È accaduto tutto lunedì nella valle himalayana di Galwan, dove lo stato indiano del Ladakh sfiora l’Aksai Chin controllato da Pechino. Siamo in una regione strategica, proiettata come un cuneo verso l’Asia Centrale, in prossimità dei confini che separano India, Cina e Pakistan. Una terra d’alta quota, ricca di ghiacciai, dove si concentrano buona parte delle rivendicazioni territoriali che da 60 anni contrappongono New Delhi e Pechino. Qui, stando alle notizie diffuse dall’esercito indiano e riportate dai media internazionali, gli uomini dell’Indo Tibetan Border Police (ITBP, la polizia di frontiera indiana) e del People Liberation Army (PLA, i soldati cinesi) si sono scontrati con mazze e pietre nel più violento confronto dal 1975 a oggi. 20 le vittime indiane, numero confermato dalle autorità militari, precisando che diversi soldati sono morti di freddo nella notte, dopo essere stati ridotti in fin di vita nella battaglia. Nessuna vittima dichiarata sul fronte cinese, da dove arrivano le stesse accuse sollevate da New Delhi sul mancato rispetto “dell’altra parte” della Line of Actual Control (LaC) la linea del cessate il fuoco stabilita dopo la guerra lampo che nel 1962 contrappose i due eserciti, risolvendosi con una cocente umiliazione per le truppe di New Delhi. India e Cina concordano anche sul fatto che non è stato esploso nemmeno un colpo di arma da fuoco, dimostrazione della volontà di lasciare aperta la via del dialogo. Intento ribadito dagli ufficiali di entrambi gli eserciti che all’indomani dello scontro hanno cercato di ripristinare gli equilibri in un’area fortemente militarizzata, dove la combinazione tra assenza di indicatori fisici sul confine (siamo su un altopiano d’alta quota), confusione generata dallo scioglimento delle nevi invernali e, non da ultimo, da un pizzico di zelo di entrambe le parti, è all’origine di presunti sconfinamenti durante le pattuglie.

In Spiti, sul confine tra India e Cina. Foto Emanuele Confortin

La rissa di Galwan però non arriva dal nulla, ma è il frutto di un gioco di posizioni in corso da decenni, aggravato negli ultimi mesi dai presunti sconfinamenti cinesi e dal ripristino di un collegamento stradale (del 2008) da parte di New Delhi, intenzionata a “servire” meglio e più in fretta questo scampolo di Ladakh, uno dei territori più remoti e meno accessibili dell’Himalaya indiano. L’ITBP sostiene che la strada additata dall’esercito cinese sia una risposta ai reiterati avanzamenti e violazioni delle postazioni del PLA, ripresi con forza e maggiore aggressività durante la crisi innescata dal Covid-19 e che secondo l’analista militare Ajai Shukla, nell’ultimo mese sarebbe costata 60 chilometri quadrati di territorio controllato dall’India.

Il dato di fatto è che la crisi di Galwan si inserisce in un momento di incertezza dovuto alla pandemia in corso e alla mancanza di indicatori economici positivi. Le schermaglie nella regione himalayana segnano un nuovo punto di partenza nelle relazioni sino-indiane. Non tanto per il livello di violenza raggiunto, ma per il messaggio lanciato da Pechino con lo spostamento di uomini e mezzi nell’Akshai Chin, e attraverso l’innalzamento della pressione in un’area di grande importanza geostrategica. È qui che con la modifica dell’articolo 370 della Costituzione, ad agosto 2019 il governo guidato dal Primo ministro indiano Narendra Modi – leader della destra nazionalista hindu – ha revocato lo statuto speciale in Jammu e Kashmir, l’unico stato indiano a maggioranza musulmana, dal 1947 oggetto di una strenua contesa con il Pakistan, alleato regionale della Cina. Dopo la modifica della Costituzione, New Delhi ha smembrato il Jammu e Kashmir in due nuove unità amministrative direttamente legate a New Delhi, una delle quali il neonato Ladakh.

La contesa tra India e Cina ai confini rientra però in un quadro più ampio. Entrambe le potenze nucleari hanno agende geopolitiche simili, seppure con posizioni contrapposte, ciascuna basata sulla necessità di acquisire nuove aree di influenza a scapito del rivale (e dei rispettivi alleati, per l’India in primis Stati Uniti). Lo scopo è consolidare una posizione egemone nell’area Asia-Pacifico. Centrale in questo contesto geopolitico c’è l’Himalaya, che con il suo arco montuoso di 3.500 chilometri unisce l’Afghanistan, in Asia Centrale, allo Yunnan, sulla via del Mar Cinese del Sud. Va poi considerato che la più grande catena montuosa del pianeta offre la maggior superficie ghiacciata dopo i Poli. Ghiaccio significa grandi fiumi, risorse indispensabili per il futuro dell’Asia, contesto in cui la disponibilità d’acqua dovrebbe ridursi del 20% nei prossimi vent’anni. Le cose si complicano quando la crisi idrica colpisce un Paese come l’India, abitato da 1,37 miliardi di individui, dove la crescita demografica annua è dell’1,7% (36 milioni di persone), tutte da sfamare e da dissetare.

