I Chin costituiscono un gruppo etnico che vive nelle regioni montuose della Birmania (ufficialmente Myanmar) nord-occidentale, a ridosso del confine con l’India. Sono in larga maggioranza cristiani legati alla chiesa battista americana, vivono in villaggi dove praticano l’agricoltura e piccoli commerci. Come diverse altre minoranze in Birmania, anche i Chin sono organizzati militarmente contro il regime della Giunta dei generali di Rangoon, e per questo sottoposti ad ‘attenzioni’ particolari da parte del Tatmadaw, l’esercito birmano. Inutile sottolineare come il Chin National Front, il gruppo armato indipendentista dei Chin – sorto nel 1988 e a sua volta accusato di abusi ai danni della gente per la quale sostiene di lottare –, sia composto da una minima parte della popolazione. Tuttavia, l’attività di repressione adottata dal regime birmano per arginare l’azione di questi guerriglieri, coinvolge l’intera etnia Chin, come denunciato nel rapporto “We are like forgotten people” (http://www.hrw.org/en/reports/2009/01/27/we-are-forgotten-people) pubblicato da Human Right Watch il 28 gennaio scorso. La forma assunta dalla strategia del Tatmadaw contro i Chin, coordinata direttamente dai generali, rientra nei ‘canoni’ usati per identificare la polizia etnica: arresti e detenzione indiscriminati, tortura, uccisioni sommarie, violenza e molestie sessuali, repressione religiosa, semi-schiavitù, arruolamento forzato nell’esercito, estorsione di danaro, confisca di beni e proprietà, privazione della libertà individuale.
L’inevitabile conseguenza di tanta violenza, è all’origine di un massiccio esodo di profughi Chin, giunti almeno in 100 mila, a più riprese, oltre il confine indiano, nella regione del Mizoram. Siamo nell’India nord-orientale, a 2460 chilometri dalla capitale New Delhi, in un’area instabile, dove da anni le autorità governative stanno tentando di arginare le forti spinte indipendentiste dei gruppi di guerriglia locali, armati grazie ad un vivace commercio di arsenali provenienti da Cina, Bangladesh e ovviamente Birmania. Male accetti dalla popolazione autoctona, e privi di qualsivoglia protezione da parte delle autorità locali, il Mizoram rappresenta una falsa sicurezza per i Chin, qui sottoposti a nuovi abusi, violenze, e sfruttati come manodopera a basso costo in lavori pesanti anche per 16 ore al giorno, senza tutela alcuna, con  stipendi mensili che variano dalle 200 alle 1500 rupie (da 4 a 30 euro). Ciò che è peggio, migliaia di Chin in fuga sono stati rispediti a forza in Birmania dalla polizia indiana, condannandoli così a gravi ripercussioni da parte degli uomini del generale Than Shwe, leader della Giunta di Rangoon. Oltre a denunciare il prolungarsi delle brutalità nei confronti delle minoranze birmane da parte del

Il leader della giunta, Than Shwe
Il leader della giunta, Than Shwe

Tatmadaw, lo scopo del dossier di Hrw è quello di lanciare un appello al governo di New Delhi, e uno in particolare al presidente neoeletto in Mizoram, Pu Lal Thanhawla dell’Indian National Congress, affinché accolgano i Chin in fuga dalla Birmania, favorendo il loro riconoscimento come profughi. Facile a dirsi, ma meno a farsi, in quanto l’India non ha mai aderito alla convenzione sullo Stato dei profughi (Refugee Convention del 1951), e nemmeno al suo Protocollo del 1967. Per questo, i ‘profughi’ in India vengono trattati alla stregua di immigrati senza documenti, così come dettato dall’India’s Registration of Foreigners Act (1939), dal Foreigners Act (1946) e Foreigners Order (1948). In poche parole i Chin possono essere arrestati, imprigionati e riportati oltre il confine di provenienza così come previsto dalla legge indiana. Esiste comunque una certa disponibilità da parte di New Delhi, dove è concessa la creazione di uffici alle principali Ong internazionali. Sempre nella capitale, ha poi sede l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i profughi, solo che il suo referente, tenutario del registro nel quale vanno inseriti i nomi dei fuggiaschi affinché siano considerati profughi, non ha l’autorizzazione a spostarsi dall’ufficio. A questo punto, l’unico modo che hanno i Chin di vedersi riconosciuto lo status di profughi è raggiungere l’ufficio dell’UNCR a New Delhi. Per loro dunque la fuga dal Tatmadaw e dalla repressione del regime birmano non si conclude oltre il confine, ma prosegue per altri 2460 chilometri fino alla capitale dell’India.

I generali della Giunta birmana
I generali della Giunta birmana

Al fine di chiarire meglio la posizione del governo indiano sulla questione Chin, bisogna considerare alcuni fattori chiave. Innanzitutto il confine con la Birmania è uno dei talloni d’Achille di New Delhi, a causa come accentato, dei traffici di armi destinate ai gruppi insurrezionealisti e alla conseguente instabilità del Nordest. Dalla stessa direzione, giunge poi parte dell’oppio prodotto nel Triangolo d’Oro (Birmania, Laos e Tailandia), destinato al mercato indiano o indirizzato verso l’Europa via Mumbai e Nigeria. Ecco che il governo Singh ha dato vita ad un intenso dialogo con Rangoon, (anche) per ottenere una collaborazione da parte della Giunta nelle aree summenzionate. Aggiungiamoci poi i crescenti scambi commerciali con la Birmania – che dispone di ingenti riserve di gas naturale (2500 miliardi di metri cubi, l’1,4% delle riserve mondiali) e petrolio, poi legno di tek, minerali e pietre preziose –, grazie ai quali l’India trova abbondanti risorse e materie prime a buon mercato necessarie per sostenere l’economia, in cambio di armamenti e sostegno internazionale. Non stupisce, quindi, se New Delhi giudica le politiche repressive adottate dal SDRC (State Development and Restoration Council, come si fa chiamare la Giunta militare), come “affari interni”, tra i quali rientra la questione Chin.

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