Cari amici di Indika, alcuni di voi ricorderanno i post usciti nei mesi scorsi in merito ai Maoisti indiani. Si è trattato spesso di aggiornamenti di cronaca, tratti dalle agenzie e dai media indiani, ma in molti casi ho proposto alcuni spaccati del lavoro da me svolto a fine febbraio in Bastar e Dantewada, nello stato del Chhattisgarh, in merito ai Maoisti. Dopo una lunga attesa, nei giorni scorsi è uscito il nuovo numero di East, dove è stato pubblicato un mio servizio su quel viaggio, che oggi pubblichiamo anche su Indika. Per questioni di spazio non sono riuscito ad esaurire la materia (ammesso sia possibile), e nemmeno a presentare tutte le informazioni, le interviste, i racconti, i numeri e le sensazioni raccolte nelle giungle del Chhattisgarh. Malgrado ciò, sto portando avanti un lavoro di rielaborazione in vista di pubblicazioni più dettagliate, a partire dal numero estivo della Rivista il Mulino…   

Dantewada, 22 Marzo 2010. Il Chhattisgarh è uno stato dell’India Centrale nato nel 2000 da una costola del Madhya Pradesh. Si

Tra Bastar e Dantewada

tratta di un territorio montagnoso, coperto da dense giungle in cui vivono numerosi gruppi tribali, che qui costituiscono la maggioranza della popolazione. Scendendo a sud della capitale Raipur, lungo l’autostrada NH43 che conduce ai distretti di Bastar e Dantewada, mi rendo presto conto di quanto il progresso sia ancora lontano, o comunque riservato a pochi, in zone limitate. L’arretratezza del Chhattisgarh è la conseguenza della latitanza amministrativa da parte dei governi locali e della stessa New Delhi, colpevoli di aver fatto poco per offrire agli abitanti alternative alla miseria, o se non altro per farli sentire meno ‘dimenticati’. Gran parte del territorio è carente di servizi pubblici, infrastrutture, scuole, ospedali dotati di attrezzature mediche adeguate. Se si escludono poi le attività tradizionali di sussistenza, non c’è lavoro con cui originare reddito, tanto che in alcuni haat, i mercati locali, è ancora diffuso il baratto. Negli anni, il vuoto lasciato dal governo ‘ufficiale’ è stato riempito dagli uomini del Communist Party of India (Maoist) – partito bandito dalla scena pubblica indiana perché tacciato di terrorismo –, nato dall’unione del Maoist Communist Center of India, del Communist Party of India (Marxist-Lenist) e dell’ala più intransigente dell’estrema sinistra indiana, il People’s War Group il cui

Tribali nel cuore del Dantewada

 braccio armato è noto come Peole’s Guerrilla Army. Il Dantewada è un esempio di come i maoisti o ‘naxalite’ – termine quest’ultimo usato come sinonimo di maoisti –, siano riusciti ad attecchire nella società tramite un intenso lavoro di proselitismo, creando una sorta di governo parallelo in forte opposizione a quello ufficiale accusato di essere “semi coloniale e feudale”. I maoisti controllano il territorio attraverso l’uso sistematico delle armi, attuando frequenti azioni di guerriglia ‘mordi e fuggi’ volte ad eliminare il nemico, costituito dai rappresentanti dello stato, dai politici, dai poliziotti schierati da New Delhi per arginare “l’infestazione maoista”, così come dai rappresentanti delle grandi multinazionali attive nell’area. Sebbene le redini del CPI (Maoist) in Chhattisgarh siano tenute dai quadri istruiti provenienti dalle città o da altri stati indiani, i combattenti sono soprattutto tribali, per i quali la prospettiva di vivere nella giungla, nascosti e braccati dalla polizia non è peggiore di una vita di stenti, spesso sfruttati dalla gente delle città, o dalle società minerarie indiane che incalzano per mettere le mani sulle loro terre.

