Mumbai, 27 Febbraio 2010. Approfitto della spossatezza per pubblicare un aggiornamento ‘volante’. Mi scuso fin d’ora per gli errori di battitura, ma questa tastiera e’ quanto di piu’ insidioso si possa trovare.
Al termine di una notte difficile, trascorsa in gran parte a girarmi da una parte e dall’altra alla ricerca della posizione giusta per addormentarmi, mi sono alzato poco prima delle 8, poi, dopo una colazione a base di the al limone e un dolce al cioccolato, mi sono diretto verso lo slum piu’ meridionale della citta’. Conosco il nome ma non riesco ancora a scriverlo, quindi accontentatevi di ‘slum’, o meglio ‘slum dei pescatori’. Nella baraccopoli vivono circa 2 lakh di persone. Almeno questo e’ il dato che mi ha fornito Santosh, abitante dell’insediamento che ho conosciuto ieri sera sulla strada, il quale si e’ messo a disposizione per accompagnarm nel fitto delle abitazioni. Un lakh indiano equivale a 100 mila, e francamente non credo che nello ‘slum dei pescatori’ vivano 200 mila individui. Niente da dire sulle effettive dimensioni dell’area, tuttavia immagino Santosh abbia dato una cifra complessiva, che include anche gli altri slum della citta’, alcuni estesi anche 5 volte quello di Colaba. Non vi nascondo che all’inizio del giro ero un po’ preoccupato. Baracche in mattoni, lamiera, legno e plastica addossate le une sulle altre, distanti giusto lo spazio per consentire il passaggio di una persona, talvolta di traverso per non strusciare con le spalle sulle pareti (vedrete presto le foto). Per i primi minuti non sono riuscito a togliermi dalla testa l’idea che la mia guida potesse in qualche modo farmi ‘sparire’, magari per prendermi la macchina fotografica, o i soldi. Un meccanismo di autodifesa mi ha suggerito di inventare una balla, dicendo che avevo parlato ad un amico dello slum e che era interessato a raggiungerci per unirsi a noi. Ho aggiunto che per sopperire al blackout del mio cellulare, avevo dato nome e numero di telefono di Santosh. Precauzioni inutili, come ha dimostrato la gentilezza della mia guida, felice di presentarmi i suoi concittadini – lo slum e’ percepito dagli abitanti come una citta’ nella citta’ -, accompagnandomi in tutti i luoghi in cui si svolge la vita comunitaria, e rispondendo alle mie continue domande. Roba da non credere. Mi ha voluto presentare moglie e figli, ospitandomi per pochi minuti nella sua stanza, un buco con il pavimento piastrellato di meno di 2 metri quadri. Correggetemi se sbaglio, ma quando una stanza ha pareti di 1,10 m per 1,80 m il risultato e’ circa quello. Pensate che ci vivono in 4, e soprattutto sono felici! L’abitazione era piuttosto buia, illuminata da una lampadina ad incandescenza collegata abusivamente ai cavi elettrici che alimentano i condomini affacciati sul Mare Arabico. Allo stesso modo funzionava un cigolante ventilatore a ‘soffitto’, ancorato alla lamiera che funziona da tetto. C’era pure un televisore a colori, sintonizzato su una partita di criket. Dopo le formalita’ del caso, visto il mio imbarazzo, dovuto ai 10 occhi assiepati sulla porta che osservavano ogni mia mossa, ho fatto capire a Santosh che preferivo proseguire. Di li a breve eravamo sulla strada principale, quella che da Narima Point porta a Colaba. Poco piu’ avanti, oltre una possente struttura ad arco in cemento, siamo entrati nel mercato del pesce, dove Santosh giunge ogni mattina alle 8 dopo una notte trascorsa a trascinare reti sui pescherecci ormeggiati. Quando arriviamo sono le 10,30 circa, orario in cui entra nel vivo la lavorazione di molluschi, gamberetti e pesci catturati. Non sono riuscito a sapere quanto venga pescato in media ogni giorno, di certo pero’ il Mare Arabico sembra generoso, viste le quantita’ di pesce presenti sotto le tettoie del molo. La pulizia e la lavorazione del pescato spettano soprattutto alle donne, comprese le bambine, a centinaia accovacciate nella tipica seduta indiana, con le mani immerse fino ai polsi nei gamberetti, per pulirli e poi destinarli al confezionamento. Non sto qui a parlare delle condizioni igieniche in cui lavorano, ma non vi nascondo che gran parte di quel pesce viene surgelato e spedito in Europa, nei banchi frigo dei nostri supermercati.
Gli abitanti dello slum non vivono solo delle attivita’ legate al mondo della pesca, ma riescono a procurarsi di che mangiare svolgendo anche altri lavori, piu’ o meno improvvisati, come i portatori, meccanici di auto, fioristi, venditori di chai (il the al latte indiano), spazzini, addetti alla raccolta differenziata, cuochi, tuttofare, procacciatori di clienti e tante altre mansioni che non riesco a ricordare. Non posso nascondere il fascino che questa inventiva esercita in me quando me la trova davanti. E’ un esempio di senso di adattamento, di fantasia applicata al commercio, spinta da un motore piuttosto potente il cui nome e’ ‘istinto di sopravvivenza’. Quasi commovente l’immagine di un signore sui 70 anni, fermo sul marciapiede assieme a tre amici in attesa di essere ingaggiato per qualche lavoro. Nella mano destra stringeva una sorta di secchio flessibile, contenente un martello, una cazzuola e uno stura lavandini a ventosa. “Vengo assunto a giornata – mi ha detto -, svolgo qualsiasi tipo di lavoro sia necessario, carpentiere, muratore e idraulico”. Per un intervento urgente di giorno chiede 350 rupie mentre di notte vuole il doppio. Vero anche che prima di svelarmi le quotazioni della sua maestranza ha riflettuto qualche istante, non fosse mai che allo straniero servisse una sistemata in casa!
Ora vi lascio. Oggi e’ stata una giornata calda e umida, ma per fortuna il sole e il cielo blu regnano sovrani. Nel pomeriggio ho attraversato da sud a nord tutta Mumbai, arrivando a Film City, la capitale del cinema indiano. Negli studios erano in corso le riprese di 31 film contemporaneamente, roba da pazzi! Sebbene io abbia fatto un forcing estremo, arrivando anche ad un tentativo di corruzione, gli agenti della sicurezza mi hanno bloccato ai cancelli, impedendomi di entrare senza permesso. Sara’ per la prossima volta.

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