Dopo aver compiuto il giro del globo, la pandemia del Covid-19 è arrivata anche in India. Probabilmente il virus circola da tempo, ma il governo indiano ha deciso di attivarsi mercoledì, annunciando l’inizio di 21 giorni di quarantena in tutto il Paese. A dire il vero, i media, i rappresentanti delle istituzioni, il governo e chi in India lavora nella sanità, erano sul pezzo da qualche settimana ormai, preoccupati dalla prospettiva di dover far fronte alla propagazione del coronavirus. Sentimento condiviso da centinaia di milioni di abitanti, privi di qualsivoglia ruolo decisionale ma dotati di efficienti smartphone, attraverso i quali si sono diffuse notizie e immagini in arrivo dal resto del mondo. Chi scrive, è stato contattato da una manciata di quei cittadini, tutti desiderosi di aggiornamenti sullo stato delle cose in Italia.

Ebbene, i numeri (forse dovrei dire la curva) del contagio italiano sono stati utilizzati da molti come modello di partenza per immaginare, con le dovute proporzioni, quanto potrebbe accadere in India. Eloquenti in merito le parole usate dall’amico Nav, con il quale ho avuto modo di confrontarmi spesso in queste settimane: “io sono abbastanza al sicuro al villaggio, ma pensando alle nostre città, è plausibile credere che il virus colpirà dal 5 al 10% della popolazione indiana”. Percentuali da applicare alla seconda nazione più popolosa al mondo, vale a dire a 1,3 miliardi di individui. Secondo Nav quindi, gli indiani a rischio contagio da Covid-19 sarebbero tra i 65milioni e i 130milioni (la popolazione italiana è di 60milioni circa). Molto di più di quanto basti a soffocare la debole capacità di risposta della sanità pubblica indiana, già prossima al collasso in periodi di quiete, figuriamoci con un’epidemia in corso.

Old Delhi vista dal minareto della Jama Masjid. Foto Emanuele Confortin, 2019

Quella di Nav può sembrare una stima esagerata, ma non è poi tanto lontana dalle ipotesi più attendibili, come quella del Center For Disease Dynamics, Economics & Policy, centro di ricerca indipendente, citato dai media di New Delhi. L’analisi del CDDEP sostiene che senza efficaci misure di contenimento, entro luglio potrebbero essere infettati tra i 300milioni e i 400milioni di indiani. Sarebbero in gran parte casi lievi. All’apice del contagio (previsto dal CDDEP per aprile o maggio) gli infetti potrebbero essere 100milioni. Di questi, circa 10milioni di casi seri e 2-4milioni bisognosi del ricovero in ospedale.

La non remota probabilità di avvicinare questi numeri è stata più che sufficiente. New Delhi ha quindi optato per l’imposizione di 21 giorni di isolamento, già alla storia come la più vasta quarantena di tutti i tempi. L’annuncio è stato dato martedì notte dal Primo ministro Narendra Modi, nel corso di una conferenza stampa che ha preceduto di sole 4 ore l’inizio della segregazione. Trattandosi dell’unico metodo utile a contenere la diffusione del contagio, Modi ha ordinato fin da subito il pugno di ferro per far rispettare il distanziamento sociale. Il risultato è evidente nei video che in poche ore si sono diffusi in rete, dove si vedono squadre di poliziotti protetti da mascherine, brandire lunghi bastoni nelle strade di Delhi, pronti a colpire chiunque sia intercettato. In alcuni casi, a ricevere i colpi degli agenti sono stati i farmacisti (bersagliati anche dentro le loro rivendite) i garzoni incaricati delle consegne dei pasti a domicilio e altri lavoratori autorizzati, impiegati nelle aziende “necessarie”. Episodi che rappresentano senz’altro delle eccezioni, ma che ribadiscono l’abissale distanza tra il Centro e il resto del Paese, da cui la difficoltà di applicare sul campo le direttive, questo non solo in tempi di coronavirus.    

I numeri presentati sei giorni dopo l’inizio della quarantena dal sottosegretario al ministero della Salute Lav Aggarwal, parlano di appena 1024 contagi, comprensivi di 27 vittime. Dati ufficiali che non riflettono la realtà. Pur avendo promesso un aumento dei controlli, al momento i test per diagnosticare l’infezione da Covid-19 vengono eseguiti in un numero insufficiente di strutture certificate, esclusivamente a chi manifesta i sintomi e ha recentemente viaggiato all’estero. Ecco che gli aeroporti sono stati per giorni la prima linea nel tentativo di intercettare i contagi, con migliaia di persone sottoposte a controlli direttamente in sala d’attesa (con assembramenti durati anche una giornata) e in alcuni casi trasferiti all’interno di autobus (stracarichi) in strutture apposite per la quarantena. Le condizioni ideali per favorire la diffusione del virus. A seguito dell’imposizione della quarantena, New Delhi ha sospeso anche gran parte dei collegamenti aerei, dei trasporti pubblici, al pari delle attività economiche.

