Kathmandu 05 maggio 2009. Cinque gorni, non uno di più. E’ questo maoisti-nepall’ultimatum imposto dal presidente del Nepal Ram Baran Yadav, per formare un nuovo governo dopo le dimissioni del primo ministro Pushpa Kamal Dal, ex leader dei combattenti maoisti noto come Prachanda. La decisione di Yadav è giunta ieri, durante l’incontro dei principali partiti del Paese, seduti ad un tavolo per capire se esista la possibilità di individuare una coalizione da mettere alla guida della fragile democrazia himlayana. Non sarà affatto facile formae un nuovo governo entro sabato, mettendo d’accordo una dozzina di gruppi parlamentari poco coesi, e tentando di tessere nuove alleanze che si preannunciano quanto mai fragili, ma necessarie per tenere sul binario una nazione poverissima, che prova a lasciarsi dietro le spalle un decennio di guerra civile.

La crisi in corso è la più grave dal 2006, anno in cui fu siglata una tregua tra guerriglia ed esercito governativo, mettendo fine al sanguinoso conflitto che aveva scosso le giungle del ‘Tetto del Mondo’ per 10 anni. Dopo due anni di diatribe politiche, nell’agosto 2008 i Maoisti avevano vinto le elezioni nazionali, portando l’ex guerrigliere Prachanda sulla poltrona di primo ministro, e segnando la fine di 239 anni di monarchia. Che la coalizione guidata dai Maoisti non fosse stabile era noto, ma le dimissioni del premier sono giunte all’improvviso e inaspettate, a seguito del braccio di ferro innescato con il presidene Yadav in merito al licenziamento del generale Rookmangud Katawal chiesto da Prachanda sabato scorso. Secondo l’ex leader Maoista, Katawal si sarebbe imposto all’autorità del governo civile rifiutandosi di seguirne le direttive. Del parere opposto Yadav e alcuni suoi sostenitori, i quali hanno alimentato la crisi in atto schierandosi apertamente contro la maggioranza.

Inevitabile la reazione di quanti sostengono il governo Maoista (detentore del 40% dei seggi parlamentari), scesi in strada per protesta, marciando in 2000 verso il centro amministrativo della capitale, e intonando slogan contro il presidente. Proteste anche a livello politico, con un netto assenteismo da parte dei maoisti all’incontro degli altri partiti avvenuto ieri.

Nel caso in cui entro sabato non si trovasse una soluzione, il parlamento dovrà nominare un nuovo primo ministro, ma rimane reale la possibilità di un collasso politico.

L’unico ad esporsi per ora è stato Jhal Nath Khanal, referente dei Comunisti moderati dell’UML, il quale potrebbe presto essere nominato alla guida della nuova coalizione. “Stiamo cercando di includere i Maoisti (nel nuovo governo ndr) – ha dichiarato in conferenza stampa, dichiarazione riportata da Reuters India -, se non avremo la loro adesione tenteremo di formare un governo a maggioranza semplice”. Immediata la replica dei Maoisti, per i quali l’unica possibilità di parteciapre al nuovo governo è data dalla rimozione di Katawal dal suo incarico.  

Gli effetti della crisi nepalese si sono fatti sentire anche oltre confine, soprattutto in India, che rimane il principale partner commerciale del Nepal. New Delhi teme si apra un terzo fronte di instabilità lungo i propri confini, dopo quelli del Pakistan e dello Sri Lanka. Questo renderebbe ulteriormente complicata la gestione di un Paese che in queste settimane sta definendo il proprio futuro, e dove la “piaga” dei maoisti rappresenta un’emergenza difficile da arginare. Il riaccendersi dei focolai di guerriglia neaplesi (evenienza possibile in caso di un mancato coinvolgimento dei Maoisti al governo) potrebbe avere ripercussioni anche per la stabilità delle aree rurali dell’India. Ecco che in queste ore, sembrano sempre più sensate le voci che vedevano l’India impegnata nello schierare il generale nepalese Katawal contro Prachanda, autore di una strategia di avvicinamento diplomatico alla Cina, poco  gradita da New Delhi.

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