Calcutta, 12 Febbraio 2010. Koteswara Rao, leader del bandito CPI (Maoist), annuncia una nuova apertura a favore del dialogo con il governo indiano, in cambio dello scarceramento di quattro capi maoisti. La proposta, messa in circolazione l’altro ieri da Rao, storico coordinatore dei ribelli di estrema sinistra in West Bengal, Jharkhan, Bihar e Orissa, ha fatto eco ai solleciti giunti dal Ministro dell’interno Chidambaram, che ha ribadito ancora una volta il desiderio di New Delhi di instaurare colloqui con i maoisti, concedendo “un’ultima chance”. “Un’ultima possibilità” dunque, prima che alle parole dei politici, segua l’azione dei militari indiani schierati in gran numero (almeno 50.000 uomini si sono recentemente aggiunti ad altrettanti poliziotti già presenti) lungo il Corridoio Rosso, quella vasta area rurale del Centro India, dove si fa sentire con maggiore forza l’azione dei maoisti indiani. Il nome dell’offensiva avviata contro i ribelli si chiama Green Hunt, ‘Caccia Verde’ e in molti temono possa sfociare in una serie inarrestabile di violenze da entrambe le parti, ai danni dei civili che con l’insurrezione hanno poco o nulla a che fare. Non è un caso, se le autorità indiane hanno imposto il blackout mediatico in gran parte delle aree più calde, alla stregua di quanto accaduto un anno fa in Sri Lanka, contro le Tigri Tamil. Sembra però che la soluzione tramite il dialogo sia ancora possibile, come confermato dalle parole di Rao, il quale, prima di sedere ad un tavolo nei tempi e nei modi opportuni, chiede siano rilasciati Kobad Gandhi, Amitabha Bagchi, Narayan Sanyal e Sushil Roy, rienuti indispensabili nelle trattative con il governo. Altra condizione, da tempo posta dal leader maoista, è che la campagna militare in corso sia arrestata definitivamente: “l’offensiva che sta causando miseria tra i poveri e i tribali in molti stati indiani deve finire. Non potete (il governo ndr) pretendere di dialogare tenendo una pistola puntata alla nostra testa”.

I ribelli maoisti dicono di combattere per i poveri e i senza terra che vivono nelle giungle dell’India centrale. Non bisogna però vedere i maoisti come dei Robin Hood indiani, e tanto meno dei Che Guevara, in quanto molte delle loro azioni spiccano per la brutalità dei metodi, sia contro gli obbiettivi principali (autorità politiche, militari e infrastrutture) sia, in alcuni casi, contro gli stessi individui per i quali sostengono di agire. In effetti, estorsione, furto, violenze gratuite e arruolamenti forzati sono una pratica comune, tanto da aver indotto la creazione di movimenti civili anti-maoisti più o meno spontanea, perchè favorita e sostenuta dal governo indiano. Le stesse considerazioni sono valide, come accennato, per le forze dell’esercito impegnate nella repressione, di recente munite di nuove armi, di elicotteri e aerei adatti al monitoraggio della giungla. Vuoto mediatico o meno, dalle zone rurali dell’India Centrale continuano ad uscire racconti e testimonianze di crimini commessi dai militari, i cui sistemi sarebbero spesso peggiori di quelli adottati dal nemico che stanno combattendo.

Dopo oltre 20 anni, la lotta armata dei maoisti ha provocato 6.000 vittime, 600 delle quali solo nel 2009, anno passato alla storia come il più sanguinoso, fino ad ora. Attualmente, secondo le stime del centro indiano per la gestione dei conflitti, i maoisti sono presenti in misura rilevante in più di 223 distretti su un totale di 600, distribuiti in 20 stati dell’Unione Indiana.

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