Cari lettori e amici, pubblico oggi il mio primo reportage ‘ufficiale’ dal Pakistan, scritto nelle settimane seguite al mio rientro dal viaggio dello scorso autunno. E’ uscito nei giorni scorso con il nuovo numero di EAST, Europe and Asia Strategies. La versione che troverete nella rivista è stata ridotta per questioni di spazio e integrata con alcune delle mie foto. Qui di seguito vi propongo il testo integrale. Prossimamente uscirà una galleria di immagini a completamento del testo, commentate in modo tale da permettervi di contestualizzare più facilmente.

da EAST..

Jalouzai è un villaggio posto lungo una frastagliata lingua di asfalto diretta a sud di Nowshera, tra le distese agricole che conducono alle Khigana Mountains, e oltre, alla città di Kohat. Siamo nel cuore del Kyber Pakhtunkhwa, una delle quattro province pakistane, prima nota come North-West Frontier Province, schiacciata a ridosso della Linea Durand, il confine che separa Pakistan e Afghanistan. Jalouzai ha poco o nulla da offrire oltre a qualche negozio di verdura, un bancone ricoperto da capretti macellati, l’immancabile moschea, e un paio di botteghe di elettronica, dove giovani pashtun offrono ai passanti telefoni palmari di provenienza cinese. Poco oltre il confine dell’abitato, si stacca sulla destra una strada sterrata, che supera un posto di controllo della polizia. Allo sbarramento, il taxi giallo su cui viaggio passa inosservato, e in breve ho accesso all’immensa tendopoli, estesa per 281 ettari sullo spoglio terreno pianeggiate. Con me c’è Zia ul-Islam, 25enne, studente di giornalismo presso il quotidiano The News, originario di Mardan, nel distretto di Dir, che mi aiuta con le traduzioni dal pashto. Quello di Jalouzai è il maggiore campo profughi del Kyber Pakhtunkhwa, lontano 30 chilometri da Peshawar, capoluogo della provincia, nonché importante snodo commerciale e centro strategico militare. Parcheggiata l’auto in uno slargo sulla strada, mi inoltro a piedi nel cuore dell’accampamento, accodandomi ad una confusa processione di uomini con il pakul (tipico copricapo pashtun) calato in testa, gruppi di donne coperte da burqa svolazzanti, e bambini intenti a rincorrere tra le buche dei vecchi copertoni di bicicletta.

 

La fuga dal confine

Nei giorni della mia visita a Jalouzai, l’esercito pakistano sta intensificando una nuova offensiva contro i militanti del Lashkar-i-Islam (LiI) a Bara, suddivisione della Kyber Agency, area ad amministrazione tribale delle FATA (Federally Administered Tribal Areas). Si tratta di una rappresaglia alle violente imboscate messe a segno dal LiI a partire dal 17 ottobre, in cui hanno perso la vita 12 soldati, 48 militanti e 9 civili. Prima di passare all’azione, le Forze di Sicurezza hanno predisposto lo sgombero di alcuni centri abitati, concedendo ai residenti, quasi tutti contadini, poche ore per raccogliere le loro cose e andarsene. “Abbiamo avuto modo di prendere poco, siamo partiti lasciando le case aperte, con i vestiti che avevamo addosso e qualche soldo”, lamenta Imdad Khan, 34enne fuggito con la famiglia. Lo incontro mentre sosta paziente al suo posto, nell’interminabile coda che serpeggia sulla polvere fino ad un minuscolo capanno circondato da giunchi, dove è in corso la registrazione dei nuovi arrivati. Le lunghe ore di attesa forzata presto fanno aumentare la tensione tra i presenti, frustrati dalla mancanza di informazioni basilari, esempio come procurarsi del cibo e dove andare a dormire con le famiglie la notte. Le reazioni tuttavia sono contenute, e limitate a qualche mormorio di disappunto, tanto che un paio di poliziotti armati di manganello bastano a riportare l’ordine, compattando le fila sul terreno. Secondo Noor Akbar Afridi, coordinatore del campo, in tre giorni sono stati accolti e registrati 18.450 nuovi arrivi, andati ad aggiungersi ai 27.887 profughi già ‘ospiti’ della tendopoli. “Qualcuno vive nelle tende dal 2009”, spiega, ovvero da quando il governo pakistano avviò la prima offensiva armata contro il Tehrik-i-Taliban (TTP, i Taliban pakistani), nei distretti di Swat e Dir.

