montagne Yasuj (3)
Regione monti Zagros, Iran centrale.

La catena dei monti Dena si allunga da Nord a Sud nel cuore dell’Iran Centrale, sfiorando le città di Shiraz e Isfahan. Si tratta di un sottogruppo compreso nel vasto complesso dei Monti Zagros estesi per oltre mille chilometri tra Iran e Iraq, e considerati luogo di origine del popolo Kurdo iraniano.  L’ambiente si presenta estremamente tortuoso, con strette vallate bagnate da esili corsi d’acqua alternate a vasti altopiani oltre i quali si elevano aride montagne di altezza variabile tra i 3000 e i 4500 metri. La particolare asprezza del territorio ha lasciato poco spazio allo sviluppo urbano, pertanto, escludendo le città di Ardakan e Yasuj, i principali insediamenti umani nei monti Dena sono villaggi di case in pietra e fango in cui vivono perlopiù contadini riusciti nel tempo a sfruttare abilmente le risorse idriche per coltivare un’apprezzata varietà di riso richiesta in tutto l’Iran, al pari di mele, uva, albicocche e noci. Altra importante attività svolta da queste parti è la pastorizia, esclusiva di popolazioni nomadi che si spostano lungo le piste tracciate nei secoli alla ricerca di pascoli freschi per le loro greggi. E’ il caso dei pastori di etnia Kouzari, che abbiamo incontrato nel villaggio agri-pastorale di Jerze, raggiungibile solo a piedi o a dorso d’asino (esclusione fatta per una pista di terra adatta a trattori e fuoristrada), situato allo sbocco della Behest-e-Gomshodeh, vallata posta a 2500 metri di altezza, il cui nome viene reso con ‘Paradiso Perduto’. Jerze è un presidio relativamente recente, fondato qualche decina di anni fa da alcune famiglie Kouzari che hanno deciso di adottare uno stile di vita semi-stanziale, sostituendo stuoie e tende con case di pietra edificate nel rispetto dei canoni tradizionali dell’area. Sebbene la condizione di stanzialità abbia reso il lavoro pastorale più complesso e oneroso a causa della necessità di somministrare mangimi e fieno agli armenti nei periodi più aridi o in inverno, ha tuttavia permesso agli abitanti di dedicarsi anche all’attività ortofrutticola e alla produzione di miele. “Nel nostro villaggio ci sono nove famiglie” spiega Muhammad Kouzar, membro influente della comunità a forte impronta patriarcale. “Il nostro lavoro inizia al mattino presto con la mungitura delle capre, le quali vengono poi condotte da alcuni ragazzi al pascolo”. L’attività prevede poi l’irrigazione e la cura dei frutteti, affidata ad alcune famiglie specializzate, svolta per conto di tutto il clan, mentre altri lavorano il latte per ottenere yogurt e burro. L’abitazione in cui siamo ospiti è abitata da una famiglia allargata composta dalle cinque figlie e dai quattro figli di Muhammad, cui si aggiungono le due mogli dei figli maggiori e i rispettivi tre nipotini uno dei quali nato da pochi mesi.

Nel caso dei Kouzar di Jerze il ricambio generazionale alla base della sopravvivenza del gruppo è avvenuto senza problemi, in quanto i figlimontagne Yasuj (7) maschi hanno abbracciato l’attività di famiglia accettando la dura vita di villaggio. Tuttavia, a seguito di un recente censimento sulla popolazione nomade iraniana, è emersa una drastica diminuzione del numero di persone ancora dedite alla pastorizia itinerante. Rispetto ai quasi 3 milioni di nomadi ‘attivi’ nel 2010, oggigiorno il loro numero è sceso a 1,2 milioni, manifestando un trend crescente che rischia nel medio periodo di far scomparire una delle attività tradizionali più antiche dell’Iran. “I giovani non sono più disposti a lavorare sugli altopiani isolati per mesi, vivendo in tende assieme alla famiglia”, spiega Reza, abitante di Shiraz di 56 anni e profondo conoscitore dei monti Zagros, nonché ex ingegnere delle telecomunicazioni rimasto disoccupato dopo la bancarotta della sua azienda avvenuta dopo il 2005. “Molti di loro sono affascinati dalla vita di città, pertanto cercano la fortuna a Shiraz, a Isfahan, a Kermanshah o in altri grossi centri”. Questa ‘diaspora’ dei nomadi iraniani sta di fatto compromettendo il ricambio generazionale. “Se non bastasse” continua Reza, “molti di questi giovani abbandonano un lavoro sicuro e molto redditizio (l’attività pastorale dei nomadi rende più dello stipendio di un ingegnere), accettando occupazioni di basso profilo in città, talvolta degradanti, nella speranza di costruirsi un’esistenza migliore all’interno di quattro mura in cemento in una casa di periferia”. La crisi occupazionale degli ultimi anni, dovuta anche alle sanzioni internazionali comminate all’Iran (recentemente annullate a seguito dell’accordo sul nucleare), ha reso più difficile l’ottenimento di un lavoro stabile, dunque questi flussi migratori verso le città stanno appesantendo ulteriormente le aree urbane. Sono infatti cresciuti i costi per infrastrutture come la costruzione di vie di comunicazioni più efficienti, di nuove reti di fornitura elettrica e soprattutto idrica, oltre a dover istituire nuovi presidii ospedalieri.

