Pezzo pubblicato su Esodi di EastWest. 

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Aveva poco più di 25 anni Shouaib quando ha dovuto lasciare Kabul. In pochi mesi, da impresario edile al servizio dei contingenti occidentali in Afghanistan, era diventato un bersaglio dei talebani. Dopo essere scampato a un attentato in pieno giorno, all’esterno della propria casa, Shouaib ha deciso di fuggire con la moglie e i figli di 9, 6 e 4 anni, più uno di appena 5 mesi. Era febbraio 2016, l’epoca in cui la Via dei Balcani chiudeva battenti e l’Europa si affrettava a trovare una soluzione con Ankara per gestire la “questione migranti”.

Mentre a Bruxelles veniva stilata la lista dei desideri di Erdoğan, e si avvicinava il giorno della firma (18 marzo 2016), i fuggitivi afgani passavano in Iran, via Teheran, quindi come clandestini solcavano la via sommersa che attraversa da est a ovest la Turchia, arrivando a Smirne, sulla costa egea. «Ho pagato circa diecimila dollari per il viaggio, 750 a persona per arrivare sull’Egeo, poi altri mille per ogni posto sul gommone» raccontava Shouaib in un’accorata telefonata giusto un anno fa, a giungo, dopo due mesi e mezzo di confinamento nel campo di Vial, sull’isola di Chios, in Grecia.

Per lui le cose erano andate male, per un soffio. Dopo 6 settimane di viaggio (febbraio-marzo), in gran parte trascorse nascosto con la famiglia in rifugi provvisori gestiti dai trafficanti, Shouaib e i suoi riuscirono ad attraversare l’Egeo la notte del 20 marzo, arrivando sulla costa di Chios alle 8 del mattino del 21, in pratica otto ore dopo l’entrata in vigore dell’accordo UE-Turchia che di fatto chiudeva il transito via mare ai migranti diretti in Grecia.

 Migrante afgano a Samos, Grecia. Luglio 2016. Foto Emanuele Confortin
Migrante afgano a Samos, Grecia. Luglio 2016. Foto Emanuele Confortin

Noi di EastWest abbiamo tenuto i contatti con Shouaib per settimane. Ha testimoniato le penose condizioni di vita in un container strapieno a Vial, arroventato dal sole estivo. Impossibile proseguire verso il continente, così come ottenere assistenza legale adeguata. «Non ho avuto scelta. Rimanere in quelle condizioni era impensabile. Mio moglie stava male e i bambini non ce la facevano più… ho deciso di auto-deportarmi in Afghanistan», spiegava via chat a inizio autunno, prima di dismettere la sim greca e trovare protezione (a pagamento) in qualche sobborgo di Kabul, nascondendosi agli stessi aguzzini che pochi mesi prima avevano attentato alla sua vita.

Ecco che la famiglia dell’impresario afgano è stata una delle prime a scegliere il “ritorno volontario” previsto dal Joint Way Forward (JWF), l’accordo bilaterale UE-Afghanistan, siglato a ottobre 2016, che prevede il rientro agevolato in patria per chi lo richieda. Da allora sono circa 8mila gli afgani rimpatriati (secondo Afghanistan Analysts Network, AAN), 350 dei quali deportati senza il loro consenso, su un totale di oltre 250mila persone che tra il 2015/2016 hanno preso la via per l’Europa. La maggior parte dei rimpatri proviene dalla Germania (3.159), quindi Grecia (1.257) e Turchia (577). Si tratta in particolare di ragazzi in viaggio soli, per i quali non esiste chance di ottenere protezione internazionale in gran parte dei Paesi europei. Il flusso inverso dei rientri continua, al pari dello scetticismo di chi ritiene l’Afghanistan un Paese ad altro rischio, di quelli che in Italia sono (giustamente) considerati a “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato” (art.  14 lett c) d.lgs 251/2007).

Per rendere meglio l’idea dello scenario afgano, è sufficiente tornare all’apertura della “conferenza di pace” che nella giornata di martedì ha riunito a Kabul i rappresentanti di 23 Paesi. Nel suo discorso di benvenuto, il presidente afgano Ashrat Ghani ha posto l’accento sui recenti fatti accaduti nella capitale, ritoccato il computo delle vittime dell’attentato avvenuto il 31 maggio nella green zone (camion bomba; nessuna rivendicazione): 150 morti e 300 feriti. Una carneficina già archiviata come il peggiore attentato del Paese dall’epoca dell’invasione Statunitense seguita agli attacchi al Word Trade Center e al Pentagono dell’11 settembre 2001.  

L’aritmetica prodotta dall’esplosione è dirompente a tal punto, da aver (quasi) adombrato la narrativa seguita alle tragiche morti di Manchester (22 vittime al concerto di Ariana Grande del 23 maggio) e del London Bridge (8 vittime il 3 giugno). Oltre agli effetti in termini di vittime, l’azione attuata a ridosso del blindatissimo quartiere diplomatico di Kabul rappresenta l’ennesimo ostacolo al tentativo di tratteggiare un disegno di pace a partire dalla capitale afgana. L’idea di Ghani era infatti quella di porsi come punto di riferimento per i player regionali e politici, allo scopo di riavviare i negoziati, più volte affossati nel passato a causa di inconciliabilità di vedute e/o eventi simili a quello del 31 maggio.