La legge dei Taliban

Almas Khan ha 45anni e appartiene alla tribù Stori Khel. Per lui la vita al campo è una routine fatta di attese per i pasti, intervallati da qualche chiacchiera con gli uomini del clan. “Quando i Taliban arrivarono dissero che nessuno di noi doveva collaborare con l’esercito, e fummo costretti ad ubbidire. Nel periodo in cui erano al potere non avevamo scelta, si lavorava, si pregava e si tornava a casa. Pochi di noi avevano problemi, a patto di essere neutrali”, racconta. Almas mi accoglie assieme ad un gruppo di altri profughi, all’esterno delle tende destinate alle riunioni e alla vita sociale, situate nella parte meridionale della tendopoli. Le donne, ovviamente, non sono ammesse. Per loro la vita al campo è ancora più dura, costrette come sono a preservare l’onore della famiglia, limitando le proprie attività oltre sudice pareti in stoffa, erette come barriere attorno alla zona notte. Nel capannello di uomini seduti nell’area dell’incontro c’è anche Nigrar, un robusto 38enne barbuto, giunto al campo in licenza, per incontrare la famiglia. Dice di essere un combattente. Non un soldato, ma membro di un Lashkar (‘associazione’ o ‘esercito’) anti-Taliban di Bara, localmente definito Khassadar, armato e schierato a supporto delle truppe pakistane. I Khassadar, impiegati per l’ottima conoscenza del territorio, in genere sono più determinati in battaglia rispetto ai soldati dell’esercito. Molti di loro scelgono di combattere per difendere le proprie case e la terra in cui vivono, oppure in risposta alla morte di un familiare, prendendo le armi contro il nemico, per sublimare l’ennesima vendetta, da cui dipende l’onore dei pashtun. “Qualche mese fa ero ad un posto di controllo con altri 30 compagni. A mezzanotte siamo stati attaccati dai Taliban, saranno stati 400. Abbiamo perso 3 uomini, ma siamo riusciti a metterli in fuga. Se avessero conquistato la postazione saremmo stati tutti sgozzati”. Nigrar punta il dito su un ragazzino taciturno, non avrà nemmeno 18 anni, dicendo che i Taliban gli hanno ucciso un fratello e il padre durante i lunghi combattimenti sulle montagne. “Lui ha lasciato tutto arruolandosi nei Kassadar, per vendicare la sua famiglia”. 

Droni e ‘fuoco amico’

Lungo la Linea Duran, alla minaccia dei proiettili dei Taliban si somma anche il fuoco amico. “Qualche mese fa mia nipote è stata ferita da un colpo di artiglieria dell’esercito pakistano, caduto sulla nostra casa”, spiega Yar Afzal, 32enne arrivato il giorno precedente da Bara, seduto in fila, in attesa di essere registrato. “Aveva ferite molto gravi, ma ci hanno consentito (l’esercito ndr) di andare all’ospedale di Hayatabad solo 11 ore dopo”. Anche Akhtar Gul, anziano di 65 anni della tribù Miah Noor Khel, racconta il proprio dramma. Dice di aver perso due nipoti, uno di 11 e l’altro di 7 anni, uccisi da un missile lanciato da un aereo drone americano, e diretto contro alcuni militanti. Simile l’esperienza di Manan Gul, 52enne del tehsil Razmak (Sud Waziristan), fuggito agli scontri tra esercito e militanti tre anni fa. Lo incontro al mercato dei legnami di Peshawar, posto sulla via per il Kyber Pass e l’Afghanistan, lungo la Grand Trunk Road, antica direttiva di 2.500 chilometri che collega Chittagong (Bangladesh) a Kabul. “Ho visto più volte i droni che volavano in alto, dalle mie parti. Alcuni abitanti del mio villaggio sono stati uccisi da questi aerei, ma anche Taliban”, racconta. “Una volta ero seduto in casa, e fuori c’era un’auto con dei combattenti. Il drone si è abbassato e ha fatto fuoco con due missili, uccidendo gli otto passeggeri, tutti Taliban. I civili spesso vengono uccisi poche ore dopo un attacco, magari quando stanno rimuovendo corpi e mezzi da una strada, o dalle macerie di un’abitazione. L’aereo torna all’improvviso e spara ancora”. Gul Manan era un commerciante, aveva una modesta attività al villaggio, ma tanto bastava. Ora vive con i figli e la moglie (sei persone) in una baracca di fango nel retro del magazzino di legnami, dove lavora percependo un fisso mensile di 1.200 rupie (9 euro), più provvigioni su eventuali vendite: “non siamo felici, ma non abbiamo alcuna scelta”. Ad un centinaio di metri di distanza, superati altri cinque magazzini identici, incontro Khan Bahadur, sveglio 53enne con una vistosa barba rossa, anche lui del Sud Waziristan. “Sono fuggito all’improvviso, due anni fa, con i miei parenti e altre due famiglie”, ricorda, “da quattro giorni erano in corso pesanti scontri tra esercito e miliziani. Poi la situazione è peggiorata, i militari hanno preso posizione nel villaggio così siamo fuggiti, lasciando le case aperte”. L’odissea della famiglia di Bahadur è continuata per quattro giorni, tra le montagne, senza meta: “dormivano per terra in grotte e ripari di fortuna, senza coperte e cibo”. Alla fine sono giunti a Peshawar, dove campano con qualche lavoretto in attesa di fare ritorno a casa.

