Pune, 17 Febbraio 2010. Ieri, a tre giorni dall’attentato dinamitardo in cui hanno perso la vita 11 persone a Pune tra le quali l’Italiana Nadia Macerini, è giunta la rivendicazione da parte di un gruppo pakistano in lotta per la liberazione del Kashmir. Si tratterebbe di un’organizzazione fino ad ora sconosciuta, che si fa chiamare Lashkar-e-Taiba al-Almi. La telefonata che ha svelato la responsabilità dell’attentato è stata fatta da Abu Jindal, probabilmente un nome fasullo, il quale ha chiamato Nirupama Subramanian, corrispondente da Islamabad del quotidiano indiano The Hindu. La chiamata è stata fatta da Miranshah nel Waziristan del Nord, nelle aree tribali dove è in corso la pesante offensiva dell’esercito pakistano e degli Stati Uniti contro i taliban e al-Qaeda. Il LeT al-Almi si è presentato come una fazione nata dal Lashkar-e-Toiba, organizzazione terroristica con forti e noti legami all’interno dell’Inter Service Intelligence, i servizi segreti pakistani, e coperta dal Jumaat-ud-Dawah, una sorta di associazione ‘umanitaria’ che funge da facciata per la raccolta di fondi e per l’organizzazione del LeT in Pakistan. Se davvero il LeT al-Almi fosse un gruppo indipendente dal LeT, ciò segnerebbe un momento di svolta nel già complesso scacchiere dei gruppi terroristici in attività in Pakistan, oppure potrebbe trattarsi dell’ennesimo cambio di pelle della stessa creatura, creata e cresciuta dall’ISI per sostenere una guerra non ufficiale contro l’India per il controllo del Kashmir. Ebbene, nella telefonata di Abu Jindal è stato presentato come movente principale dell’esplosione di Pune proprio il Kashmir, in merito al quale l’India non sembra intenzionata a voler intavolare alcuna trattativa in vista della riapertura del Composite Dialogue, il processo di normalizzazione dei rapporti con il Pakistan, che riprenderà ufficialmente a New Delhi il prossimo 25 febbraio. L’altro movente addotto dal portavoce del Let al-Dawah riguarda gli accordi di collaborazione siglati tra India e Stati Uniti. Non è un caso, se l’attentato di Pune è avvenuto il giorno dopo l’annuncio della ripresa del dialogo il 25 di questo mese. 

Il rifiuto dell’India ad inserire nell’agenda anche la disputa sul Kashmir (rivendicato da New Delhi per intero, senza riserve) è stato criticato oggi anche da Hafiz Saeed, leader del Jamaat-ud-Dawah e accusato dalle autorità indiane di essere la mente degli attentati di Mumbai del 26 novembre 2008. “L’India non ha mai avuto un sincero interesse ad aprire il dialogo – ha dichiarato in un’intervista all’emittente televisiva Al-Jazeera -. Quando lo fa è solo per interesse nazionale. New Delhi deve riconoscere il Kashmir come disputa principale se davvero vule ristabilire il dialogo con il Pakistan”.

Legittime o meno che siano le pretese del Pakistan di inserire nel Composite Dialogue anche la Questione Kashmir, è assodato come sia questo il nervo scoperto nei rapporti tra le due potenze nucleari, già tre volte in guerra per il controllo dell’ex regno himalayano. Come da tempo insistono storici ed esperti di geopolitica, non potrà esserci una reale distensione tra India e Pakistan in assenza di una soluzione sul Kashmir, dalla quale dipende in modo diretto anche l’equilibrio dell’Asia Meridionale.

Tornando all’attentato nella German Bakery di Pune, dove il numero delle vittime è salito 11, il governo ha reso noti i primi 4 arresti. Si tratta di due “sospetti” intercettati dalla polizia in un quartiere di Pune, e altri 2 tratti in arresto ad Aurangabad nel corso delle indagini per la cattura dei responsabili. Al fine di facilitare le cose, gli inquirenti hanno emesso una taglia pari a 157.000 euro sui colpevoli.

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