New Delhi 8 Ottobre 2010. La capitale dell’India, si era imposta come città ospitante dei Giochi del Commonwealth nel novembre 2003. La bellezza di 7 anni non sono tuttavia bastati, e la seconda economia asiatica si è presentata sulle piste di atletica zoppicante e malaticcia. Questa almeno è l’immagine trasmessa dai media di mezzo mondo, giunti per coprire il più importante evento sportivo mai ospitato sul suolo indiano, cui partecipano circa 70 ex colonie del Raj Britannico.
Strutture insicure e realizzate con materiali scadenti, opere incompiute, pianificazione inesistente e  gravi accuse di corruzione verso gli organizzatori indiani, hanno scandito il tempo nelle settimane precedenti l’inaugurazione di domenica scorsa. Così, una toppa dopo l’altra il 3 ottobre si è aperto il sipario sull’orgoglio indiano, mai come ora vacillante, dando il via alle gare che proseguiranno fino al 13. Poche le aspettative a livello sportivo, a causa del forfait rifilato da nomi illustri dell’atletica mondiale, i quali hanno preferito non avventurarsi in campus carenti, minacciati dallo spettro della dengue, malattia virale che nelle ultime settimane ha colpito migliaia di persone a New Delhi. Dubbi anche sulla sicurezza in campo, amplificati forse dal cobra ritrovato nello stadio del tennis. Viene poi l’allerta terrorismo, cresciuta dopo l’estate nera del Kashmir, territorio conteso tra India e Pakistan, in cui per la prima volta dall’indipendenza del 1947, il numero delle vittime civili uccise dai paramilitari ha superato quello dei militanti. Comunque sia, la macchina organizzativa indiana ha tirato dritto, al motto di “the show must go on”, cercando di presentarsi all’evento con il vestito buono. Per riuscirci, mentre i cantieri claudicanti subivano le sferzate del Monsone, l’amministrazione della capitale ha pensato bene di rifare il trucco alla città, coprendo qualche neo che avrebbe guastato l’immagine. Ecco che, per gli 11 giorni di giochi, è stato predisposto un piano di ‘pulizia’ orientato all’allontanamento dalle zone centrali di 250.000 cani randagi, 60.000 senzatetto, e parte degli 800.000 abitanti degli slum. La lista dei ‘nominati’ si è presto allungata, includendo poi mucche, asini, tori, capre, topi, serpenti, elefanti e cammelli. Un massiccio intervento di lifting, il cui costo preventivato di 65 milioni di dollari sembra sia almeno raddoppiato. L’idea di cacciare gli ospiti “sgraditi” dal centro di New Delhi ha provocato reazioni a 360 gradi, dovute alle comprensibili perplessità sull’efficacia dell’iniziativa. Proteste poi sui  metodi adottati per un’indianissima ‘operazione scopa’, che testimoni hanno definito “di tipo squadrista”. Quando la festa sarà conclusa, una volta spenti i riflettori, animali, straccioni e caos torneranno ad impadronirsi della città, ricacciando Delhi nel limbo in cui sembra condannata la New India, cinica, potente e ammirata, ma incapace di guardarsi allo specchio.

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