Iran, Howraman.
Kurdistan iraniano.

Il Kurdistan iraniano o Kurdistan orientale comprende un’ampia area di territorio che include la provincia del Kurdistan, la provincia di Kermanshah, parte dell’Azerbaijan occidentale e la provincia di Ilam. L’area di Kermanshah, città situata a ridosso del confine iracheno, nel cuore della vasta catena dei monti Zagros, viene oggigiorno considerata il fulcro dell’identità curda iraniana, al pari della vicina Sanandaj. Siamo a ridosso del delicato confine con l’Iraq, teatro negli anni 80 della cosiddetta ‘Guerra Imposta’ tra l’allora pupillo di Regan, Saddam Hussein, e Ruhollah Khomeyni, leader carismatico della rivoluzione iraniana che rovesciò lo Shah filooccidentale Reza Pahlavi (febbraio 1979). I segni di quel conflitto sono tuttora impressi nei ricordi degli abitanti di questa porzione di Iran, in molti costretti a fuggire nell’entroterra o rimasti a difendere le proprie case malgrado i bombardamenti dell’esercito iracheno, forte di un arsenale pesante nettamente superiore a quello di Teheran. Il nostro viaggio verso il Kurdistan inizia da Yazd, antica città commerciale situata nel  cuore dell’Iran, alle porte del Dasht-e-Lut il deserto salato iraniano sulla via per il Baluchistan e il Pakistan. Manca poco più di un’ora alla partenza dell’autobus, ma mi accorgo di avere bisogno di un consulto medico a causa di un malore forse provocato dall’acqua, forse dal caldo opprimente (sfiorati i 40°C), forse dalle condizioni igieniche non proprio ideali (cito questo episodio per sottolineare la profonda disponibilità e cortesia degli iraniani). Mi rivolgo al gestore dell’albergo e in 4 minuti un taxi sta suonando nello spiazzo situato sul retro dell’edificio, al di là di un alto muro eretto con gli stessi mattoni di fango usati per edificare Yazd, impiegando tecniche usate da secoli. Il tassista è già stato informato della situazione: dobbiamo essere alla stazione entro un’ora, devo necessariamente andare in ospedale, dobbiamo fare in fretta! Pochi minuti dopo lasciamo l’auto davanti all’ingresso del complesso ospedaliero, e non appena varchiamo la porta scorrevole all’entrata incontriamo il dott. Harafat che al pari del tassista è già informato del nostro arrivo. Dopo due battute di benvenuto mi accompagna presso l’ambulatorio adeguato al caso, e grazie al suo ottimo inglese mi affianca nel colloquio con il medico specialista. Il ‘cronometro’ avanza inesorabile, ma alla fine ci intendiamo e mi viene prescritta una cura. Stringo in mano il foglio di carta che riporta tipologia dei farmaci e posologia, quindi seguendo il dott. Harafat raggiungo lo sportello della farmacia, situato nel corridoio principale. Qui una simpatica dottoressa innamorata di Venezia istruisce le collaboratrici sul da farsi, e in pochi istanti mi ritrovo in mano un involucro contenente i medicinali prescritti. “Lei è nostro ospite, non deve pagare nulla”, mi viene risposto non appena metto mani al portafogli per saldare il conto. Insisto ma la ‘cassa è chiusa’, quindi non resta che ringraziare e affrettarsi verso il taxi. L’autista sgomma e in pochi minuti siamo all’ingresso del terminal degli autobus, con un abbondante anticipo. In breve, dal momento in cui abbiamo deciso di andare dal medico all’arrivo alla stazione sono trascorsi circa 35 minuti, sufficienti ad includere spostamenti, consulto medico, ottenimento dei farmaci, il tutto praticamente a titolo gratuito eccezion fatta per i circa 4 euro pagati per la visita. Inoltre, la cura di antibiotici prescritta si è rivelata molto efficace, risolvendo in modo definitivo il problema. Malgrado io in Iran fossi un extracomunitario, ho avuto accesso ad assistenza sanitaria praticamente gratuita, di qualità e in tempi rapidi, senza sollevare alcun polverone per essere stato “curato alle spese dei cittadini”. Anticipo una prima prevedibile replica degli scettici, tipo “ma tu sei un occidentale, fa comodo a loro aiutarti”, rispondo dicendo che l’Iran è uscito da pochissimo da un embargo che ha messo in ginocchio l’economia nazionale sparando la disoccupazione a livelli senza precedenti, e che io in quanto italiano faccio parte di quell’ Occidente che ha accusato, giudicato e condannato questo Paese ad anni di penuria. Pertanto credo che gli iraniani allo sportello avrebbero potuto togliersi qualche sassolino dalla scarpa presentandomi un conto appropriato per i medicinali. Ribatto ad una seconda possibile replica, del tipo “perché sei uno solo, ma qui da noi arrivano a migliaia e dobbiamo aiutarli tutti”, rispondo sottolineando che sin dall’ inizio della Guerra di Bush in Afghanistan e Iraq, l’Iran è rimasto costantemente nelle prime 5 posizioni tra le nazioni al mondo con il maggior numero di profughi entro i confini nazionali (fonte UNHCR 2014), giunti oggigiorno a quasi 1 milione di individui ‘registrati’, tutti sulle spalle del popolo iraniano, molti dei quali si stanno integrando nel tessuto sociale. L’Italia in questa classifica figura a debita distanza. L’autobus parte alle 15,30 come previsto. Viaggiamo su un massiccio Mercedes dal sapore vintage che dona alla tratta un tocco esotico, ma come ben sappiamo tutto ha un prezzo, pertanto sacrifichiamo sull’altare dello stile la comodità dei sedili. Rinuncia più che accettabile per le tratte urbane, ma decisamente sconveniente con 14 ore di viaggio davanti. Ad ogni modo la traversata da est ad ovest ha inizio sotto i migliori auspici, tanto che Enrico (ottimo compagno di viaggio) ed io ci appisoliamo quasi subito, lasciando presagire un viaggio indolore con risveglio giusto in tempo per godersi l’ingresso a Kermanshah. Niente di più sbagliato, visto che trascorrerò le 13 ore seguenti con i Led Zeppelin in cuffia e lo sguardo fisso oltre il finestrino, a rovistare nel buio della notte iraniana alla ricerca di qualche meraviglia da non perdere (per la cronaca Enrico si godrà almeno 8 ore di beato riposo). Ad ogni modo il viaggio fila liscio, eccezione fatta per l’incontro con un ‘corvo’, termine da noi usato per indicare gli agenti governativi in borghese che avvicinano i viaggiatori, in particolare quelli indipendenti diretti verso destinazioni sensibili, tipo il Kurdistan, per ottenere qualche informazione sulle intenzioni degli stessi e magari smascherare eventuali ‘serpi in seno’. Eravamo stati avvisati da un iraniano di Shiraz che ci spiegò come gran parte della polizia è solita muoversi in borghese fruendo i luoghi al pari di normali cittadini, per individuare eventuali critici e oppositori del governo, reati (reali o presunti) che per gli iraniani posso avere conseguenze estreme. “Fate sempre attenzione, non si sa mai chi c’è dall’ altra parte”, diceva.  In genere i corvi (o presunti tali) sono stati tutto sommato morbidi nei modi e nei tempi, ma quello incontrato sulla via del Kurdistan ha spinto sin da subito sull’ acceleratore con diverse e insistenti domande, arrivando ad esternazioni del tipo “ma lo sapete vero che in Iran vige una dittatura religiosa?”. Dichiarazione (ripetuta per due volte consecutive scandendo le parole) che nessun iraniano si sognerebbe mai di esternare, almeno in un luogo pubblico alla presenza di altri sconosciuti. Alla fine, quel passeggero così curioso ha deposto le armi, addormentandosi cullato dal silenzio di Enrico e dal ritmo sincopato delle lamiere e dei pistoni.

