(Foto di copertina credit: Pompanin. Cortesia: Una Montagna di Libri) 

Amitav Ghosh è considerato uno dei più grandi scrittori viventi, conosciuto e apprezzato dal pubblico italiano grazie alla casa editrice Neri Pozza. Titoli come Il paese delle maree (2005), Il palazzo degli specchi (2007), Mare di papaveri (2008), Il cromosoma Calcutta (2008), Lo schiavo del manoscritto (2009), Le linee d’ombra (2010), Il fiume dell’oppio (2011), Diluvio di fuoco (2015), La grande cecità (2017), sono ormai classici della letteratura contemporanea.

Nato a Calcutta (oggi Kolkata) nel 1956, Ghosh si è formato a Delhi e ad Alessandria d’Egitto per poi conseguire il dottorato in Antropologia Sociale presso l’Università di Oxford. Attualmente vive tra l’India e la Grande Mela (abita a Brooklyn con la moglie, la biografa e saggista Deborah Baker). È opinionista per diverse testate internazionali tra cui il New Yorker e il New York Times. Noto al grande pubblico per i suoi romanzi, Amitav Ghosh è conosciuto anche per la capacità di legare narrativa e attualità, arrivando a sfiorare i confini della saggistica. Ha ricevuto diversi premi letterari oltre a tre dottorati honoris causa. I suoi libri sono stati tradotti in più di trenta lingue.

Abbiamo incontrato Amitav Ghosh a Cortina d’Ampezzo, durante il festival Una Montagna di Libri, prestigiosa rassegna diretta da Francesco Chiamulera, giunta di recente alla decima edizione e ormai un punto di riferimento a livello nazionale e internazionale per la letteratura. Il primo febbraio, nella cornice affascinante del Grand Hotel Miramonti, Ghosh ha presentato ai lettori la sua ultima opera, L’Isola dei fucili (Neri Pozza, 2019) ambientata tra Brooklyn, Venezia e Calcutta. Nel corso di quest’intervista è stato posto l’accento sul cambiamento climatico e sulle migrazioni, temi centrali nella recente produzione letteraria di Ghosh.

Gianni Dubbini. La maggior parte dei suoi libri è ambientata nell’area di Oceano Indiano che di fatto è il Golfo del Bengala. È una regione che si estende da Calcutta a Rangoon (Yangon) in Birmania, passando per la sconfinata regione costiera di mangrovie, lagune e spiagge delle Sundarbans, fino in Bangladesh. Ci può spiegare il perché di questa scelta, tenendo conto della sua biografia e delle sue esperienze personali?

Amitav Ghosh. Sono nato a Calcutta. Sono anche cresciuto a Dacca in Bangladesh e in altri luoghi come lo Sri Lanka e la mia famiglia ha vissuto nelle Sundarbans e in Birmania. In un certo senso credo che la mia educazione sia particolarmente connessa a questa regione. Diciamo che ad un certo punto della mia vita mi sono svegliato e mi sono accorto che la maggior parte del mio lavoro riguardava il Golfo del Bengala e l’Oceano Indiano, ma anche il Mare Arabico. Tutti questi luoghi sono stati, e lo sono ancora, spazi molto importanti per me. Pensando a questi luoghi mi viene da parlarne in termini di acqua piuttosto che in termini di terra. Lo stretto legame familiare con questi spazi credo mi abbia spinto ad ambientarne i miei libri e a scriverne.

Quali sono i suoi scrittori preferiti, gli “eroi letterari” che l’hanno ispirata di più? 

Non mi è facile rispondere a questa domanda. Sono cresciuto leggendo in lingue diverse quindi mi è piuttosto difficile ridurre questi scrittori a un paio di nomi e basta. Certamente nella mia parte di mondo Satyajit Ray (grande regista e scrittore indiano del secolo scorso nda) è stato un autore fondamentale assieme a Rabindranath Tagore. Le opere di Tagore le abbiamo lette tutti in India. I suoi lavori sono anche stati trasposti in film proprio grazie a Satyajit Ray e hanno avuto un’influenza culturale incredibile. Se devo anche poi pensare agli scrittori occidentali che mi hanno influenzato in una maniera o nell’altra, ce n’è un intero pantheon e sinceramente non saprei neanche dove incominciare! (ride)

Parliamo del suo ultimo libro, L’Isola dei fucili. È un romanzo in cui sono rappresentati alcuni importanti aspetti del nostro presente. Il libro è una sorta di continuazione di temi presenti nel suo recente lavoro La grande cecità, un’opera di non-fiction, al confine tra narrativa e saggistica. Quali sono le analogie presenti nel suo ultimo libro che le piacerebbe tracciare tra Venezia e le Sundarbans del Bengala

Il paragone più ovvio che potrei fare è che le Sundarbans, come Venezia, sono estremamente vulnerabili al cambiamento climatico e in particolar modo all’innalzamento dei livelli del mare. Vedi, almeno la metà delle Sundarbans è dentro al metro d’innalzamento marino. Di conseguenza, ci sarà un impatto climatico enorme su questa zona.