Il prezzo dell’America

Chi vive a Peshawar da molti anni ha imparato a non badare troppo alle parole dei politici, o ai botta e risposta tra esercito e militanti. È più facile valutare la stabilità del periodo contando i giorni tra un attentato e l’altro, oppure, come fanno i mercanti del Saddar Bazar, interpretando le flessioni degli introiti. “Le bombe degli ultimi anni hanno creato molti timori tra la gente. Hanno paura di venire nel bazar, e gli affari vanno male”, spiega Munawar Khan di 60 anni, seduto nel suo minuscolo negozio di stoffe e vestiti. “Dall’11 settembre i clienti sono diminuiti sempre di più. Prima guadagnavo 30 mila rupie al giorno, oggi arrivo a 10, 15 mila massimo”. Quando gli chiedo un parere sull’origine del problema non ha dubbi: “i terroristi se la sono presa con il Pakistan, perché il governo sostiene gli americani. Se continuiamo ad aiutarli andrà sempre peggio”. Le parole di Munawar Khan rispecchiano un sentimento molto diffuso in Pakistan, riproposto da persone di ogni età ed estrazione, che incontro a Karachi, Lahore, Islamabad o tra le montagne dei Kalash, a sei ore di marcia dal Nuristan afghano. Dicono di aver sacrificato abbastanza per gli Stati Uniti, ricevendo in cambio solo bombe, vittime e accuse di collusione con il terrorismo. Lo conferma un sondaggio pubblico svolto a fine estate, secondo il quale il 70% dei pakistani vede negli Stati Uniti la maggiore minaccia alla stabilità interna del Paese. Il 18% appena ha additato l’India, nemico storico del Pakistan, e l’11% ha scelto i Taliban. “Dall’inizio dell’impegno militare al fianco degli USA, il Pakistan ha perso almeno 4.000 soldati, mentre i civili uccisi nelle violenze di questi anni sono 35.000. Il costo in denaro ha ormai superato i 65 miliardi di dollari, ma fino ad ora abbiamo ottenuto appena 20 miliardi”, spiega Rahimullah Yusufzai, giornalista di The News e corrispondente della BBC, uno dei massimi esperti in dinamiche Afpak, e ultimo ad intervistare Osama Bin Laden prima dell’11 Settembre.