La Cina a Est  

L’acceso confronto tra India e Pakistan per il Kashmir e i fatti di Galwan aiutano a comprendere l’estesa militarizzazione dell’arco himalayano, dove da anni l’India sta aumentando i contingenti militari, investendo in tecnologie per la sorveglianza e l’individuazione di possibili vie di passaggio. Tutto questo, nel tentativo di colmare il vuoto che la separa dalla Cina, posizionata meglio e più in forze. Il rafforzamento militare sul confine è stato preso sul serio da New Delhi, impegnata nella più massiccia corsa al riarmo degli ultimi settant’anni. Nel 2015 l’India è divenuta la sesta nazione al mondo per investimenti e importazione in armi, spendendo 51,3 miliardi di dollari, equivalenti al 2,3% del PIL nazionale. Dal 2006 al 2016, gli investimenti in strumentazioni belliche sono cresciuti del 43%, superando nella classifica mondiale la Francia e il Giappone. La spesa militare indiana dovrebbe continuare a crescere, fino a sfiorare i 64 miliardi entro la fine di quest’anno. Lo stesso accade dall’altra parte del confine: nel 2015 Pechino ha infatti investito più di 210 miliardi di dollari in armamenti ponendosi al secondo posto (+132% nel periodo 2006-2016) dopo gli Stati Uniti.

In Spiti, sul confine tra India e Cina. Foto Emanuele Confortin

Il picco critico nei rapporti tra India e Cina è stato con la guerra lampo del 1962. Dopodiché, solo scaramucce più o meno serie, alternate a dichiarazioni bellicistiche, sconfinamenti accidentali, manifestazioni di intenti in territorio conteso, botta e risposta dei media nazionali. A partire dai primi anni del 2000, New Delhi e Pechino si sono già confrontate più volte sulla linea di confine, senza tuttavia arrivare a scontri veri e propri. Un esempio significativo ci è dato da un episodio che risale a giugno 2017. All’epoca, l’esercito indiano aveva risposto a una richiesta di intervento del governo del Bhutan, preoccupato da quella che considerava una violazione della sovranità da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. Il fatto era accaduto nell’area del Doklam, il punto in cui i confini dell’India, della Cina e del Bhutan si uniscono. Qui, Pechino aveva avviato la costruzione di un collegamento stradale in quota, rivendicando l’intera area parte integrante della Repubblica Popolare. In risposta all’allerta bhutanese, New Delhi si era subito mobilitata trasferendo nell’area della crisi alcune truppe di stanza nella base di Sukna, in Sikkim. Parallelamente era stata predisposta l’evacuazione preventiva di centinaia di civili dal vicino villaggio di Nathang. In pochi giorni la situazione degenerò, dando avvio a un acceso confronto tra i due eserciti, che anche se non è sfociato nello scontro armato, ha congelato le due posizioni in una sorta di prova di resistenza: la Cina ferma a sostenere la propria integrità territoriale a Doklam, ma anche in Arunachal Pradesh, regione del Nordest indiano rivendicata da Pechino come parte del Tibet meridionale; l’India pronta a difendere le rivendicazioni bhutanesi, e  particolarmente interessata a proteggere l’imbuto di Siliguri, una stretta striscia di terra di 22 chilometri, schiacciata tra Nepal e Bangladesh, chiusa a nord dal Bhutan. Per l’India, il passaggio di Siliguri è strategico essendo l’unico collegamento terrestre con i territori del Nordest, quindi cruciale in caso di conflitto per controllare l’intera regione, resa instabile da movimenti indipendentisti.

Dopo tre mesi dall’inizio della crisi, a fine agosto 2017, l’emergenza del Doklam è rientrata; questo per effetto della decisione congiunta di lasciare tutto inalterato, e di riportare le truppe alle posizioni originarie. In realtà, a inizio 2018, l’attività militare era ancora in corso, da entrambe le parti, con assembramenti di aerei militari e di truppe indiane e cinesi in tutta l’area (dati pubblicati nel Rapporto Preparing for a Rematch at the Top of the World (agenzia di Intelligence Stratfor), basati su rilevamenti satellitari che ci dicono come gli indiani fossero in appoggio a Bagdogra e ad Hasimara, mentre l’esercito cinese avesse rafforzato i contingenti a Lhasa e a Shigatse). Dopo un confronto durato settantadue giorni, la questione del Doklam è stata ufficialmente archiviata solo ad aprile 2018, durante un vertice tra le rispettive rappresentanze a Wuhan, in Cina. Ma se Wuhan è servito a sciogliere la tensione, tutte le rivendicazioni territoriali ai confini restano aperte.