L’abitazione di Muhammad Kouzar è estremamente semplice. L’intera superficie calpestabile è ricoperta da ampi tappeti, sui quali ci si muove scalzi. Gli ambienti sono spogli, privi di qualsiasi abbellimento eccezion fatta per un paio di foto di famiglia e per un televisore ultrapiatto. Mancano completamente anche i mobili. Lo stesso pavimento sul quale di giorno i bambini giocano mentre le donne svolgono le attività di casa, viene trasformato in sala da pranzo comunitaria dove si mangia seduti a terra appoggiandosi agli onnipresenti cuscini a forma cilindrica, per poi diventare camera da letto aggiungendo coperte e qualche materasso di lana. Il nostro arrivo in casa Kouzar è un evento fuori dall’ordinario, di conseguenza l’intera famiglia si mette in movimento per rendere il giusto omaggio agli ospiti. Muhammad Kouzar e il figlio secondogenito ci accolgono sulla soglia invitandoci ad entrare, mentre alle loro spalle un universo  femminile si sposta febbrilmente da una stanza all’altra in un turbinio di veli turchesi, rossi, gialli e verdi. Spetta alle donne (nei due giorni di permanenza nel villaggio, le donne Kouzar rimarranno una presenza lontana e inafferrabile) predisporre il pranzo, mentre gli uomini siedono nella sala principale consumando i convenevoli e sorseggiando una tazza di tè zuccherato. Questa fase di ‘benvenuto’ prosegue per due ore, e si interrompe solo all’arrivo del pranzo, un’abbondante porzione riso allo zafferano misto a uvetta e mandorle servito in un unico ampio piatto dal quale tutti i commensali (maschi) si servono. Come accompagnamento viene offerto del pollo cotto in un’ampia pentola adagiata sul fuoco a legna esterno. Al termine del pranzo arrivano acqua ghiacciata, l’immancabile tè zuccherato e il dough, bevanda rinfrescante ottenuta mescolando yogurt di capra e acqua, cui vengono aggiunti origano e timo.montagne Yasuj (8)

Nel pomeriggio, mentre i maschi di casa Kouzar tornano al proprio lavoro, cogliamo l’occasione per salire sulle cime circostanti dalle quali si ha un’idea esaustiva della vastità del territorio. Lungo la strada di rientro al villaggio, su un’altura a pochi minuti dalle case, incontriamo il fratello di Muhammad, che con la moglie e un figlio ha deciso di non abbandonare la vita nomadica, continuando ad affidare alle capre la propria prosperità, e ad uno sgangherato pick-up di produzione russa la custodia dei propri beni. I primi a darci il benvenuto nello spiazzo dell’accampamento sono i due cani da pastore, poco avvezzi alla mediazione con i forestieri. Molto meno ostile si dimostra l’accoglienza del capofamiglia, che insiste per offrirci un tè all’ombra degli alberi, sulla stuoia che a breve ospiterà la tenda per la notte. La conversazione tra lui e Reza segue una ritualità ormai nota, offrendo la parola all’interlocutore interrompendo il discorso con un sorso di tè o una boccata di sigaretta. La discussione in farsi procede come un fiume, i minuti passano a decine, tanto che il cielo inizia a puntellarsi di stelle. I due si arrestano solo all’arrivo del gregge dai pascoli, quando inizia il rito della conta dei capi. Ci congediamo con una stretta di mano, seguita da un commento eloquente e poco atteso da un ‘semplice’ nomade Kouzar: “sono ottimista, l’annullamento delle sanzioni internazionali porterà un miglioramento della situazione in Iran, e credo che anche i prezzi del mercato del bestiame inizieranno a lievitare..”.

Iran: con i nomadi Kouzari sui monti Dena