Non appena si è diradata la polvere sollevata dall’attentato di Kabul, seguito da un nuovo attacco il 2 giugno, in occasione dei funerali di alcune delle vittime (12 persone uccise da un attentatore suicida), è parso quanto mai evidente il momento di profonda crisi che sta vivendo l’Afghanistan.

Passati più di tre lustri dall’inizio della guerra, dopo più di 100mila vittime, 31mila delle quali civili, dopo montagne di dollari mandati in fumo e con il perdurare dello stato di guerra, l’Afghanistan continua a fare i conti con una crisi estesa a tutto campo, che coinvolge sicurezza interna, stabilità politica ed economia, cui si aggiungono un milione di profughi interni e tre milioni sparsi tra Pakistan e Iran.  

In cima alla lista dei problemi afgani c’è comunque la sicurezza, questione legata in primis alla rinascita dei talebani che negli ultimi tre anni sono approdati in 31 delle 34 province del Paese, interessando – secondo AAN – il 40% del territorio. A poco sembra servire l’operazione Resolute Support della Nato, avviata nel gennaio 2015 all’indomani della partenza delle truppe dell’International Security Assistance Force (Isaf).

Il quadro si complica con la presenza dell’Isis che può contare su alcuni fuoriusciti dai gruppi attivi sia in Pakistan sia in Afghanistan, come a esempio il pachistano Hafiz Saeed Khan del Lashkar-e-Toiba (LeT, organizzazione attiva soprattutto in Kashmir in ottica anti-indiana), ucciso nel febbraio 2015. Poi ancora l’ex militante dei talebani afgani Abdul Rauf Aliza, nominato leader dell’Isis Khorasan prima di essere freddato in un attacco aereo il 26 luglio 2016.

Viene poi l’economia allo sfascio, ingolfata dalla corruzione endemica che contribuisce al congelamento del mercato del lavoro, con la disoccupazione saldamente sopra il 40%. In base al rapporto (2016) del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, l’Afghanistan occupa il 171esimo posto su 188, pertanto è uno dei Paesi più arretrati al mondo. Sempre tra gli ultimi lo danno le classifiche della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e dell’Onu per il prodotto interno lordo pro capite, e 120esimo su 128 per libertà di stampa. A poco sembra servire la tranche di oltre 14 miliardi di euro versata a inizio ottobre 2016 dalla comunità internazionale come sostegno quadriennale per il rilancio del Paese.

I problemi tuttavia non sono solo interni. Alla conferenza di Ghani era presente con delegati di basso profilo anche il Pakistan, a dimostrazione di come i rapporti tra Islamabad e Kabul continuino a rimanere tesi e sicuramente uno dei principali ostacoli alla creazione di condizioni ideali per l’avvio di un processo di pace. Non è un caso se poche ore dopo la detonazione del camion bomba di Kabul, l’intelligence afgana aveva attribuito le responsabilità alla rete Haqqani legata ai talebani, e ancor prima all’Inter Service Intelligence (ISI, i servizi segreti pachistani). A poco sono servite le smentite giunte dagli stessi talebani – seguite dalla rivendicazione e dalla successiva ritrattazione dello Stato Islamico in Afghanistan –, che come da prassi figuravano in cima alla lista degli assenti all’incontro che dovrebbe inaugurare un (altro) negoziato proprio con loro, e con gli altri gruppi insurrezionalisti attivi nel Paese.

Impossibile prendere parte al summit di Kabul fintanto che in Afghanistan sarà tollerata la presenza di truppe straniere, statunitensi in primis. Questa la posizione dei talebani, espressa alla vigilia dell’incontro dal loro portavoce Sabihullah Mujahid (fonte NYT): «Finché l’Afghanistan è occupato, discussioni e discorsi di pace non avranno alcun significato». Sul fronte opposto, dopo tre lustri di impegno militare, con circa 700 miliardi di dollari spesi nei primi 13 anni di guerra, Donald Trump, terzo presidente statunitense a dover fare i conti con la grana afgana (5 mandati presidenziali interessati), sta discutendo l’invio di altri 5mila uomini, in aggiunta agli 8.400 già di stanza. Una sorta di paradosso, che da solo basta a quantificare le chance di assistere all’imposizione di qualcosa che possa assomigliare a una condizione di pace.

Non a caso, il punto finale sul negoziato è stato messo pochi minuti dopo l’apertura del summit, quando un missile lanciato da ignoti è atterrato nel compound indiano all’interno della green zone, a pochi passi dalla sede delle forze di coalizione e da diverse ambasciate straniere. Nessuna vittima, a eccezione del Kabul Process ovviamente.