Pubblichiamo oggi un articolo di Davide Torri che con analisi critica descrive l’origine e l’evoluzione della cosiddetta “Cold Start Doctrine”, un disegno militare preciso che pone nuovamente l’attenzione sui difficili rapporti tra India e Pakistan.

Di Davide Torri

 

Basi esercito indiano

Nell’aprile 2004 i vertici dell’esercito indiano annunciarono di aver adottato un nuovo paradigma militare, al fine di contrastare eventuali azioni  terroristico-militari attribuite dal Governo Indiano al Pakistan, in Kashmir e nella stessa India. L’aspetto principale di questa dottrina militare consisterebbe in un dispiegamento rapido di forze dall’elevato coefficiente di penetrazione in territorio nemico, in grado di porre in atto un’immediata ritorsione contro il Pakistan. Questa dottrina militare si pone senz’altro in antitesi con il precedente e ‘tradizionale’ approccio militare dell’India. Nel quadro politico e culturale della Repubblica Indiana, infatti, le forze armate erano concepite come uno strumento di difesa, rigorosamente basate su principi fortemente improntati alla salvaguardia del territorio nazionale.
E’ evidente, tuttavia, che con la crescita economica ed il conseguente aumento del peso politico nella regione, l’India ha deciso di effettuare una revisione delle proprie posizioni tattiche e strategiche in senso spiccatamente offensivo. La nuova dottrina si discosta, infatti, da quella precedente, elaborata negli anni Ottanta e comunemente nota, tra gli analisti di questioni militari come dottrina Sundarji.
Questa dottrina, che prende il nome dal Generale Krishnaswamy Sundarrajan, prevedeva una difesa del confine basata su una prima fase prevalentemente statica, affidata a sette ‘corpi’ principali dislocati lungo i confini nazionali, e composti da divisioni di fanteria aventi il compito di arrestare l’avanzata nemica, e divisioni meccanizzate per una difesa dinamica. Secondo il Generale Sundarji, dopo l’arresto imposto da questi corpi all’avanzata del nemico, tre colonne composte da divisioni meccanizzate e corazzate, con il supporto dell’artiglieria e dell’aviazione, sarebbero state in grado di effettuare un rapido contrattacco partendo dall’India centrale (in particolare dalle basi di Mathura, Ambala e Bhopal) e penetrando in profondita’ in territorio pakistano.
Questa dottrina venne considerata datata dopo l’attacco al parlamento indiano del 13 dicembre 2001, ad opera di un commando del Lashkar-e-Toiba (LeT). La risposta dell’India non si fece attendere: approfittando del clamore generato dal gesto, e del clima di ‘guerra al terrore’ instauratosi dopo l’undici settembre, il governo indiano chiese al Pakistan di mettere fuori legge quella ed altre formazioni legate alla nebulosa compagine dei movimenti armati di ispirazione jihadista attivi in Kashmir, nonchè l’estradizione di diversi militanti accusati di terrorismo in India. Nello stesso tempo, l’esercito lanciò l’Operazione Parakram, da molti ritenuta, senz’ombra di dubbio, la più massiccia mobilitazione militare mai avvenuta in India dal 1971 (in occasione della Guerra che portò alla nascita del Bangla-Desh). Le stime parlano di cinquecentomila militari indiani schierati in Kashmir e Punjab, mentre dal lato Pakistano del confine l’esercito avrebbe dislocato almeno trecentomila uomini, sottraendoli in parte dal confine con l’Afghanistan. Tuttavia, l’esercito indiano dimostrò la propria incapacità di mobilitarsi in maniera rapida: le tre colonne d’attacco raggiunsero il confine quasi tre settimane dopo che l’ordine era stato impartito, quando ormai la tensione era scesa e le maggiori potenze internazionali già si stavano impegnando per far calare la tensione, già alta nella regione per via del conflitto in Afghanistan. Inoltre, il presidente Mushaffaraf aveva opportunamente condannato l’attentato ed ordinato un giro di vite contro i gruppi militanti attivi nel paese. A quel punto, si era ormai a metà gennaio, l’India dovette fermare l’operazione, anche se di fatto la tensione rimase alta fino all’autunno successivo e, durante i mesi di maggio e giugno, si ebbero sporadici scontri di confine che fecero temere da più parti il precipitare degli eventi, tant’è che il 31 maggio gli U.S.A. invitarono i propri connazionali a lasciare il paese in vista di una quanto mai possibile escalation nucleare. Solo ad ottobre i due paesi decisero di smobilitare, per firmare un cessate-il-fuoco dopo pochi mesi.