“26/11” attacco alla sovranità del Pakistan

Incontro Yusufzai nella sua casa di Peshawar alcune settimane prima del 26 novembre, passato alla cronaca come “26/11”. In questa data, due attacchi messi a segno da bombardieri americani ed elicotteri delle truppe Isaf decollati dall’Afghanistan, hanno ucciso 24 soldati pakistani, e distrutto due basi nella Mohman Agency in territorio pakistano. La prima reazione di Islamabad è stata la chiusura delle strade per i rifornimenti americani in viaggio verso l’Afghanistan. È giunto poi il diktat del premier Yusuf Raza Gilani, che ha ordinato lo sgombero della base aerea di Shamsi, in Baluchistan, conclusosi venerdì 9 dicembre, precedentemente usata dagli USA come punto di appoggio per i droni. Mentre le ultime truppe americane lasciavano Shamsi, a Quetta un convoglio di venti autocisterne e camion carichi di merci, destinato alle basi Nato in Afghanistan, è stato distrutto in un attacco non rivendicato. In aggiunta, l’esercito pakistano ha rafforzato le difese aeree lungo il confine, e come dichiarato da un anonimo ufficiale al quotidiano Dawn: “ora disponiamo di un sistema di difesa aerea completamente equipaggiato, in grado di intercettare ogni aereo o elicottero e abbatterlo”. A causa del 26/11, il governo pakistano ha scelto anche di boicottare la conferenza di Bonn del 5 dicembre, dalla quale sarebbero dovuti emergere i termini per mantenere la pace in Afghanistan anche dopo la partenza delle truppe americane prevista per il 2014. Si è invece trattato di un fiasco, segnato dall’assenza di due protagonisti chiave in un ipotetico processo di (reale) pace: il Pakistan e i Taliban. L’operazione di fine novembre ha innescato una frattura insanabile nelle relazioni tra Washington e Islamabad, in particolare con l’establishment dell’esercito (che in Pakistan detiene il vero potere), mai come ora ostile agli Stati Uniti.

Dialoghi falliti e “nuove regole del gioco”

Non è ancora chiaro cosa realmente ci sia dietro il 26/11. I vertici dell’esercito americano giustificano l’accaduto, parlando di una rappresaglia ad un attacco subito in precedenza. Diversamente, da Islamabad giungono accuse di “aggressione deliberata” agli USA, mentre gli analisti pakistani sostengono la tesi della premeditazione, come risposta a nuovi colloqui tra l’intelligence pakistana con il TTP e la rete Haqqani. Washington non ha mai accettato l’idea di questo dialogo, cercando di ‘tagliare’ i ponti anche fisicamente. Un esempio fu il primo attacco americano con dei droni in Pakistan, il 18 giugno 2004, diretto a Nek Mohammad, comandante dei Taliban a Wana in Sud Waziristan, poco dopo l’accordo per un cessate il fuoco nell’area. Coincidenza o meno, ma sembra la storia si sia ripetuta, dopo che il 21 novembre 2011, pochi giorni prima dell’attacco al confine, era trapelata a mezzo stampa la notizia di un precedente (presunto) accordo di tregua tra il TTP e non precisati rappresentati dell’intelligence pakistana, durato fino ad inizio novembre. “Non stiamo attaccando l’esercito pakistano a causa del processo di pace”, riportava il Telegraph, attribuendo la dichiarazione ad un portavoce del TTP vicino a Hakimullah Meshud, leader dell’organizzazione. Ecco che il 26/11 potrebbe davvero rivelarsi una punizione per la ripresa dell’intesa tra Islamabad e i Taliban. L’avversione degli Stati Uniti al dialogo rischia di trasformarsi in un errore strategico cruciale, soprattutto dopo mesi di relativa calma. “I Taliban non accetterebbero mai di trattare con Hamid Karzai, lo considerano un burattino degli americani”, spiega Yusufzai. “Credo potrebbero dialogare con gli Stati Uniti, in quanto sanno che detengono loro il potere. Gli americani hanno però posto tre condizioni inaccettabili per i Taliban: il rispetto della costituzione afghana, la dissociazione da al-Quaeda e la resa delle armi”. Ad affievolire ulteriormente la possibilità di un’apertura USA con i Taliban contribuisce un recente stravolgimento nelle priorità del Pakistan, dettato dell’accordo di collaborazione tra India e Afghanistan, siglato il 4 ottobre a New Delhi. I punti nodali sono il rafforzamento delle relazioni politiche, l’economia e la sicurezza. La crescente influenza dell’India in Afghanistan risulta come fumo negli occhi per Islamabad, e la reazione più plausibile sembra essere il ritorno ad una politica di appoggio ai Taliban (con i quali il Pakistan ha comunque preservato i rapporti), in Afghanistan, anche in un’ottica anti-indiana. Lo conferma Yusufzai: “l’accordo tra Singh e Karzai ha cambiato le regole del gioco. Il Pakistan si è sentito escluso, e ora è impensabile che vada realmente contro i Taliban e la rete Haqqani. Islamabad non ha buone relazioni con il governo Karzai, per questo è logico credere che tenterà di riguadagnare peso in Afghanistan appoggiando i Taliban”.

Lascio il Kyber Pakhtunkhwa consapevole che i problemi non finiranno in fretta. Come mi è stato più volte spiegato, da queste parti ad un anno di guerra ne seguono dieci di vendette e faide.

 

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