Iran. Scorcio di Howraman
Iran. Scorcio di Howraman

Ore 5 del mattino, Kermanshah ancora addormentata brilla di luci nel buio della pianura, un paio di chilometri più a valle rispetto alla stazione degli autobus in cui scendiamo. Siamo ufficialmente in Kurdistan. Il piano originario prevede di spostarsi verso il centro città e cercare un minibus per Paveh, l’ultimo centro urbano prima dei villaggi in quota che vorremmo raggiungere domani. Percorriamo una decina di passi dall’ autobus, e il coordinatore del casello dei taxi ci ha già organizzato il viaggio. Otteniamo un buon accordo sulla tariffa (in Kurdistan i prezzi sono sensibilmente più bassi rispetto alle grandi città) e l’esperienza vintage prosegue, stavolta su una decrepita Paykan made in Iran, color canarino, guidata da un anziano tassista che si rivelerà molto lento ma prudente. Dopo 3 ore circa vissute a sorreggere la testa in equilibrio tra il sonno e la veglia saldiamo il conto e ci dirigiamo verso la strada principale. Sono le 8 di mattina, dopo 17 ore di viaggio siamo a pezzi, la città non è un granché, ma una buona stanza e una branda sono le uniche cose che ci servono. Sbagliato un’altra volta. Un taxi pieno di gente ci affianca, e ne esce un giovane curdo, gentilissimo, che conosce l’inglese, dote preziosa come l’oro da queste parti, almeno per noi che non parliamo né il curdo, né il persiano. Esauriti i convenevoli, le cosiddette ‘5 W’  dell’Iran, ci accordiamo con un altro tassista per tirare dritto, raggiungendo oggi la meta prevista per domani, il villaggio di Howraman-e-Takt. Non abbiamo percorso più di 50 passi a Paveh che le nostre terga trovano spazio sull’ennesimo sedile, stavolta di una Peugeot berlina in discrete condizioni. L’autista è una figura enigmatica sulla cinquantina. Basso e nerboruto, occhi profondi che gli donano uno sguardo vivo e ironico, cranio rotondo circondato da una pelata quasi luminosa, talvolta simile a un’aureola. Non conosce una parola di inglese ma ci intendiamo a meraviglia nel linguaggio dei gesti, pratica indispensabile nelle zone rurali, affinata a tal punto nel corso delle settimane da meritare un proprio filone nel novero delle arti  teatrali. Malgrado la striscia di asfalto si arrampichi sulle montagne in un susseguirsi di tornanti molto esposti, privi di guardrail, il suo approccio alla guida si rivela sin da subito estremamente esuberante, a volte aggressivo, evidenziando una costante che riscontreremo puntualmente in tutti gli autisti nei giorni a venire. Il repertorio prevede velocità elevata, anche oltre i 100 km, fino alla curva, cui segue una staccata pesante pochi istanti prima di azionare lo sterzo, e via di nuovo con il piede sul pedale. Notiamo con apprensione che il solo fatto di intravedere un’auto all’ orizzonte implica una rincorsa forsennata e il sorpasso, manovra eseguita a prescindere dal traffico in arrivo sull’altra corsia, o peggio in prossimità di una curva cieca. Il sonno si è letteralmente volatilizzato per effetto dell’adrenalina e della musica curda diffusa a tutto volume dagli altoparlanti. Di tanto in tanto il driver capisce di dover calare i giri, notando che con il piede destro spingo con forza in modo istintivo un pedale del freno immaginario dalla parte del passeggero. La salita procede a lungo, fino a raggiungere una strada quasi pianeggiante a 2000 metri di altezza, che taglia il versante occidentale dello scosceso massiccio e si immette nella valle di Howraman.

