Cari amici, come sapete la scrittrice indiana Arundhati Roy è da sempre impegnata nella denuncia, senza mezzi termini, di alcuni dei più gravi misfatti, ingiustizie o soprusi avvenuti o in corso in India. Di recente, ha espresso nello stile a lei più congeniale il suo parere sulla presenza delle autorità/truppe indiane in Kashmir. La Roy per l’occasione ha infranto un tabù, definendo il Kashmir come un territorio non appartenente all’India. Tanto è bastato a farle piovere addosso infinite critiche da parte dei media, dei politici e delle ‘autorità civili’ indiane, oltre che da coloro i quali non riescono proprio a concepire un’India priva del Kashmir. Per le sue dichiarazioni Arundhati Roy rischia gravi conseguenze penali, se non addirittura l’arresto. Vere o parzialmente vere che siano, a nostro parere le parole della scrittrice indiana non possono costare un prezzo così alto, tanto meno in una nazione che si presenta al mondo come una grande democrazia. Democrazia deve (o dovrebbe) significare anche libertà di parola ed espressione. Di seguito pubblichiamo la traduzione (tratta liberamente dal web) dello scritto con cui Arundhati Roy ha reagito alle accuse che le sono state rivolte dopo le sue dichiarazioni, nei giorni scorsi.

Scrivo questo da Srinagar, nel Kashmir. I giornali di questa mattina dicono che potrei essere arrestata con l’accusa di sedizione per quello che ho detto nelle ultime assemblee pubbliche sul Kashmir. Ho detto quello che milioni di persone qui dicono ogni giorno. Ho detto quello che io e altri commentatori dicono e scrivono da anni. Chiunque si preoccupi di leggere le trascrizioni dei miei discorsi vedrà che fondamentalmente erano appelli per la giustizia. Io ho parlato per la giustizia del popolo del Kashmir che vive sotto una delle dittature militari più brutali del mondo; per i Pandit del Kashmir che vivono la tragedia di essere stati scacciati dalla loro terra natale; per i soldati Dalit uccisi in Kashmir le cui tombe io ho visitato sui mucchi di spazzatura nei loro villaggi a Cuddalore; per i poveri indiani che pagano materialmente il prezzo dell’occupazione e stanno imparando a vivere nel terrore di quello che sta diventando uno stato di polizia.

Ieri andavo a Shopian, la città delle mele del Kashmir del Sud, che è rimasta chiusa per 47 giorni lo scorso anno, per protesta contro il brutale stupro e assassinio di Asiya e Nilofer, le due giovani i cui corpi furono trovati nelle acque basse del ruscello sotto casa loro, e i cui assassini non sono ancora stati portati di fronte ai giudici. Ho incontrato Shakeel, marito di Nilofer e fratello di Asiya. Ci siamo seduti in un circolo di persone pazze di dolore e rabbia, che avevano perso ogni speranza di avere “insaf” – giustizia – dall’India, ed erano convinte che ora “Azadi” – la libertà – era la loro unica speranza. Ho visto giovani che tiravano pietre a cui avevano sparato negli occhi. Ero con un giovane che mi raccontava di tre suoi amici, adolescenti del distretto di Anantnag, che erano stati imprigionati e a cui erano state strappate le unghie come punizione perché avevano lanciato pietre.

Nei giornali c’è chi mi accusa di fare “discorsi d’odio”, di voler mandare a pezzi l’India. Quello che dico, invece, nasce dall’amore e dall’orgoglio. Nasce dal fatto che non voglio che le persone siano uccise, stuprate, imprigionate, che vengano loro strappate le unghie per costringerli a dire che sono indiani. Viene dal fatto che voglio vivere in una società che si sforza di essere giusta. Pietà per la nazione che deve mettere a tacere gli scrittori che dicono quello che pensano. Pietà per la nazione che ha bisogno di mettere in prigione chi chiede giustizia, mentre gli assassini comuni, gli assassini di massa, i truffatori delle corporazioni, i saccheggiatori, gli stupratori e tutti quelli che depredano i più poveri dei poveri viaggiano liberi.

Arundathi Roy

26 ottobre 2010.

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