La dottrina Sundarji si era mostrata inefficace per una serie di motivi, primo dei quali, oltre ai tempi lunghi necessari alla mobilitazione, la palese assurdità di mettere in atto una tattica di guerra totale contro il Pakistan (poiché la dottrina Sundarji prevedeva la penetrazione profonda in territorio pakistano fino alla sconfitta definitiva del nemico) in risposta ad un attentato terroristico.
Dopo circa tre anni di studi, l’esercito propose una nuova dottrina per la sicurezza del paese, basata su una forza di rapido dispiegamento, capace di infliggere pesanti perdite al nemico e tuttavia in maniera limitata: una risposta più avente il carattere di una ritorsione che di guerra vera e propria. Questa dottrina, innegabilmente nuova per l’India, si basa in realtà su strategie già collaudate da tempo, ad esempio da Israele nei confronti dei paesi o delle entità politiche limitrofe, basti ricordare l’operazione ‘Piombo Fuso’ su Gaza del dicembre 2009-gennaio 2010, o l’operazione ‘Giusta Retribuzione’ contro le basi di Hezbollah in Libano. Il dispiegamento di forze di reazione rapida, inoltre, è da tempo parte integrante del repertorio di tattiche delle forze Statunitensi e dell’area NATO.
La Cold Start doctrine prevede la riorganizzazione tattica dei tre Corpi d’attacco in otto ‘gruppi di combattimento integrati’ (ciascuno composto di fanteria, artiglieria e mezzi corazzati), in grado di lanciare attacchi multipli e da diverse direzioni in territorio nemico, con il supporto dell’Aviazione e della Marina, in modo da cogliere il nemico di sorpresa ed annientarlo con una schiacciante potenza di fuoco. La molteplicità delle direttrici di attacco, portate da colonne semi-indipendenti e con relativa autonomia di movimento, dovrebbe da sola essere in grado di mandare in tilt un sistema di difesa concepito su criteri ‘tradizionali’, facendo saltare la catena di comando e provocando la paralisi operativa dell’esercito avversario. Secondo la documentazione diffusa attraverso i mezzi di comunicazione, l’esercito sarebbe in grado di portarsi in territorio nemico entro le prime 72-96 ore dall’emissione dell’ordine di attacco, in modo da riuscire ad occupare una fascia di sessanta, settanta chilometri prima che la Comunita’ Internazionale possa intervenire per bloccare il conflitto sul nascere.
Nel 2010, come risulta da uno dei famigerati cablogrammi resi pubblici da Wikileaks, la dottrina Cold Start è stata attentamente esaminata dalla diplomazia U.S.A. Il cablo, dal titolo già di per sè piuttosto esaustivo, si intitola, “Cold Start: A Mixture of Myth and Reality” ed è datato 2 febbraio 2010. Il documento e’ classificato “secret”, in quanto contiene informazioni relative a piani, sistemi e operazioni militari  e commenti sulle relazioni con paesi terzi.
Vediamone assieme il contenuto.  Si tratta, ci dice la fonte, di un piano di attacco realizzabile entro le settantadue ore che non prevede un’ invasione e occupazione massiccia del Pakistan, bensì un’ azione rapida e limitata, nel tempo come nello spazio, con l’obiettivo di punire il Pakistan, verosimilmente in risposta ad un attacco terroristico in territorio indiano, senza minacciare l’esistenza del Pakistan come Stato, e senza provocare una risposta ‘nucleare’.
La dottrina viene sinteticamente criticata in base a due ordini di fattori: uno politico e l’altro fattuale.
Anzitutto, si dice, l’attuabilita’ di un’ operazione di questo tipo, viziata dal rischio di una escalation nucleare, richiederebbe un consenso politico interno molto ampio, per ottenere il quale sarebbe necessario un dibattito prolungato che ne allungherebbe in maniera indefinita i tempi di attuazione. Non si conoscono, dice il cablo, i meccanismi decisionali che potrebbero portare la leadership politica a decidere per l’opzione militare. A chi spetterebbe la parola finale per dare il via all’intervento? Il ruolo del Comitato di Gabinetto per la Sicurezza, dei consiglieri militari e dei partiti di governo non e’ chiaro.
