La terribile escalation di violenze e terrore iniziata mercoledì sera a MumbaiW, ha coinvolto moltissimi stranieri, tra i quali anche degli Italiani, alcuni del Veneto. Non è un caso infatti, se i militanti del Deccan MujahideenW hanno dato il via all’attacco in prossimità del Gateway of India, l’imponete arco proteso verso il Mare Arabico, situato di fronte al Taj Mahal Hotel, nell’area di Colaba.  Sono questi i luoghi simbolo di una città che più di ogni altra rappresenta l’India, celebrati in ogni forma e misura, dalle cronache di viaggio degli esploratori inglesi ai racconti postati dai moderni blogger, passando per opere memorabili come “L’odore dell’India” di Pier Paolo Pasolini, ospite con Moravia nel ’61 al Taj Mahal. È qui che si concentra il turismo internazionale, e sempre qui sono soliti incontrarsi i lavoratori stranieri, i cosiddetti ‘espatriati’, per trascorrere qualche ora in compagnia. Uno di questi è Stefano Checchin, 26enne di Spinea, responsabile da oltre 2 anni dell’ufficio indiano del Porto di Venezia, situato presso la sede della Camera di Commercio Indo Italiana, a Prabhadevi. Lo abbiamo raggiunto ieri mattina al telefono, durante un’uscita fugace in un supermercato poco lontano dal suo appartamento a Worli, in un’area relativamente tranquilla. “È stata una notte di paura – racconta Checchin, laureato in hindi a Cà Fosacari –, non si capisce ancora cosa stia succedendo, per questo siamo in contatto con il consolato di Mumbai che ci ha invitato a rimanere in casa”. Mercoledì notte, mentre in città scoppiava l’inferno, il manager di Spinea era diretto in taxi all’aeroporto internazionale. “Stavo andando a prendere due amiche giunte da Milano – continua –, e con il taxi sono passato per Vile Parle. All’andata non ci sono stati problemi, ma al ritorno, neanche mezzora dopo, nello stesso luogo abbiamo notato la carcassa di un’auto fatta saltare in aria. Lo spettacolo è stato impressionante e mi ha molto scosso. I rottami dell’auto erano sparsi ovunque, e attorno a quel che rimaneva dell’abitacolo c’era un gruppo di persone in movimento. Pensavo stessero aiutando qualcuno, in realtà ho capito che ricomponevano un corpo”. È iniziata così la lunga notte di Stefano Checchin, che avrebbe dovuto accompagnare le ospiti a Colaba, in uno dei numerosi hotel per turisti situati nei pressi del Leopold Caffè, l’area in cui la forza dell’attacco è stata maggiore. “Sebbene non fosse ancora chiara la gravità della situazione, dalle notizie diffuse alla radio ho capito che era meglio rimanere a Worli, più a nord, così siamo andati nel mio appartamento, condiviso con altri due italiani”. Le ore a seguire sono trascorse lente, tra una chiamata al cellulare e l’incertezza per la sorte di amici e conoscenti in città, con lo sguardo fisso sul televisore dove le emittenti indiane trasmettevano il terrore in diretta. “Ero molto preoccupato per una decina di delegati italiani dell’Enit rimasti bloccati all’Oberoi Trident – racconta –, si sono trovai nel mezzo dell’attacco. La maggior parte di loro so per certo che sono riusciti a fuggire, ma temo che qualcuno sia ancora in ostaggio. Erano qui per la serata conclusiva di Festa Italiana, l’evento annuale organizzato dalla Camera Indo Italiana”. Situazione invariata ieri sera, quando abbiamo sentito per la seconda volta Checchin, sollevato all’idea di partire stamattina per Delhi. “Non è stata una giornata tranquilla, comunque non abbiamo corso pericoli – conclude –, ci siamo riuniti in sei, tutti italiani, e abbiamo trascorso il tempo seguendo i fatti, nella speranza che le cose si sistemassero. Sfortunatamente siamo ancora in attesa”.

Articolo pubblicato da Il Gazzettino, venerdì 28 novembre 2008

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