante e di ampio respiro, che l’autore ha sviluppato in tre campi diversi (nel 2003, nel 2005 e nel 2018) concentrando le sue ricerche nel distretto himalayano del Kinnaur (Stato dell’Himachal Péradesh – India), Kinnaur Himalaya combina perfettamente l’indagine etno-antropologica al reportage giornalistico. 

 

Sono partito per il Kinnaur nell’autunno 2003, sapendo poco o nulla di questa remota striscia di terra nel cuore dell’Himalaya indiano. Ottanta chilometri di lunghezza per cinquanta di larghezza, confinanti a nord con il distretto di Lahaul e Spiti, a est con il Tibet (Cina), a ovest con la provincia di Shimla, a sud con il Garhwal e a sud-est con le valli del Kullu. Nei mesi precedenti la partenza, avevo raccolto alcune immagini da internet, rubate ai siti istituzionali gestiti dal governo dell’Himachal Pradesh o a qualche agenzia di viaggi di Manali, pronta a proporre trekking in Kinnaur, “la terra dei musici celesti”. Le guardavo la sera, quasi di nascosto, per non dare ad intendere quanto fosse campata in aria quella che volevo fosse una missione scientifica, pianificata a dovere, con il sostegno (morale) dell’Università. In facoltà non sapevano come aiutarmi, nessuno aveva mai lavorato da quelle parti. Mi rincuoravo con la lettura di una pubblicazione in lingua inglese edita nel 1985 dall’ Anthropological Survey of India. Nulla di entusiasmante, ma almeno sapevo che c’era qualcosa per cui valeva la pena tentare. 

I grokch sono gli oracoli del Kinnaur, pilastro della tradizione religiosa del distretto. Foto Emanuele Confortin.

 

Ero venuto a conoscenza dell’esistenza del Kinnaur durante il terzo anno del corso di laurea in Lingue e Civiltà Orientali, all’ Università Ca’ Foscari di Venezia. Mancavano un paio d’anni alla fine degli studi, ma già sapevo che avrei puntato sulla ricerca etnografica, rigorosamente sul campo. Tra me e la corona d’alloro c’era solo la tesi, “dettaglio” da sbrigare non appena individuato l’oggetto dell’indagine. Abbagliato dalla placida innocenza dei ventitré anni, progettavo uno studio originale, esclusivo, una “prima cui nessuno aveva ancora pensato”. Due secoli di dominio inglese in India non mi intimorivano, così come fingevo di ignorare l’esistenza di scaffali colmi di rapporti di viaggio redatti dagli esploratori britannici. «Ci sarà pure un buco in cui nessuno ha ancora messo piede», mi chiedevo sdraiato sul pavimento della mia stanza, cercando sulla mappa la valle segreta sfuggita ai viaggiatori del passato.

Dopo mesi di incertezze, mentre iniziavo a considerare la possibilità di seguire strade già percorse, l’idea del Kinnaur è uscita quasi per caso, nell’ autunno del 2001, mentre sfogliavo una rivista reperita in un baracchino per il tè, a New Delhi. Il trafiletto ormai sbiadito descriveva una regione selvaggia e incontaminata, abitata dai Kinnauri, gruppo tribale che pratica una religiosità arcaica. Nelle poche righe concesse al distretto, c’erano tutti gli elementi che cercavo: «territorio remoto nel cuore dell’Himalaya», «non ancora interessato dal turismo di massa», «sacerdoti posseduti dalle divinità», «esorcismi, trance, demoni, musici celesti». La scelta di raggiungere quella regione prese forma in quel momento. Là avrei speso alcuni mesi della mia vita, con ogni probabilità tra i più importanti di sempre.

Regione dello Spiti. Abitazione tradizionale. Foto Emanuele Confortin

Gli appunti lasciati sui taccuini dell’epoca fissano il mio arrivo nel distretto il 16 settembre 2003, dopo una settimana di viaggio iniziato tra le “nebbie” del giorno dopo. Delle mie ultime ore in Italia ricordo appena le facce divertite degli amici, riuniti per una rapida birra di saluto, proseguita poi fino a notte fonda. Ricordo anche la voce di mio fratello alle quattro del mattino seguente, incaricato di svegliarmi e di accompagnarmi in aeroporto e dare inizio a quello che, in famiglia, si temeva fosse un viaggio di sola andata. Una volta arrivato in Kinnaur, ho posto la mia base a Kalpa, villaggio adagiato su una conca soleggiata, a 3000 metri d’altezza. L’abitato sorge nella parte centrale del distretto, in vista del corso del fiume Sutlej e della mole del Kinner Kāilash, la montagna sacra dei Kinnauri. Non sapevo ancora cosa aspettarmi da quel luogo. Giorno dopo giorno, mi sarei calato nei ritmi del villaggio, sfiorando una cultura antica, lontana anni luce dall’Occidente che mi lasciavo alle spalle, ma non per questo immune agli effetti della globalizzazione. Avrei ascoltato gli inni sacri al tempio del villaggio; visto ondeggiare le trecce nere dei palanchini processionali delle divinità; bevuto robuste sorsate di rak, il vino rituale, versato dai sacerdoti direttamente nelle mie mani; osservato lo sguardo spiritato dei grokch, gli oracoli, durante la trance; corso impaurito nel buio, confuso tra realtà e suggestione per sfuggire ai demoni di cui tutti parlavano; infine, avrei partecipato a un esorcismo, culminato con la decapitazione di un agnello sacrificale.