In questo senso vedo dei paralleli con Venezia, per quanto strani possano essere. Venezia, come le Sundarbans, in termini paesaggistici fa parte di un estuario. Se guardi le foto aeree della laguna di Venezia e delle Sundarbans potrai vedere come entrambi i luoghi siano di fatto due estuari stranamente simili. Te lo posso far vedere anche ora nelle immagini che ho nel cellulare! Del resto, queste caratteristiche geologiche si presentano sempre allo stesso modo. Ci sono però delle differenze non da poco: le Sundarbans sono gigantesche per estensione, mentre la laguna di Venezia è piuttosto piccola e circoscritta. Entrambi i luoghi sono vulnerabili all’innalzamento dei mari e sempre più spesso soggetti a tempeste improvvise e violente. Se nelle Sundarbans le tempeste ci sono sempre state, Venezia è più nuova questo tipo di fenomeni, ma ne è sempre più colpita. Seguono poi l’evacuazione e la conseguente migrazione delle persone. Le persone, i migranti, sono diventati di fatto il ponte vivente tra il Bengala e Venezia.

Ben noto è il costante calo demografico della popolazione veneziana, ridotta ormai a poco più di 50.000 mila abitanti nel centro storico. Tra migrazioni e cambiamento climatico, una delle comunità più interessanti nel discorso multiculturale stabilitasi a Venezia è quella proveniente dall’Asia meridionale, soprattutto dal Bangladesh, di etnia bengali. Lei ha incontrato recentemente alcune di queste persone: pensa che tra un po’ di anni le genti dell’Asia Meridionale potranno rimpiazzare i veneziani residenti da generazioni?

Beh se saranno i Bengalesi o altri abitanti dell’Asia Meridionale a sostituire i veneziani non lo so proprio. Ma come sai bene anche tu, i veneziani nati o cresciuti in città sono ormai molto pochi. Io stesso ne conosco solo alcuni, mi viene ora da pensare a te, ai Da Mosto e a non tanti altri, sinceramente. Sono così pochi che si conoscono tutti e si salutano sempre per la strada! Tutte le altre persone che vedi in giro sono turisti o più in generale visitatori.

Ritorniamo al suo ultimo libro: mi sembra che Deen Datta, il protagonista di L’Isola dei fucili sia almeno in parte il suo alter ego. Visto che lei ha scritto il libro in prima persona: è lei Deen Datta o qualcun altro?

No non sono io. È vero che quando uno scrive c’è sempre la possibilità di un’estensione della propria personalità in un personaggio. Certamente però lui non è me e viceversa è una persona completamente diversa. Ci sono però delle sovrapposizioni. Lui vive a Brooklyn e io vivo a Brooklyn. Io sono nato a Calcutta e così lui. Questo genere di cose.

Continuiamo con il cambiamento climatico nelle città. Le chiederò ora di tracciare un’analogia (all’interno di differenze) di eventi come l’alluvione di Mumbai del 2005 della quale scrive in La grande cecità e l’ultima Acqua Alta di Venezia del 2019. Per quanto si parli spesso di cambiamento climatico, in gioco c’è molto di più. Un ruolo chiave durante questi avvenimenti catastrofici spetta all’amministrazione delle città che si ritrovano coinvolte. A Venezia quando si parla di questi temi si parla di scandali, corruzione e fallimenti della politica. Conosciamo bene la questione del MOSE che è considerato da molti tra i più clamorosi fallimenti della città e che ha prodotto anche lo sperpero dei fondi destinati alla normale manutenzione dei canali veneziani. Alcuni commentatori politici, scienziati ed esperti di ingegneria idraulica dicono che il MOSE potrebbe addirittura affondare Venezia stessa, in caso di malfunzionamento, ma il tema è molto lungo e complesso.

Qui in Italia conosciamo bene i nostri fallimenti amministrativi e politici nel gestire l’emergenza climatica. Poco però sappiamo dell’India su questi temi. Ce ne può parlare?

