Srinagar, 12 Maggio 2011. E se fosse una donna, per giunta hindu, a cambiare le sorti del Kashmir indiano? Difficile dirlo ora, ma Aisha Jee, ecco il nome della 59enne  di jati bramanica di cui tanto si parla in queste ore in India, è stata capace di trionfare alle elezioni per la Panchayat (l’assemblea dei cinque, o assemblea di villaggio) in un’area a maggioranza musulmana. La nomina di Aisha non è di per se sensazionale. In India non è raro trovare donne a capo della Panchayat, tuttavia il vero significato dell’elezione emerge dando una breve scorsa alla storia recente del Kashmir, stato conteso da India e Pakistan sin dall’indipendenza del 1947, a costo di decine di migliaia di vittime e violenze, che continuano anche oggi a causa delle forte militarizzazione del territorio. Il Kashimir sorge a ridosso del confine che separa l’India dal Pakistan e dalla Cina, nel Nordovest del Paese, ed è popolato in stragrande maggioranza da musulmani, tutti o quasi tutti schierati a favore dell’indipendenza della loro terra dall’India, nazione vista come occupante. In seguito alla violenta insurrezione armata cominciata nel 1989, la valle di Srinagar è stata teatro di crimini orrendi, commessi tanto dai militanti in lotta contro il Governo di New Delhi, quanto dalle truppe indiane schierate sul territorio in numero enorme e talvolta prive di un vero e prorpio sistema di comando centralizzato. La realtà è ovviamente molto più complessa e piena di sfumature, e di certo non si limita ad un confronto a due, tuttavia il sentimento anti-indiano covato nel tempo dagli abitanti della regione, nel passato è sfociato in azioni di violenza contro le minoranze hindu, come quella cui appartiene Aisha Jee, che in molti casi hanno abbandonato le loro case e la terra di origine, per un rifugio in zone meno pericolose nel Sud. Alcuni di questi hindu di jati bramanica, hanno scelto di restare, cercando un equilibrio con la maggioranza musulmana, ed instaurando nel tempo un rapporto di fiducia tra le diverse comunità, malgrado tutto. Un esempio concreto è proprio quello di Aisha, votata sia da hindu che da musulmani nel villaggio di Wussan, situato nel blocco di Kunzer lungo la direttiva che collega Srinagar alla città di Gulmarg. “La mia vittoria dovrebbe dire a tutti gli hindu kashmiri in esilio in altre parti del Paese, che per loro c’è speranza di vita in Kashmir”, ha dichiarato Aisha ai media in seguito alla chiusura delle urne. E’ improbabile che l’eperienza di Wussan possa stravolgere le sorti dello stato, ma si tratta pur sempre di un segnale chiaro della volontà di pace e di convivenza che ora come un tempo anima i cittadini del Kashmir. Purtroppo, se il governo di New Delhi non si deciderà, come annunciato più volte senza poi agire di conseguenza, a richiamare almeno parte delle truppe schierate sul territorio, la tensione continuerà a rimanere alta. Vecchi e giovani in Kashmir non sono più disposti a sopportare l’impunità concessa da una legge speciale ai soldati, praticamente liberi di commettere ogni tipo di crimine senza rispondere delle loro azioni. Questo libero arbitrio fino ad oggi ha contribuito solo a tenere alta la tensione, al prezzo di omicidi, rapimenti, sparizioni di cittadini, stupri e torture. A questa spirale di violenze si sono opposti in questi giorni i cittadini di Wussan, e con Aisha a guidarli sono l’esempio concreto che una speranza esiste, anche in Kashmir e anche dopo 70.000 morti. Probabilmente la neoeletta leader della Panchayat neanche immagina il significato storico della propria nomina, per lei ora le priorità sono altre: migliorare le strade del villaggio, modernizzare l’approvvigionamento di acqua e corrente elettrica.

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