Londra, 23 giugno 2009. La capitale britannica ha da poco vissuto un’importante domenica all’insegna dei diritti Sikh Londracivili. La più famosa piazza della città ha ospitato una delle più grandi manifestazioni della comunità sikh nella storia.  Sono passati 25 anni dal massacro del Darbar Sahib, il celebre Tempio d’Oro di Amristar in India, cosiderato ‘la Mecca’ dei sikh, dove tra il 3 e il 6 giugno 1984 l’allora primo ministro indiano Indira Gandhi diede il via all’operazione militare Blue Star, per catturare presunti terroristi asserragliati, si credeva, all’interno delle mura del tempio, uccidendo 492 civili al termine di una brutale dimostrazione di forza. Un quarto di secolo, ma le numerose comunità Sikh dell’India e quelle sparse in giro per il mondo non hanno ancora dimenticato, continuando a rivendicare il proprio diritto ad avere giustizia ed esistere in uno stato indipendente: il Khalistan. 
I manifestanti radunatesi a Hyde Park Corner hanno marciato alla volta di Trafalgar Square, tingendola di arancione, il colore della bandiera Sikh. L’evento ha raccolto migliaia di persone e si è svolto, nonostante i turisti curiosi, in un clima di dignitoso silenzio nel quale riecheggiava solo la voce degli oratori. Una fila di bare nere e di fiori arancione erano disposti ai piedi della tribuna, in memoria delle oltre 250.000 vite perse in questi anni. La manifestazione è stata organizzata dalla Federazione Sikh del Regno Unito, comprendente sei organizzazioni: Dal Khalsa, Sikh Federation, il Consiglio del Khalistan, Sharmonai Akali Dal, Akhand Kirtani Jalsa e il governo del Khalistan in esilio.
Una rappresentanza di esponenti  proveniente dal Regno Unito, India, Stati Uniti, Canada, Germania si è alternata sul palco allestito per l’occasione, dove la proiezione di filmati ricchi d’immagini scioccanti sui massacri, si susseguiva ai discorsi dei leaders.
Parole dure quelle del Vice presidente di Dal Khalsa, Manmohan Singh Khalsa – curiosa l’omonimia con il primo ministro indiano alla guida del Congresso, Manmohan Singh appunto, anche lui di religione sikh -, il quale ha affermato che il governo indiano non sta facendo giustizia per la comunità sikh, ancora oggetto di umiliazione e sopraffazione in India. “Il governo indiano non ha mai ammesso la sua colpevolezza e la comunità sikh non perdonerà mai New Delhi per l’azione brutale al Golden Temple di Amritsar tra il 3 e il 6 giugno del 1984 Migliaia di sikh sono ancora detenuti nelle prigioni indiane. Questa protesta deve aprire gli occhi al mondo e mostrare la rabbia dei Sikh contro l’India”. Manmohan Singh Khalsa ha anche sottolineato come la comunità sikh viva in pace e armonia in Pakistan, principale rivale dell’India. “I report in materia di ‘Jazia’ (imposte sulle minoranze ndr) che i sikh sarebbero costretti a pagare in Pakistan non sono veritieri e sono semplice propaganda” Ha aggiunto il portavoce del Dal Khalsa.
 
Alla manifestazione di Londra erano presenti tantissimi giovani, la maggior parte dei quali nel 1984 non erano neanche venuti al mondo, e probabilmente in India non hanno ancora messo piede. Tutti però sembravano avere molto a cuore la causa. Sintomo che questo senso di ingiustizia subita viene tramandato dai loro padri in maniera quasi congenita. Distribuivano volantini e cd gratuiti. Fermavano la gente per condividere il loro pensiero e far conoscere le loro ragioni. Striscioni e t-shirt gridavano all’unisono “don’t forget 1984”.
Si respirava nell’aria la rabbia e il senso d’impotenza dei manifestanti. Gente “reclusa” in una terra straniera. Una terra che ha accolto e accettato la comunità sikh ma che di sicuro non è il Khalakistan.
La manifestazione si è conclusa con una lunga preghiera cantata dai sikh sul palco, nel silenzio quasi surreale della folla. Dopo la manifestazione, la delegazione si è recata al numero 10 di Downing Street per consegnare un memorandum direttamente nelle mani del Primo Ministro inglese Gordon Brown.

Pensando alla rabbia negli occhi dei sikh non posso non chiedermi se l’assurdo succedersi di violenze che stanno colpendo l’India e l’Asia Meridionale finirà mai. Mi chiedo se la giustizia che giovani e vecchi sikh reclamano, nasconda un sentimento di vendetta o risponda ad un disegno più ampio, a noi poco chiaro? Mi chiedo quante altre persone dovranno ancora perdere la vita per difendere ciò che non vogliono perdere: il diritto all’autodeterminazione? Forse sarebbe più facile dimenticare, piuttosto che rivendicare. A mio avviso però, l’odio, anche se giustificato, porta solo ad altro odio, in una catena che sembra non avere fine.