I numeri dell’emergenza
Dopo aver ignorato per decenni il dilagare dell’ideologia maoista nelle zone rurali e più povere, dal nord al sud del paese, il governo indiano è stato costretto ad aprire gli occhi dai numeri di un’emergenza crescente. Infatti, quello che negli anni ’60 in West Bengal (stato dell’India Nord Orientale, la cui capitale è Calcutta, considerato la culla del maoismo indiano), muoveva i primi passi come un fenomeno ideologico, nel tempo si è trasformato in un forte limite alla stabilità della democrazia indiana, come ribadito in più occasioni dallo stesso premier Manmohan Singh: “(i maoisti ndr) rappresentano la maggiore minaccia alla sicurezza interna dell’India”. Dati alla mano, secondo l’Institute of Conflict Management di New Delhi, i maoisti sarebbero operativi in 20 dei 28 stati dell’Unione, e le loro azioni concentrate in 180 distretti su 630, rispetto ai 56 distretti del 2001. Ciò significa che negli ultimi 10 anni, l’estrema sinistra ha più che triplicato l’estensione della propria presenza, trovando terreno fertile nelle ombre create dallo sfavillante boom economico dell’India. Allo stesso modo, sono aumentati le azioni di guerriglia e le rappresaglie della polizia indiana, tanto che nel 2009 il numero delle vittime ha superato quello del Kashmir indiano e dei focolai del Nordest sommati assieme. Secondo le statistiche, l’anno scorso hanno perso la vita 998 persone (392 civili, 312 poliziotti, 294 maoisti), dati calcolati in modo prudenziale, e volutamente mantenuti sotto la soglia dei 1000, oltre la quale, secondo gli standard internazionali, quello che New Delhi si ostina a definire “un problema di ordine pubblico” dovrebbe essere considerato alla stregua di una guerra civile. Quindi un pessimo biglietto da visita per una nazione animata da forti ambizioni internazionali.
L’ultimo grave scontro armato è avvenuto il 6 aprile, in Dantewada, da dove ero appena rientrato. I guerriglieri hanno teso un’imboscata agli uomini della Central Riserve Police Force, i quali si sono fatti trovare impreparati nel mezzo di un’offensiva improvvisa, durata alcune ore, in cui hanno perso la vita 76 agenti, mentre sembra non ci siano state vittime tra gli aggressori. Si è trattato del più grave attacco della storia del maoismo in India, che sintetizza le modalità d’azione degli estremisti di sinistra, basate su conoscenza del territorio, velocità, armamenti adeguati e appoggio presso la popolazione locale.   

Nel cuore del Corridoio Rosso
Il Chhattisgarh è lo stato indiano in cui la guerriglia è più radicata, e dal 2006 registra il maggior numero annuale di vittime. Non a caso, quest’area è considerata il cuore del Red Corridor, il ‘Corridoio Rosso’, nome dato alla vasta striscia di giungle e campagne che taglia a metà l’India, dal confine con il Nepal a Nordest, alle coste sul Mare Arabico a Sudovest, passando per il West Bengal, il Bihar, il Jharkhand, l’Uttar Pradesh, il Madhya Pradesh, l’Orissa, il Chhattisgarh, l’Andra Pradesh, il  Karnataka e il Kerala. Il Corridoio Rosso si estende quanto mezza Europa, e comprende alcuni dei territori più poveri dell’India, dove ancora esistono la schiavitù da debito, e i suicidi per disperazione dei contadini, incapaci di far fronte agli affitti della terra o di pagare sementi e pesticidi. È qui che il maoismo ha fatto presa, tra la gente semplice nelle cittadine e nei villaggi, usando la miseria come collante e offrendo la lotta armata quale alternativa, assieme all’uguaglianza sociale e al sostegno concreto nel fronteggiare le carestie quando il governo centrale nemmeno sapeva fossero in corso. Sebbene ancora oggi esistano maoisti legati all’ideologia originaria, sarebbe errato dipingerli come Robin Hood che rubano ai ricchi per dare ai poveri. Almeno questa è l’opinione di Mr. Bhatt, direttore di un importante museo del Madhya Pradesh, che vado ad incontrare lungo la via per il Dantewada: “I maoisti non hanno più l’ideologia delle origini, sono diventati un’organizzazione criminale, una mafia che agisce per il proprio tornaconto senza rispettare le leggi, nemmeno le loro”. Secondo Mr. Bhatt, esperto di ‘questioni tribali’, gran parte delle tasse riscosse dalla fittizia amministrazione maoista in Chhattisgarh – considerate estorsione e appropriazione indebita dal governo indiano –, non servirebbero al finanziamento della loro rivoluzione, ma all’arricchimento dei quadri e dei leader istruiti, posti alla guida dei guerriglieri tribali. “Controllano il territorio ricco di risorse – aggiunge Mr. Bhatt –, e questo dà loro un grande potere. Ostacolano ogni attività governativa, non vogliono lo sviluppo”. Realizzo queste parole pochi giorni più tardi, nella cittadina di Gidam, un agglomerato di case prefabbricate ammassate lungo l’autostrada NH16 che unisce da costa a costa l’India Centrale, attraversando il Chhattisgarh meridionale. Quella che pochi chilometri più ad est era una strada a