Certamente il grado di corruzione e malgoverno che si vede a Venezia è sconcertante! Il fatto che l’amministrazione non sia ancora stata in grado di fermare le grandi navi da crociera, ti fa pensare: perché riescono ad agire in maniera così pessima? Ma allo stesso tempo, guardando al mondo di oggi, il quadro generale su questi argomenti è molto negativo. Sono evidenti e molteplici i fallimenti della governance. Questo non fa che peggiorare le cose ed è certamente anche il caso di Mumbai. Non lo si può però vedere solamente come un problema italiano o indiano: è un fenomeno globale. Pensiamo a una città come Houston in Texas, è l’esempio perfetto. Houston è la quarta città per importanza ed estensione negli Stati Uniti. È una delle città più ricche del mondo. Il problema è che a Houston si è costruito talmente tanto che quando c’è un’alluvione l’acqua non riesce ad uscire da nessuna parte, causando tutta una serie di allagamenti catastrofici. Nonostante tutto nessuno fa niente a riguardo.

Ma c’è una cosa che dimentichiamo, le lobby delle costruzioni e dei real estates sono estremamente potenti. La lobby del turismo è ancora più potente. Il turismo oggi è la prima industria a livello globale. A questi livelli enormi di potere le lobby sono in grado di far tacere ogni forma di resistenza.

Gli ultimi suoi due libri L’Isola dei fucili e La grande cecità possono essere entrambi definiti due libri sul cambiamento climatico in una prospettiva globale. Ma vi sono presenti, soprattutto nell’ L’Isola dei fucili, altri temi estremamente attuali del nostro presente come le migrazioni umane. Siamo a conoscenza del problema tragico dei migranti nel Mediterraneo, un tema che viene anche in parte trattato nel suo ultimo libro. Stranamente però il mondo del 2020 sembra essersi dimenticato dei Rohingya della Birmania e della loro forzata migrazione, dopo aver subito violenze terribili, all’interno dei confini del Bangladesh. Ritorniamo quindi nell’Oceano Indiano. Ce ne vuole parlare? Perché secondo lei la tragedia dei Rohingya non fa più notizia?

Innanzitutto vorrei dire una cosa, non credo che L’Isola dei fucili sia un libro sul cambiamento climatico. La grande cecità è certamente un libro sul cambiamento climatico mentre L’Isola dei fucili è qualcosa di più e il cambiamento climatico è solo uno dei molti temi che figurano nel libro. Come ha detto Margaret Atwood (poetessa, scrittrice e ambientalista canadese nda), “cambiamento climatico” (climate change in inglese) è un termine inadeguato per definire quello che sta accadendo intorno a noi. Quello che sta succedendo è che in realtà tutto sta cambiando e questo vasto spostamento, migrazione, di esseri umani è solo un aspetto di questo cambiamento.

Per quanto riguarda il tema dei Rohingya, è stato un argomento molto importante tempo fa e ora non sembra più esserlo. Però non dobbiamo dimenticare una cosa, quello che è successo ai Rohingya in Birmania, sta succedendo oggi in India a molte persone. Si tratta di persone che sono state recentemente identificate come non-cittadini e rischiano di fatto anche loro la deportazione. Come ha scritto il filosofo Giorgio Agamben, questa è un’epoca in cui lo “stato d’eccezione” è onnipresente e la figura che simbolizza meglio lo “stato di eccezione” è certamente il migrante. (Lo “stato di eccezione” è quella sospensione dell’ordine giuridico che siamo abituati a considerare una misura provvisoria e straordinaria ma che sta diventando sotto i nostri occhi un paradigma normale di governo, che determina la politica sia estera, sia interna degli stati.  Si veda Giorgio Agamben, Stato di eccezione, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, ndr)

Attraversiamo nuovamente il Golfo del Bengala per tornare nella sua India. Ci potrebbe parlare della recente politica dell’intolleranza nell’India di oggi.

L’India è scossa dalle proteste contro l’emarginazione delle minoranze. Stiamo certamente assistendo a un cambiamento della politica indiana su una scala mai vista prima. Si tratta di qualcosa di sconvolgente.

Continuando su questo tema, crede si possa tracciare un paragone tra i giovani fascisti e squadristi seguaci di Benito Mussolini degli anni ’30 e alcuni dei gruppi militanti e partiti d’azione presenti all’interno del movimento dell’Hindutva?