Secondo le analisi dei diplomatici statunitensi di stanza a New Delhi, inoltre, le truppe indiane potrebbero avere notevoli difficolta’ nel consolidare le conquiste iniziali ottenute con l’effetto sopresa, per via di pecche logistiche e strutturali interne (che, analizzate nel dettaglio, prendono in considerazione diversi fattori che vanno dalle condizioni di strade e ferrovie all’approvvigionamento di munizioni). Inoltre, si dice, l’eccessiva importanza data ad una rapidissima avanzata non e’ realisticamente compatibile con la realta’ demografica delle aree in questione del Punjab e del Sindh, che dal 1971 hanno conosciuto una massiccia urbanizzazione e sono oggi densamente popolate.
Secondo gli USA, la dottrina, anche se non è mai stata applicata e forse mai lo sarà, ha avuto già il merito di far percepire all’opinione pubblica che l’India  è  pronta ad effettuare rappresaglie contro i suoi eventuali nemici. Tuttavia, essa è stata elaborata mentre alla guida del paese c’era un governo a guida BJP, teoricamente forse più disponibile a considerare l’opzione militare contro lo stato vicino. Tale governo fu, dopo pochi mesi, sostituito da una coalizione che dette origine al governo di Manmohan Singh. Inoltre, un’ azione simile, benche’ concepita per evitare di portare il paese ad un confronto nucleare con il Pakistan, non puo’ escluderlo a priori, poichè nessuno è in grado di prevedere la reazione della dirigenza pakistana di fronte all’invasione del proprio territorio nazionale. Mentre l’adesione da parte dei vertici militari a questa dottrina è appurata, meno chiara è la volonta politica di metterla in atto. Il cablogramma cita una – fortunatamente mancata, aggiungo io – occasione per testare e la dottrina e la volonta’ politica: l’attacco terroristico avvenuto a Mumbai nel 2008 avrebbe potuto senz’altro costituire il casus belli per mettere alla prova l’efficacia della Cold Start, eppure nessuna forza politica ne chiese l’attuazione. Allo stesso tempo, sembra che questa dottrina, la cui esistenza è ovviamente nota anche all’esercito ed al governo del Pakistan, non abbia avuto nessun effetto deterrente: gli attacchi e le attività di matrice jihadista parrebbero, anzi, essersi intensificate negli ultimi anni.
Nel settembre 2010, il Comandante delle Forze Armate indiane (Chief of Army Staff), il Generale Vijay Kumar Singh, nel corso di un’ intervista all’Indian Express, ha espressamente negato che una dottrina del genere esista ed ha dichiarato che l’India mantiene un atteggiamento assolutamente difensivo: “Non esiste niente del genere, nessuna dottrina ‘Partenza a Freddo’ (Cold Start). La nostra strategia, nel suo complesso, contempla diverse opzioni a seconda delle mosse dell’aggressore. Negli ultimi anni abbiamo incrementato i nostri sistemi con particolare attenzione alla mobilità, ma il nostro atteggiamento di base rimane improntato alla difesa”.
Che sia mito o realtà – come il titolo del cablogramma segreto intercettato da Wikileaks in proposito –  il vero rischio di questa dottrina e di altre simili è che, di questi tempi, uno sparuto gruppo di militanti armati di armi automatiche, e quindi con mezzi modestissimi,  possa far precipitare il sub-continente in un conflitto tra paesi dotati di armi nucleari. E se anche non si dovesse giungere a tanto, la dottrina della rappresaglia, della ritorsione, rischia di diventare una mera opzione di calcolo politico, nel pieno disinteresse per i costi umani che un conflitto, di qualsiasi tipo esso sia, comporta.

Fonti:
http://belfercenter.ksg.harvard.edu/publication/17972/cold_start_for_hot_wars_the_indian_armys_new_limited_war_doctrine.html
http://www.southasiaanalysis.org/%5Cpapers10%5Cpaper991.html
http://www.indiatogether.org/2004/may/fah-coldstart.htm
http://www.ndtv.com/article/wikileaks-revelations/wikileaks-us-on-indian-army-s-cold-start-doctrine-69859?cp
http://www.indianexpress.com/news/no-cold-start-doctrine-india-tells-us/679273/

One Response to "Partenza a Freddo: la nuova dottrina militare indiana al vaglio della diplomazia U.S.A."

  1. Emanuele Confortin  18 novembre 2011

    Davide, gran bel pezzo. Grazie mille e alla prossima.

    un saluto Emanuele

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