Visibile nella foschia a valle la città.
Iraq. Visibile nella foschia a valle la città di Halabjia.

Notiamo un consistente dispiegamento militare. Tutti i rilievi principali sono sormontati da torrette di avvistamento, fortini e in alcuni casi basi più grandi dai cui tetti escono pezzi di artiglieria. La spiegazione è semplice, siamo al confine con l’Iraq. Questa fascia di montagne 30 anni fa era la linea del fronte nel conflitto Iran-Iraq, e la stessa Kermanshah lasciata diverse ore fa nell’entroterra fu pesantemente bombardata dalle truppe di Saddam. Ora le truppe iraniane sorvegliano un confine sensibile, oltre il quale la fine della caccia al rais ha lasciato terreno fertile per la crescita di nuovi mostri, primo tra tutti il califfato del terrore. La pianura irachena si estende a perdita d’occhio ai piedi della fascia montuosa che stiamo percorrendo. Ci fermiamo su un punto di osservazione per inquadrare meglio la posizione geografica. L’autista indica con il dito la città di Halabjia, nel distretto di Suleimania, chiaramente visibile più in basso. Questa città irachena abitata dai curdi tanto odiati dal regime di Baghdad, all’epoca in lotta per l’indipendenza, fu bombardata con armi chimiche sganciate dai jet. Era il pomeriggio del 18 marzo 1988, quando gli abitanti della città iniziarono a sentire odore di mele marce provocato dal mix di gas usati per l’eccidio. Tutto attorno si udivano i tonfi sordi provocati dagli uccelli tramortiti in volo, i primi ad entrare in contatto con le esalazioni letali. In meno di un’ora 6.600 persone morirono tra spasmi e atroci sofferenze, nell’assoluta indifferenza da parte dell’Occidente che non andò oltre una timida manifestazione di disappunto nei confronti di Saddam, all’epoca ancora utile in quanto impegnato nelle fasi finali del conflitto con il nemico iraniano. Qui sotto, tra quelle case a pochi chilometri di distanza si consumò il più grande attacco con armi chimiche sui civili nella storia, con il silenzio assenso di Europa e Stati Uniti. Non posso evitare di pensare ai nove anni di guerra seguiti all’invasione americana in Iraq ordinata da Bush jr, al milione e mezzo di vittime civili cadute per morte violenta negli scontri, e alla farsa della ricerca di arsenali chimici (mai trovati), per i quali Saddam è stato braccato, catturato e impiccato. Penso poi al clima di barbarie cui è giunto l’Iraq, divenuto oggi uno dei luoghi più pericolosi al mondo e culla nientemeno di ciò che viene chiamato Stato Islamico. La prospettiva punta ad una sempre maggiore escalation di terrore e violenze e a propagarsi oltre i confini del Medio Oriente. Più domande  mi s’impongono: “E se 27 anni fa si fosse evitato quel massacro? Forse è qui che tutto ha avuto inizio, nella sorda convinzione che ad una “civiltà moderna” vi sia l’anti-civiltà? Oppure non c’era modo alcuno per evitare che gli eventi andassero come la storia ci mostra e continua a raccontarci?”. Raggiungo Howraman-e-Takt con i pensieri che si rincorrono nella mente, consapevole di aver visto, di aver sfiorato per qualche ora una pagina importante della storia del nostro tempo.