Contesa nel Piccolo Tibet

Gli attriti tra esercito cinese e indiano continuano anche sulla parte occidentale della LaC, precisamente negli stati indiani dell’Himachal Pradesh e del Ladakh. È proprio qui, in Ladakh, che l’India lamenta problemi di sovranità nei confronti della Cina. A nordest, l’esercito cinese detiene il controllo dell’Aksai Chin, un’area rivendicata da New Delhi in quanto considerata parte integrante del Kashmir. In questo deserto d’alta quota il confronto tra India e Cina continua da anni, con effetti a catena lungo tutta la frontiera, inclusa la militarizzazione dello Spiti e del Kinnaur, distretti dello stato dell’Himachal Pradesh schiacciati contro il Tibet. Come in tutte le questioni di confine, il problema resta territoriale. Sulla base di un rapporto pubblicato dal Governo indiano a gennaio 2009, risulterebbe una perdita sostanziale di terreni in Ladakh da parte dell’India. Le aree imputate non sarebbero state sottratte durante un’azione delle truppe cinesi, ma sembra siano state “perse” per effetto di un restringimento territoriale, ovviamente a favore di Pechino. Ad evidenziare quello che New Delhi considera un “maltolto”, è stata la comparazione tra le mappe tracciate a fine anni Ottanta, e l’attuale linea di confine. Ad aver innescato il restringimento, sarebbero in realtà una serie di avanzamenti dell’Esercito di Liberazione Popolare, avvenuti sotto il naso di New Delhi, colpevole di un ventennio di controlli superficiali, della mancata produzione di mappe aggiornate, e dell’assenza di memoria istituzionale da parte delle amministrazioni che si sono succedute in Ladakh. Pechino avrebbe quindi approfittato di questo vuoto per ridisegnare a proprio favore la frontiera.

Il precedente 

Un altro episodio di contesa territoriale è accaduto ai piedi del Monte Gya riconosciuto da India e Cina come punto di confine. Qui, il 31 luglio 2009 gli uomini del PLA hanno compiuto un’incursione chiaramente provocatoria: un gruppo di soldati è penetrato in territorio indiano per 1.500 metri, marcando massi e rocce con scritte di vernice rossa riportanti la parola “China”. Poco lontano dal Monte Gya, sempre nel settore nord-occidentale, tra aprile e maggio 2013 i due eserciti si sono confrontati sull’altopiano del Depsang, situato nel tratto di confine prossimo all’Aksai Chin. Secondo le informazioni diffuse all’epoca dai quotidiani indiani, l’esercito cinese aveva installato delle “strutture temporanee” in un’area controllata dall’India, non tanto come atto di aggressione o tentativo di sottrazione di alcuni territori, bensì come atto simbolico di dichiarazione di intenti prima della visita del nuovo Primo ministro cinese Li Keqiang a New Delhi. A Depsang, Pechino ha voluto ribadire la propria fermezza in materia di rivendicazioni territoriali, a prescindere dai buoni rapporti tra i due Paesi.

Qualcosa di simile è accaduto ancora a settembre 2014, in occasione del più importante vertice bilaterale India-Cina dall’instaurazione del governo di Narendra Modi: la visita a New Delhi del presidente cinese Xi Jinping. Pochi giorni prima dell’incontro, le truppe dei rispettivi eserciti sono state disposte su posizioni di difesa nell’area di Chumar, tra Spiti e Ladakh, a causa di un presunto sconfinamento da parte cinese. Anche in questo caso i mezzi d’informazione hanno trattato in modo diffuso l’episodio, classificandolo come il più grave degli ultimi anni avvenuto nel settore nord-occidentale (prima dei fatti dell’altro giorno). Ma anche in questo caso, la tensione è rientrata con la sottoscrizione da parte indiana e cinese di un accordo di cooperazione strutturato in dodici punti, incluso lo stanziamento di 20 miliardi di dollari di investimenti cinesi per l’implementazione di nuove infrastrutture in India. Durante il vertice, nessuna delle parti in causa ha proposto un reale confronto sull’accaduto, sebbene sia Modi che Xi Jinping abbiano ribadito l’importanza di mantenere la pace a garanzia del progresso nei rapporti reciproci.

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