Reportage pubblicato su East 28

Amritsar, 17 Febbraio 2010. Il Punjab è uno stato dalla doppia ‘personalità’. Diviso in due all’epoca della Partizione, è oggi amministrato dal Pakistan, cui andò la parte occidentale, e dall’India, che detiene la porzione orientale. Arrivo nel Punjab indiano in una giornata torrida, dopo più di 8 ore di viaggio sullo sgangherato autobus ‘deluxe’ preso a Jammu, capitale invernale del vicino stato di Jammu e Kashmir. A preannunciare l’ingresso nella nuova giurisdizione è il netto miglioramento del fondo stradale e la conseguente riduzione dello sferragliare delle lamiere del mezzo, che ha fatto da colonna sonora per l’intera durata del viaggio, assieme all’unica cassetta di musica indiana sparata a tutto volume. Le vaste distese di campi coltivati e ben tenuti che si allungano su entrambi i lati della strada, giustificano l’appellativo di ‘granaio dell’India’ attribuito a questo stato, che è anche il più ricco e sviluppato dell’intera nazione. Mancano ancora un paio d’ore alla città di Amritsar, considerata la Mecca del sikhismo, termine introdotto dagli inglesi per identificare la religione dei sikh, i ‘discepoli’ di Guru Nanak – fondatore di questa importante tradizione risalente al 1500 d.C. – e dei nove maestri che gli sono succeduti. Il progressivo avvicinamento alla città santa, situata a 7 ore di autobus dalla capitale Chandigarh, è evidenziato dall’alta concentrazione di fedeli, che costituiscono almeno il 70% della popolazione del Punjab indiano. I sikh sono inconfondibili, soprattutto i maschi, quasi tutti muniti di un vistoso turbante costituito da una singola striscia di tessuto arrotolata sulla testa. Se si osserva con maggiore attenzione però, si colgono altri segni distintivi, noti come Cinque ‘K’, a partire dai capelli e barba lunghi (Keś), un pugnale munito di fodero fissato alla cintura o inserito nelle pieghe del turbante (Kirpā‘), un piccolo pettine (Kanghā), un bracciale in ferro (Ka•ā) e dei pantaloni lunghi fino a sotto il ginocchio (Kach). I Cinque ‘K’ identificano i sikh entrati per scelta a far parte del khālsā – la ‘comunità dei Puri’ –, fondato dal decimo e ultimo guru, Govindh Singh, che ha introdotto il carattere marziale e guerriero evidente tra i propri membri, ai quali, dopo l’adesione, viene assegnato anche il nome Singh: ‘Leone’. I membri del khālsā sono ancora oggi i difensori della comunità sikh, storicamente nemici dei musulmani, con i quali hanno combattuto sanguinose battaglie sin dai tempi della dominazione Moghul. 

Amritsar, la città dei sikh
Scendo dall’autobus poco lontano dalla stazione ferroviaria di Amritsar, ultima tappa per i convogli diretti oltre il vicino confine con il Pakistan, da dove provengono gli ingenti traffici di oppio e droghe pesanti che affliggono il Punjab. Giusto il tempo di trovare una sistemazione e parto con il primo moto-rikshaw alla volta della città vecchia, in vista del grandioso Harimandir Sahib, il Tempio d’Oro, ritenuto il luogo più importante del sikhismo. Malgrado la temperatura insopportabile, giunta oltre i 47 gradi con tassi di umidità altrettanto elevati, le strade sono intasate di donne e uomini, vacche, capre e cani che si spostano senza sosta in un labirinto di taxi, camion, biciclette, rikshaw e carretti trainati da buoi, cavalli e in un caso da un maestoso dromedario. Escludendo la bolgia sulla strada, carattere onnipresente in qualsiasi città dell’India, ho l’impressione che da queste parti regni una calma particolare. Ogni individuo sembra abbia uno scopo preciso, sappia di poterlo perseguire e si senta in tempo per riuscirci. Probabilmente è merito della fede che anima i sikh, o forse della ricchezza della loro terra. Quasi tutte le famiglie del Punjab hanno parenti all’estero, sparsi (si dice) in ogni stato del pianeta, per cui le rimesse di denaro, che da anni vengono spedite a casa, sono servite per migliorare le scuole, i servizi pubblici, la sanità e a sostenere la crescita economica. Come risultato, i sikh dispongono di un reddito superiore alla media indiana, con ripercussioni sulla qualità della vita: i più giovani godono di un’alimentazione migliore e crescono più sani e robusti, ricevono un’istruzione di livello superiore, grazie alla quale accedono con facilità a cariche dirigenziali nelle imprese, nella pubblica amministrazione e soprattutto nell’esercito. Sebbene i sikh rappresentino il 2% del totale della popolazione indiana, occupano l’11% degli incarichi pubblici. Ne è un esempio l’attuale premier Manmohan Singh, il sikh più celebre al mondo, che è anche il primo non hindu ad investire questa carica, nonché primo politico indiano dopo Jawaharlal Nehru ad essere stato rieletto per un secondo mandato consecutivo.

