Photo: Taslima Akhter

É un bilancio pesantissimo, e continua ad aggravarsi, quello dell’incidente all’edificio del Rana Plaza, a Dhaka. Con oltre mille vittime, si tratta probabilmente del maggiore incidente sul lavoro mai occorso non solo il Bangladesh, ma a livello mondiale. Oltre mille vittime, ed un migliaio di feriti. Centinaia ancora in pericolo di vita, e decine di mutilati nel crollo o nelle successive operazioni di soccorso, per liberarli dalle macerie.

Le ultime indiscrezioni dagli ambienti investigativi parlano di cedimenti strutturali causati dalle vibrazioni prodotte da quattro giganteschi generatori posti nella parte superiore dell’edificio. Se anche fosse questa la causa contingente del disastro, è ovvio che una riflessione degna di tale nome non possa fermarsi qui.

Anzitutto, va detto che il 24 aprile, esattamente un giorno prima del crollo, le autorità avevano chiesto al proprietario dello stabile di sgomberare lo stabile, in cui lavoravano circa tremila dipendenti. La polizia aveva deciso di imporre la chiusura ed ordinato l’evacuazione a seguito della comparsa di crepe nella struttura dell’edificio. Il proprietario dell’edificio, Mohammed Sohel Rana, è attualmente indagato: avrebbe detto alle aziende (cinque) che occupavano lo stabile che l’edificio era sicuro. Inoltre, è accusato di abuso edilizio e di comportamenti coercitivi verso i lavoratori. La Corte Suprema del Bangladesh ha confiscato le sue proprietà e, per il momento, rischia sette anni di carcere. Dopo la comparsa delle crepe, una banca e alcuni negozi privati al pianterreno hanno rispettato l’ordinanza della polizia e chiuso gli uffici. I proprietari delle aziende tessili  hanno invece imposto ai lavoratori di continuare come se niente fosse. I manager delle ditte in questione (Phantom Apparels, Phantom Tac, Ether Tex, New Wave Style and New Wave Bottoms) sono al momento indagati, ed anche le loro risorse economiche sono state poste sotto sequestro, per garantire adeguati risarcimenti alle vittime e ai loro familiari.

E qui si ferma la giustizia del Bangladesh.  Ma non la lista dei colpevoli: le cinque ditte locali erano infatti solo un mero ingranaggio, l’ultimo, di una micidiale catena di sfruttamento che parte dagli scaffali dei nostri centri commerciali con abiti a prezzi stracciati, e passa per le grandi firme e la grande distribuzione, per poi perdersi nei mille rivoli del sub-appalto e della ricerca delle minori garanzie sindacali, ai quali sempre si accompagnano, poi condizioni di assoluta insicurezza sul posto di lavoro e turni massacranti. Se vogliamo continuare a chiamarlo “lavoro”, poi, continuiamo a persistere nell’errore: è più simile ad una infernale schiavitù.

La lista degli incidenti, nel solo Bangladesh, è lunga e dolorosa, come scrive Vijay Prashad in un articolo a ragione intitolato “Il Terrore del Capitalismo”, uscito su Counterpunch il 26 aprile, quando la conta dei corpi era ancora all’inizio: “Queste sono le fabbriche della globalizzazione nel  Ventunesimo Secolo – baracconi decrepiti per un processo di produzione basato su giornate lavorative interminabili, macchinari di terza mano, e lavoratori subordinati a ritmi di consegna al limite dell’assurdo”. Citando, e di nuovo a ragione, il capitolo 10 del Capitale di Marx, Prashad aggiunge che la vorace fame di profitto, oggi come nell’Inghilterra del Diciannovesimo secolo, calpesta non solo la dignità umana da un punto di vista morale, ma anche da quello puramente fisico, sottraendo ai lavoratori il tempo e le energie per il riposo, la crescita e lo sviluppo in quanto individui. L’aumento del profitto si basa sulla diminuzione della vita del lavoratore.

Non è la prima volta che fatti del genere accadono. Ed anche se di minore entità, di quando in quando hanno provocato sporadiche iniziative di boicottaggio verso questa o quella marca o catena. Generalmente di breve durata. Ben più costanti sono stati invece le migliaia di lavoratori del Bangladesh, in particolare quelli della Zona Industriale di Ashulia, da oltre un anno in lotta per migliori condizioni di lavoro e aumenti salariali, in un paese dove il salario medio si aggira tra i trentacinque e i settanta dollari al mese.

Ricordiamocene quando in un qualsiasi negozio, prendendo in mano un capo di abbigliamento, leggeremo “made in Bangladesh”.

 

 

 

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