Paramilitare inidano sorveglia il ponte sull'Indravati

due corsie ben segnalata, qui diventa un cantiere polveroso, privo di asfalto e puntellato da una lunga serie di mucchi di ghiaia destinati a realizzare il fondo stradale. “Sono 15 anni che questo cantiere è aperto – spiega Sonai, l’autista della jeep che mi accompagna nelle aree tribali –. I maoisti non danno l’autorizzazione a procedere e nessuno va avanti. E’una prova di forza, più ad est prevale il governo, qui sono più forti loro. A causa di questa strada sono state uccise molte persone”. Stessa storia qualche chilometro più a nord, oltre il villaggio di Barsur, in prossimità del ponte sull’Indravati, il principale fiume del Chhattisgarh. La carreggiata oltrepassa un esteso accampamento della polizia, fortificato da vistose recinzioni metalliche e da grovigli di filo spinato. Rallentiamo in prossimità di un check-point, preceduto da transenne zavorrate che obbligano a zigzagare prima della sbarra abbassata. Da una delle due torrette laterali esce un sikh in divisa, con il giubbotto antiproiettili e il mitragliatore in mano. Si mette a parlare con Sonai, sbirciando di tanto in tanto sul sedile posteriore, visibilmente sorpreso alla vista di uno straniero. Ci lascia passare al termine di una breve trattativa, avvisandoci che poco più avanti la strada è interrotta di nuovo. Gli chiedo il motivo, prendo in causa i maoisti, ma lui risponde con un mezzo sorriso: “Qui non c’è nessun maoista, questa base è un semplice presidio di controllo, la strada è interrotta a causa delle cattive

Base della polizia a Dantewada

condizioni, quindi non potrete proseguire oltre”. In effetti, neanche 3 chilometri dopo dobbiamo fermarci ancora una volta, al secondo check-point che precede il lungo ponte in cemento sul fiume. Qui i paramilitari sembrano più distesi, probabilmente sono stati avvisati del nostro arrivo. Nessuno obbietta quando chiedo di attraversare il ponte, sorvegliato da altre due postazioni fortificate, con giovani tiratori appostati davanti a pesanti fucili di precisione, pronti a centrare eventuali bersagli, 800 metri più in là. Mi avvio a piedi lungo il ponte, fiancheggiando una serie di dissuasori di velocità. Lungo la riva osservo un pescatore tribale preso ad armeggiare con la rete, poco lontano alcuni bufali si bagnano nell’acqua ferma, mentre sulla sponda opposta dei bambini giocano a rincorrersi tra gli alberi. Tutto è avvolto dalla vegetazione, dalla giungla lussureggiante, compresa una vecchia fortificazione in fango, distrutta e parzialmente bruciata.

L’operazioe Green Hunt

“Questo è territorio maoista – mi spiega Sonai, indicando la nostra posizione sulla mappa –, da qui in poi non possiamo proseguire, è zona vietata per via delle operazioni in corso”. Sonai si riferisce alla Operation Green Hunt, ‘Operazione Caccia Verde’ avviata da New Delhi in 5 stati del Corridoio Rosso, per estirpare definitivamente il maoismo. A partire da gennaio sono stati schierati sul territorio 42 nuovi battaglioni, alcuni smobilitati dal Kashmir e dal Nordest, con il compito di arrestare almeno 50 leader maoisti, per poi sferrare un’offensiva armata con cui liberare una dopo l’altra le aree ‘infestate’. “Non vogliamo operazioni in stile Sri Lanka, che potrebbero causare molti danni alla popolazione civile”, ha dichiarato a gennaio il ministro dell’interno Chidambaram, rispondendo a quanti temono l’India Centrale possa trasformarsi in una mattanza come quella voluta da Colombo contro le Tigri Tamil. A giustificare gli scettici, la presenza sul campo di tutti i corpi di polizia e paramilitari indiani, coadiuvati dagli eserciti privati di grandi multinazionali quali Tata ed Essar, oltre al discusso Salwa Judum, un gruppo anti-maoista creato e finanziato dal governo del Chhattisgarh nel 2005, divenuto una sorta di esercito civile, armato e addestrato dalla polizia, composto da tribali nemici dei maoisti e da ex guerriglieri, capaci quindi di muoversi nello stesso ambiente dei loro rivali. “In gran parte del Dantewada si sono intensificati i rastrellamenti. Dal 2005 ad oggi 664 villaggi sono stati sgomberati e centinaia di migliaia di tribali deportati in nuovi insediamenti sorvegliati dalla polizia o dagli uomini del Salwa Judum”. Spiega al telefono Javed, giornalista di Hyderabad, tra i più preparati in materia: “durante queste operazioni la polizia commette uccisioni indiscriminate, pestaggi e stupri che rimangono impuniti. Anche i maoisti commettono dei crimini, a seconda dei casi possono essere dei romantici Che Guevara o dei fanatici Pol Pot. A detta dello stato, gli sgomberi servono a privare il maoismo dei contatti locali, ma il nocciolo della questione è il controllo delle terre”.