Il Tempio d’Oro
Il complesso dello Harimandir Sahib si erge imponente al termine di una strada fiancheggiata da ristoranti, hotel e negozietti che espongono gli stessi souvenir e oggetti religiosi. L’accesso all’area templare è consentito anche ai non sikh, senza distinzione di religione, genere o casta, elemento importante dell’insegnamento di Guru Nanak, che vede nell’uguaglianza e nella commensalità dei principi peculiari, lontani dallo Hinduismo e dall’ Islam. Prima di essere ammessi all’interno dell’edificio, bisogna lasciare le scarpe nel deposito situato alla sinistra dell’ingresso, poi, a chi non ne è già munito, viene consegnato un foulard da legarsi in testa. Osservo l’etichetta con precisione, il tutto sotto gli occhi compiaciuti di un giovane guardiano in divisa arancione, che brandisce una vistosa lancia con il puntale in ferro. Superato l’ingresso, l’attenzione va subito all’Amrit Sarovar, il lago artificiale nel quale i fedeli eseguono delle abluzioni purificatrici, aiutati da alcune catene e assistiti da imponenti ‘leoni’ sikh in tenuta arancione, pronti a porgere il manico della lancia per aiutare i ‘bagnanti’ ad uscire. Al centro del lago, sorge lo Hari Mandir Sahib, sancta sanctorum del tempio, interamente laminato d’oro, dove è custodito il libro sacro del sikkismo, noto come Guru Granth Sahib, nel quale si ritiene sia presente lo stesso spirito divino che animò i 10 maestri della tradizione.

L’Operazione Blue Star
Il clima di serenità che si respira entro le mura del tempio stride fortemente con la sua storia. In questo luogo, tra il 3 e il 6 giugno 1984 l’esercito indiano mise in atto l’operazione Blue Star. Si trattò della risposta che il primo ministro Indira Gandhi, figlia di Nehru, volle dare ai militanti sikh guidati da Jarnali Singh Bhindrawale, leader della coalizione di partiti Akali Dal, asserragliati all’interno del Tempio d’Oro nel corso di una massiccia mobilitazione per l’ottenimento del Khalistan (dalla lingua punjabi la ‘Terra dei Puri’), una nazione autonoma per i sikh. “Spararono con carri armati e artiglieria pesante” spiega Balbir Singh, 65enne seduto all’ombra del colonnato sotto la Torre dell’Orologio. La sua hindi mista a punjabi è incomprensibile, per cui chiedo aiuto al giovane J.S. Jaidka, studente di legge poco più che ventenne appassionato di Del Piero, Valentino Rossi e delle moto Royal Enfield. “Morirono almeno 3000 persone, ma a 25 anni da quel giorno non conosco ancora il numero esatto delle vittime – continua Balbir –. Al momento dell’attacco ero al tempio per la preghiera, così come avevo fatto i giorni precedenti e come avrei fatto in seguito”. I racconti di Balbir creano il silenzio attorno a noi, dove nel frattempo si è formato un capannello di curiosi fermi ad osservare. “Se vai a vedere laggiù – traduce Jaidka indicando la facciata antistante il Lachi Ber, albero sacro dotato, dicono, di grandi poteri – puoi vedere ancora i fori dei proiettili, in alto, sopra l’ingresso secondario. Il resto è stato ricostruito”. Di lì a poco, mentre fotografo la facciata bucherellata dalle pallottole, intuisco la portata del fallimento dell’operazione Blue Star, che oltre alle vittime del tempio, costò la vita alla stessa Indira Gandhi, freddata pochi mesi più tardi a colpi di mitra dalle sue guardie del corpo sikh, tra le mura della fortezza in cui viveva a New Delhi, divenuta oggi un museo alla sua memoria. L’assassinio del primo ministro innescò una spirale di violenza. A partire da Delhi, scoppiarono sanguinose insurrezioni contro i sikh di tutto il Paese, e al termine di 3 giorni di anarchia totale, solo nella capitale si contarono 1000 vittime. I fatti dell’84 finirono inevitabilmente con il rimpinguare le fila degli estremisti sikh, in particolare quelli del Babbar Khalsa, dando il via ad un decennio di violenze e attentati terroristici che sconvolse l’India intera.