Rito serale al tempio di Chitkul, Sangla Valley. Foto Emanuele Confortin.

Il lavoro svolto sul confine sino-indiano mi ha portato poi a vivere tra i pastori migranti in arrivo dal Nepal; a superare la “tempesta perfetta” cercando riparo al Ki Gompa, uno dei più importanti monasteri buddhisti dell’Himalaya indiano. Poi gli infiniti viaggi negli autobus dell’Himachal Road Transport Corporation, vere e proprie scatole di latta in equilibrio su pneumatici lisciati dalle asperità del terreno. Le marce in quota sull’Apita Valley, dove alcune centinaia di persone vivono dodici mesi all’anno in alcuni dei villaggi più alti al mondo. E come scordare il mio quarantesimo compleanno, a fine settembre 2018 ? Giorno in cui ho vagato da solo nel mezzo del deserto d’alta quota dello Spiti – sbagliando miseramente sentiero – finendo disidratato a tal punto da arrivare a destinazione carponi e finendo tra le braccia di una ragazzina, incaricata di rimettermi in sesto a suon di tè al limone. Ci sono poi le lunghe e fredde notti passate al tempio per assistere alle celebrazioni della “Festa dei Fiori”, le interviste agli oracoli, la trance e la possessione. Esperienze forti e indelebili, usate – in certi frangenti del libro pubblicato in questi giorni – come strumento di narrazione, per mediare tra “noi e loro”. Il vissuto personale diviene così specchio in cui riflettere una cultura, quella Kinnauri, tanto lontana quanto affascinante.

Il Ki Gompa, monastero buddhista tra i più importanti dell’Himalaya Indiano. Foto di E. Confortin.

Quindici anni dopo essere partito per il Kinnaur (nel 2018), rileggendo gli appunti dell’epoca, sfogliando le diapositive realizzate a Kalpa, a Roghi, a Chitkul o nel vicino Spiti, mi sono reso conto che l’indagine di una tradizione arcaica come quella kinnauri doveva essere contestualizzata. Non posso prescindere dalla componente sociale, ambientale e geopolitica che caratterizza quest’angolo di Himalaya. Il lavoro svolto sul campo risulterebbe sterile se fosse svincolato dall’esperienza umana vissuta. Per questo, dopo le esperienze del 2003 e del 2005, sono tornato in Kinnaur, esattamente tre lustri più tardi, con la maturità di un (quasi) quarantenne e il punto di vista di un giornalista, innamorato del lavoro sul campo.  

Al termine di altri due mesi e mezzo in Kinnaur e Spiti, a novembre 2018 ho fatto rientro in Italia con le stesse impressioni della prima volta, consapevole di aver vissuto un’esperienza unica. Del resto, già nel 2003, dopo il “primo” Kinnaur la mia vita era cambiata. Rimanere da soli, così a lungo, in Himalaya, basta a intaccare le proprie convinzioni, o se non altro, impone di mettere in prospettiva  la cultura da cui si proviene. «Là fuori c’è dell’altro e merita di essere conosciuto» è stata una delle prime e più importanti lezioni che ho imparato dall’esperienza in Kinnaur, sin dal primo viaggio. Un pensiero tanto semplice, quanto forte nelle sue reali intenzioni da aver condizionato le mie scelte future, se non altro professionali. Da giovane studente sentivo che il mondo da cui provenivo stava perdendo l’occasione di ammettere l’esistenza di prospettive diverse; né migliori né peggiori, semplicemente lontane, “altre”, per questo degne di essere conosciute.

Kinnaur Himalaya, al confine tra ordine e caos* ha inizio da queste premesse. Lo scopo di questo libro è proporre una visione d’insieme, necessaria per inquadrare questo distretto himalayano nel proprio contesto culturale, ambientale e geopolitico. L’Himalaya appunto, un’enorme dorsale montuosa posta nel cuore dell’Asia. Luogo di confini e di contese. Territorio minacciato dal cambiamento climatico, dove inizia il corso dei grandi fiumi dai quali dipende la sopravvivenza di centinaia di milioni di persone, addensate nel continente più popolato al mondo. «Conoscere l’Himalaya significa conoscere l’Asia», suggeriva un ventiquattrenne giornalista dell’Hindustan Times, arrivato in Kinnaur dopo ventiquattro ore di bus da New Delhi per «dare uno sguardo» alle grandi dighe in costruzione nella valle del fiume Sutlej. Probabilmente è vero, l’Himalaya è lo specchio dell’Asia, ma in queste pagine mi limiterò a uno scampolo di territorio, al Kinnaur e allo Spiti. Non intendo proporre alcuna verità, mi limito a riportare quanto emerso da un lungo lavoro sul campo, e da un’ancora più lunga rielaborazione postuma. Partire dal micro per inquadrare il macro. Io ci ho provato, buon viaggio a tutti.

 

*Il libro Kinnaur Himalaya, al confine tra ordine e caos è un’opera auto-prodotta, distribuita attraverso circuiti diretti, a partire da serate di presentazione del progetto. Per informazioni sulle date e le città in programma, o per acquistare una copia dell’opera, scrivere a info@indika.it

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