Sfruttamento ad ogni costo

Quella che New Delhi presenta come una guerra del bene contro il male, però, ha un lato oscuro legato ai grandi interessi e alle concessioni minerarie. Il Chhattisgarh (e il Corridoio Rosso) è ricco di materie prime e risorse naturali quali ferro, rame, mica, bauxite, uranio, legno di tek, gas, carbone e di grandi fiumi sui quali costruire dighe, indispensabili per sostenere la crescita

Stabilimento produzione carbone tra il Bastar e il Dantewada

 dell’economia indiana. Ricchezze che hanno innescato un processo di sfruttamento indiscriminato spacciato come “sviluppo”, del quale i tribali non riescono ad approfittare. Ciò accade malgrado la ‘Fifth Schedule’, una legge costituzionale che tutela i diritti dei tribali sulle loro terre, garantendo loro la pretesa di interessi da qualsivoglia attività estrattiva avviata nell’area. La validità della legge viene meno se gli autoctoni si trasferiscono, magari in uno degli accampamenti situati lungo le autostrade, dove lo ‘sviluppo’ è già in corso. In tal caso i terreni dei tribali diventano demanio pubblico, controllato dallo stato che può disporne a piacimento, ad esempio siglando concessioni miliardarie, come avvenuto nella seconda metà del 2009 tra il governo del Chhattisgarh e Tata Steel, holding autorizzata a costruire un insediamento di 5,5 milioni di tonnellate proprio nelle aree ‘liberate’ del Dantewada. Al pari di Tata Steel, esistono altri gruppi industriali impegnati nello sfruttamento delle risorse del Corridoio Rosso, come Essar e Reliance, tutte legate a doppio filo con le autorità locali, e ben disposte a pagare taglie sulla testa dei maoisti, divenuti una spina nel fianco a causa delle azioni di sabotaggio o della pretesa di tangenti. Per tutelare al meglio i colossi industriali nell’area, sono sorti eserciti privati composti da ex militari, armati di tutto punto e coordinati da uomini come Napoleon, responsabile della sicurezza di Reliance per il Madhya Pradesh, che incontro in treno. “Sotto di me ci sono 180 ‘risorse’ – spiega –, sono abituati a sparare prima di chiedere. Nel mio lavoro non posso andare per il sottile, per via degli esplosivi stoccati nei magazzini degli stabilimenti, c’è il rischio finiscano nelle mani sbagliate. Al momento in Madhya Pradesh ci sono 30 giacimenti di gas sfruttati, ma entro il 2020 diventeranno 4000”.
Prima di lasciare il Chhattisgarh visito il villaggio di Pegaa Warah, situato in una radura nella giungla, a 4 chilometri di cammino dalla carrabile. Le persone di qui, come quelle incontrate nei giorni scorsi, mi accolgono con gioia, offrendo puntualmente dell’acqua, un the verde e qualche frutto disidratato. Dr. Singh, medico volontario di Jagdalpur mi accompagna nella giungla alla ricerca di qualche preziosa pianta medicinale. “Chi sono i maoisti?” Ribatte, rispondendo alla mia domanda. “Gente come noi, come quella che ti sta attorno. Molti di loro sono diventati corrotti, inaffidabili, in particolare i leader che detengono il potere. Altri invece combattono per la loro terra, per questa giungla. Ricorda che qui non sei in un posto qualsiasi, questo è il paradiso!”.

Emanuele Confortin

3 Responses to "Reportage dal Dantewada. Caccia Verde nel Corridoio Rosso."

  1. Emanuele Confortin  8 agosto 2012

    Grazie mille,

    al momento no, sebbene l’archivio video sia abbastanza nutrito. Grazie comunque per il buon suggerimento.

    Emanuele

  2. Gruppo Zenit  8 agosto 2012

    Gran bei reportage: complimenti! Ma dei resoconti video riusctie ad effetuarli talvolta?

  3. Pingback: Italiani rapiti dai Maoisti. Luci e ombre sul Corridoio Rosso | Indika

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