L’ombra del Khalistan
 “Con la Partizione gli hindu hanno avuto il loro Hindustan (l’India ndr) e i musulmani il Pakistan. Noi vogliamo il Khalistan, una terra per i sikh”. Sono queste le parole usate da un giovane guardiano dello Harimandir Sahib, per esprimere il suo concetto di nazione autonoma. Lo incontro nella penombra dello spogliatoio, dove i volontari del tempio indossano le tuniche colore arancio e si danno il cambio tra un turno e l’altro. I suoi amici e colleghi lo presentano come portavoce, chiamandolo scherzosamente Mangu, soprannome irrisorio che accetta di buon grado. Vicino a lui siede il compagno di servizio Pangu, ben felice di spiegarmi lo stato delle cose: “con la Partizione del ’47, il nostro Punjab fu diviso in due tra India e Pakistan”. Si ferma un istante alla ricerca dell’approvazione dei presenti, che con qualche dondolio di testa lo invitano a continuare: “quasi tutti i sikh che si trovarono nel neonato Pakistan fuggirono da questa parte del confine. Ci furono scontri con i musulmani e tanta violenza, ma noi siamo ripartiti dal Punjab per lavorare al nostro futuro e per la nostra comunità”. Il movimento a sostegno del Khalistan si sviluppò prima della Partizione, per entrare nel vivo negli anni ’70 e ’80, poi ad un certo punto fu travolto dalla militanza armata fino ai primi anni ’90, quando la polizia indiana diede il via alla repressione sistematica. Oltre al Punjab, le fazioni indipendentiste rivendicavano l’Haryana (stato a maggioranza hindu nato nel ’66 da una costola del Punjab), poi parte del Jammu e Kashmir, parte dell’Himachal Pradesh (anche questo nato da un frazionamento del Punjab) e giù a sud fino al Mare Arabico attraverso il Gujarat. Sebbene né ad Amritsar né a Chandigarh io sia riuscito ad avere una conferma in tal senso da un sikh, oggigiorno in Punjab e dintorni i movimenti pro Khalistan hanno perso efficacia e in alcuni casi sono scomparsi. La corrente politica e culturale sopravvissuta, deve fare i conti con il crescente sentimento nazionalistico degli indiani (non solo degli hindu), sostenuto dall’azione del Governo centrale, mai come ora forte e capace di tenere serrati i ranghi, all’occorrenza schierando le proprie truppe.
L’efficacia della repressione attuata da New Delhi non è però giunta oltre confine, dove, dall’inizio della diaspora sikh, entrata nel vivo negli anni ’80, hanno avuto avvio nuovi movimenti pro Khalistan, soprattutto in Inghilterra, Germania, Canada e Stati Uniti, mète dei principali flussi migratori. Qui la libertà di aggregazione politica non ha subìto particolari limitazioni, per cui oggigiorno sono numerose le attività condotte dai sikh a salvaguardia della propria identità, comprese quelle a sostegno del diritto ad una Nazione autonoma. Un esempio è stata la manifestazione avvenuta a Londra nel giugno 2009 per i 25 anni dell’operazione Blue Star.
Se non bastasse, a gettare benzina sul fuoco ci sarebbe l’Inter Service Intelligence (ISI), i servizi segreti pakistani. Secondo il Centro indiano per la gestione dei conflitti, da tempo l’ISI sta armando e rafforzando i terroristi sikh del Babbar Khalsa, dell’International Liberation Revolutionary Force, della Sikh Youth Federation e del Khalistan Zindabad Force, dando loro rifugio nel Punjab pakistano.
Fondati o meno che siano questi rumors, c’è da capire fino a che punto l’India e gli indiani siano disposti a tollerare la ripresa di qualsivoglia spinta autonomista, non solo dei sikh. Interessante in tal senso la risposta di Sanjeev, 24enne hindu che incontro a Chandigarh, dove lavora come cameriere in un piccolo Coffee Day nel Sector 22: “Il Khalistan doveva essere una terra per i sikh libera da India e Pakistan” spiega con fare irridente, come se parlasse dell’equivalente indiano di Atlantide. Poi, assumendo un’espressione decisamente più seria: “questa è l’India. Il Paese deve restare unito e non c’è storia per nessun Khalistan! Ci siamo stati tanto a guadagnarci l’indipendenza, e non permetteremo più a nessuno di dividere la nostra Terra”.

One Response to "Reportage: i sikh indiani all’ombra del Khalistan."

  1. Vaniglia  6 febbraio 2011

    Bell’Articolo..
    vorrei dire solo una cosa a Sanjeev:
    “Senti un po’tenetevi il vostro paese e dateci il Khalistan!!!!!!
    Abbbiamo sopportato troppo le condizioni di schiavitù sotto gli Indù!! Vedasi l’operazione BlueStar .
    Ci siamo stati tanto a guadagnarci l’indipendenza eh?? anche noi volgiamo l’Indipendenza da voi….
    KHALISTAN ZINDABAD!!!”

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