Sì, dunque, ci sono certamente delle analogie. Negli anni ’30 gli ideologi dell’RSS (Rāṣṭrīya Svayamsevaka Saṅgha, organizzazione paramilitare indiana di estrema destra, nda) furono molto influenzati dal Fascismo e quelle idee sono certamente oggi ancora vive all’interno dell’Hindutva. Ma credo che più che strizzare l’occhio al Fascismo, l’Hindutva stia imitando l’estremismo islamico. Parlano sempre di Islam e via dicendo e questo discorso di imitazione non succede solamente in India ma anche nei gruppi collegati all’estrema destra di tutto il mondo. Per esempio, un’importante organizzazione militante dell’estrema destra americana ha deciso di chiamarsi The Base [la base]. Non hai già sentito questo nome? “la base” è il significato in arabo di Al-Qaeda

Questo è davvero sconvolgente e terrificante!

Viviamo nell’epoca dei social media che sono essenzialmente un mezzo mimetico, riproduttivo. I social media possono riprodurre tutto, quindi le persone e i gruppi organizzati possono imitarsi a vicenda.

Parlando di questi temi mi viene in mente il libro di Naipaul, Fedeli a oltranza (1998), sull’emergere del fondamentalismo islamico nell’Asia meridionale e nel Sud Est Asiatico.

Ricordo bene quel libro, ma quello che Naipaul non aveva capito è che quel tipo di fondamentalismo non si limitava a un solo gruppo religioso ma a vari gruppi che presto avrebbero iniziato ad imitarsi a vicenda.

Come vede le relazioni internazionali tra stati nella regione del Golfo del Bengala nell’epoca del cambiamento climatico?

Il Golfo del Bengala è popolato da qualcosa come duecento milioni di persone. Non molti sono al corrente del fatto che recentemente sono comparse delle enormi “zone morte” nel Golfo: si tratta di aree di acque anossiche (senza ossigeno ndr) dove praticamente non vi è presente alcuna forma di vita. Una conseguenza diretta di questo è che per le popolazioni vi è sempre meno pesce. L’intero ecosistema del Golfo del Bengala è quindi completamente in soqquadro. Non ci vuole molto per vedere le conseguenze di tutto questo: un futuro di crescente competizione per l’approvvigionamento delle risorse. Questo fenomeno certamente si intensificherà.

Alcuni anni fa sono stato nell’arcipelago delle isole Mergui nel sud della Birmania, nella regione del Tenasserim. Si tratta di zone remote che uno si aspetta essere incontaminate, in una sorta di paradiso tropicale “da cartolina”.

Quello che ho visto di persona è l’esatto opposto: una scena terrificante di devastazione ecologica. Enormi flotte di imbarcazioni tailandesi valicano il confine e arrivano in quelle acque di notte per pescare i calamari. Accendono delle luci gigantesche che attraggono i cefalopodi. Queste luci sono talmente luminose che si vedono addirittura dallo spazio! Ho visto scene completamente distopiche e molte delle persone che lavorano sulle imbarcazioni tailandesi a quanto pare sono schiavi. Inoltre, le ancore di queste imbarcazioni hanno distrutto tutti i reef della barriera corallina. Tutto questo accade nel nome delle catene internazionali dei supermercati.

Di conseguenza credo che ci sarà una crisi di risorse molto seria nella regione del Golfo del Bengala. È già in atto e si intensificherà.

E riguardo all’annuncio del governo Indiano di abolire le plastiche monouso? Vuole commentarlo?

Continuano a dirlo e a ridirlo ma di fatto non è ancora mai successo. Invece il Bangladesh ha bandito le plastiche monouso già molto tempo fa. Su questi temi il Bangladesh è stato fino ad ora molto più progressista dell’India.

Siamo arrivati ora all’ultima domanda, ci può raccontare delle sue esperienze a Venezia? Leggendo L’Isola dei fucili si capisce che lei ha trascorso molto tempo a Venezia, andando in profondità su molte questioni e analizzando la trama complessa e il tessuto della città sia in chiave storica sia nel presente.

Trovo che Venezia sia un luogo totalmente affascinante. È stata il fulcro del mondo tardo-medievale, un luogo caratterizzato da un cosmopolitismo incredibile e da una storia straordinariamente ricca e complessa. Uno degli aspetti più interessanti è il suo legame con l’oriente, innanzitutto con Costantinopoli ma anche con il Levante e l’Egitto.

Non è così sorprendente che i primi fra i più grandi esploratori furono veneziani. Molti di loro arrivarono anche nella regione del Golfo del Bengala, facendo ritorno in città con storie, merci, mercanzie esotiche e via dicendo. I viaggiatori veneziani furono veramente straordinari.

 

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