Colombo, 22 maggio 2009. Dopo un quardo di secolo, il sanguinoso conflitto tra i guerriglieri del Liberation Tigers of mahinda-rajapaksaTamil Eelam (LTTE) e l’esercito singalese sembra definitivamente concluso. Almeno secondo il presidente singalese Mahinda Rajapaksa, che in questi giorni ha festeggiato la vittoria, costata migliaia di vittime civili, sfruttando lo slancio dato dalla fine della minaccia terroristica per presentarsi nella rinnovata veste del leader possibilista. Nel corso di un recente intervento pubblico, Rajpakasa ha promesso compromessi alla minoranza Tamil, impegandosi (parlando anche in lingua Tamil) a lavorare per una riconciliazione. “In questo momento vittorioso, è importante per noi affermare, con grande responsabilità, che non intendiamo accettare la soluzione militare come soluzione finale”, ha affermato il presidente, aggiungendo “è importante dare alla gente la libertà che è nei diritti degli abitanti delle altre parti del Paese”. Secondo gli analisti, si tratterebbe di un’apertura politica verso i Tamil, volta a garantire crescente peso decisionale per i rappresentanti della minoranza a Colombo, prevenendo così una possibile ripresa dell’antagonismo che nell’86 sfociò in uno dei più lunghi e sanguinosi conflitti della storia moderna. Per evitare che i Tamil si riorganizzino militarmente, è fondamentale a questo punto un intervento concreto, veloce e risolutivo, in grado di far sentire i Tamil un pò meno minoranza e soprattutto meno discriminati, a partire dalla riduzione dei continui controlli di sicurezza imposti dalle autorità ai cittadini Tamil, trattati alla stregua di prigioneri nella loro terra. Se ne è reso conto il governo singalese, che già parla di riportare nelle loro case gli oltre 250 mila profughi da settimane ospitati all’interno di campi di raccolta, promettendo la ricostruzione – anche attraverso stanziamenti stranieri – di villaggi e infrastrutture rasi al suolo durante i bombardamenti. Uguaglianza dunque, sembra questo il leitmotiv per Rajpakasa e i suoi, così come ribadito dall’ambasciatore statunitense Robert Blake mercoledì in conferenza: “lo Sri Lanka deve lavorare sodo per consentire a chiunque di sentirsi uguale”.

Ora a sostituire il nemico ‘fisico’, da una parte e dall’altra, sono i germi delle ideologie alla base delle violenze degli ultimi anni. Da un lato le Tigri, per le quali qualsiasi oppositore interno od esterno al prgetto di costituire una nazione Tamil indipendente doveva essere eliminato, dall’altro gli estremisti singalesi, pronti ad uccidere quanti consideravano possibile trovare una soluzione di compromesso, o si opponevano alla guerra totale.      

Il conflitto dello Sri Lanka fonda le radici nel 1948, anno in cui ebbe fine il Raj Britannico. Sentendosi esclusi dall’élite anglofona, i singalesi cercarono di ottenere un riconoscimento ufficiale per la loro lingua. Nel 1956 fu introdotta la sri-lanka legge ’sinhala only’, che provocò la divisione del sud a maggioranza singalese, dal nord abitato principalmente da tamil (18% della popolazione), in parte nativi, altri ‘importati’ come manodopera per le piantagioni di té dalle truppe di Sua Maestà. All’inizio degli anni Settanta, i tamil invocarono la creazione di uno stato federale nel nord, e il conseguente rifiuto del governo di Colombo innescò la rivolta armata guidata dall’LTTE. Si trattò di una deriva per lo Sri Lanka, isola-Stato uscita dal colonialismo britannico nel 1948 senza sparare un colpo di fucile, ma già con i semi della futura instabilità etnica. Lo stallo nella soluzione delle controversie e le ingiustizie, vere o percepite, patite dalla minoranza, hanno spinto i Tamil a insorgere con le armi. Le Tigri sono nate nel 1972 per volere di un capo guerrigliero che sarebbe diventato leggendario per la sua ferocia: Velupillai Prabhakaran. La guerra civile nel 1983, quando le Tigri riescono di fatto a impadronirsi di gran parte delle province del Nordest, a partire da quella di Jaffna. La loro azione porterà Colombo a chiedere aiuto al gigante vicino, l’India, che tra il 1987 e il 1990 sarà presente con centomila uomini. Decisione, tra l’altro, che avrà come conseguenza l’assassinio di Rajiv Gandhi da parte di una kamikaze che si farà esplodere nel 1991 (episodio di cui ieri cadeva il 18esimo anniversario) durante un suo comizio nello Stato indiano del Tamil-Nadu. La storia degli anni seguenti è una sequela di agguati, spedizioni punitive, attentati e azioni suicide che hanno provocato, nel complesso, la morte di 70 mila persone.

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