È proprio su economia e lavoro che l’emergenza Covid-19 rischia di colpire più a fondo. Secondo la State Bank of India, il Paese potrebbe sacrificare fino al 4% del Pil, rallentando ulteriormente una crescita economica già sotto le aspettative e lontana dalle promesse elettorali di Narendra Modi. La vera emergenza riguarda ora decine di milioni di lavoratori che di punto in bianco si sono trovati disoccupati, senza possibilità di percepire reddito. Sono in gran parte i lavoratori migranti che vivono nelle metropoli o che gravitano attorno a esse, spesso con famiglie lasciate nei villaggi agricoli, a coltivare terreni dai quali – soprattutto in assenza delle rimesse dalle città – dipende la sussistenza della famiglia. Questo a patto venga concesso ai contadini il permesso di uscire di casa per coltivare i terreni, in un primo momento vietato poi, sembra, autorizzato ma limitando il lavoro ai soli terreni vicini a casa. Secondo Jayati Ghosh, economista della Jawaharlal Nehru University, intervistato dal New York Times, il 50% dei lavoratori migranti rimasti disoccupati nelle città, rischia di subire danni “inimmaginabili”.

Nel ventre di Old Delhi. Foto Emanuele Confortin 2019

Ecco che nell’impossibilità di lavorare, con la prospettiva di rimanere senza danaro, senza un alloggio e senza cibo nel cuore di qualche metropoli, nei giorni successivi all’annuncio della quarantena, milioni di questi lavoratori migranti si sono avviati verso le campagne, per riunirsi alle famiglie di origine. Qualcuno si è incamminato nottetempo, con i propri averi chiusi in un fagotto di stoffa stretto sotto al braccio, iniziando marce di decine di chilometri lungo le autostrade vuote che dalle città raggiungono le zone rurali. Nel caso di Delhi, la maggior parte dell’esodo si è concentrata tra venerdì e domenica nelle poche stazioni di autobus in funzione, da dove sono partiti i 1000 mezzi messi a disposizione dal governo dell’Uttar Pradesh. Code di chilometri e folle enormi di potenziali infetti dal Covid-19 sono rimaste per ore ammassate nella speranza di trovare spazio in un mezzo in partenza, creando le condizioni ideali alla propagazione del contagio. “La nostra preoccupazione non è il coronavirus. Ci preoccupa di più rimanere bloccati a Delhi. Penseremo al virus dopo essere tornati a casa” è una delle testimonianze raccolte dal Hindustan Times nella bolgia di migranti in fuga. In un primo momento, le autorità hanno permesso l’esodo di ritorno dei migranti ma, a un certo punto, il governo centrale ha dato l’ordine di “invertire la rotta” dei mezzi per impedire il trasferimento nelle campagne e ridurre il rischio di propagazione del virus. Per chi lascia le città quindi, New Delhi ha previsto 14 giorni di confinamento obbligatorio all’interno di strutture preposte, ma la strategia di gestione dell’emergenza verrà adeguata di giorno in giorno.

La migrazione di milioni di persone innescata dal coronavirus rappresenta il secondo più grande esodo della storia dell’India da dopo l’indipendenza dal Raj Britannico dell’agosto 1947. Inevitabile il paragone con la Partizione, seguita nel ‘47 allo smembramento dell’India britannica da cui sono nati India e Pakistan. Si è trattato di un evento storico eccezionale, il più vasto esodo del Novecento (15 milioni di persone in movimento con un numero di vittime enorme) conseguenza dell’imbarazzo dei coloni di fronte al dilagante problema costituito dal conflitto religioso e dai contrasti etnici e comunitari, alimentati in parte proprio dal perdurante dominio inglese nel Subcontinente.     

Al fine di rendere più efficiente la gestione della quarantena, il governo Modi ha creato un gruppo di lavoro composto da esperti, a capo di 10 nuclei operativi dislocati in tutto il Paese. Questo dovrebbe servire a ridurre l’impatto dell’isolamento forzato, andando a migliorare servizi cruciali quali la capacità di risposta degli ospedali, il funzionamento dei servizi e dei trasporti di generi di prima necessità, l’implementazione del piano d’emergenza e, non da ultimo, il miglioramento delle comunicazioni al fine di informare la popolazione in modo chiaro e più veloce. 

Ora resta da capire se il piano d’azione voluto da Narendra Modi gioverà a quanti, decine di milioni di persone, vivono assiepati in quartieri privi di ogni logica urbanistica. Enormi palazzoni distanti pochi metri gli uni dagli altri, dove sono ricavati monolocali in cemento (torridi in estate) spesso abitati da famiglie di 5 o più componenti. A questi si sommano gli abitanti degli slum, le cosiddette bidonville che in India danno rifugio a più di 100milioni di individui. Per loro sono previste delle misure volte a sopperire alle esigenze primarie. In quanto ai lavoratori inoccupati, sin da giovedì, il governo ha annunciato lo stanziamento di 20,3 miliardi di euro in aiuti. Misura riservata però ai soli lavoratori “registrati”, lasciando a mani vuote quelli in nero che si stima siano l’80% dei 470 milioni di individui che compongono la forza lavoro indiana. 

Archivio immagini Delhi. Foto Emanuele Confortin, 2019
Sui tetti di Old Delhi. Foto Emanuele Confortin, 2019
L’inevitabile vicinanza degli abitanti di Old Delhi. Foto Emanuele Confortin, 2019
Nel cuore di Old Delhi. Foto Emanuele Confortin, 2019
Un solo letto in una stanza minuscola, dove si vive in cinque. Foto Emanuele Confortin, 2019
Contatto tra persone inevitabile. Foto Emanuele Confortin, 2019
Strade di Delhi, senza il coronavirus. Foto Emanuele Confortin, 2019

 

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