Articolo di Stefano Beggiora.

Itanagar, 4 Febbraio 2011. Un gigantesco portale, sovrastato da un architrave scolpito in modo da raffigurare le corna maestose del mithun, il bisonte di montagna simbolo della regione, costituisce il primo cancello d’entrata allo stato dell’Arunachal Pradesh. La lunga e tortuosa via che lo attraversa lascia ben presto dietro di sé il paesaggio tipico della pianura assamese, tuffandosi nelle giungle che ricoprono le pendici himalayane e arrampicandosi sulla catena montuosa in direzione dei distretti di Tawang e West Kameng.

Quest’immenso anfiteatro roccioso, con vette ricoperte da nevi perenni, circonda e protegge l’estrema propaggine dell’India, al confine con il Bhutan. E’ un territorio selvaggio, in cui la fitta vegetazione delle pendici, attraversate da impetuosi torrenti, lascia spazio a un paesaggio brullo, immerso nel silenzio dei passi di montagna che sovente si spingono oltre i 4000 metri.

Attraverso questo baluardo naturale, battuto dal vento, si inerpicano le antiche vie carovaniere e di pellegrinaggio che collegavano la frontiera nordorientale dell’India a Lhasa in Tibet.

Da un punto di vista antropologico la zona è sicuramente di estremo interesse e ancor oggi poco studiata. Numerose comunità tribali, infatti, popolano le vallate di questi distretti. Fra queste il gruppo più importante è costituito dai Monpa, un’etnia che raccoglie sotto di sé diverse tribù di provenienza e origine tibetana.

Nei molti villaggi, la tradizione delle scuole buddhiste del luogo coesiste a fianco di antiche concezioni magico-religiose di tipo sciamanico, che costituiscono una sorta di substrato pre-religioso di matrice fondamentalmente tribale.

Il centro culturale e religioso buddhista più importante del luogo è sicuramente il celebre monastero di Tawang, a pochissimi chilometri dal confine. Risalente al XVII secolo, può ospitare oltre cinquecento monaci ed è uno fra i complessi monastici più importanti dell’Asia meridionale. La biblioteca vicina conserva una ricchissima collezione di antichi testi oltre a dipinti, statue e oggetti d’arte tradizionale di pregevole fattura. L’intera zona inoltre occupa un posto di rilievo nella storia della regione; proprio in queste valli infatti nacque, sempre nel XVII secolo, Tsan Yang Gyatso, il VI Dalai Lama.

E’ interessante notare come lungo l’antica via di pellegrinaggio verso il Tibet, presso le piccole comunità e all’interno dei villaggi che costellano il territorio, si possono notare costruzioni religiose buddhiste di varia epoca, gonpa, chorten, stupa, reliquiari, monasteri, templi, etc.

A Dirang, proprio all’imboccatura della valle che conduce al Se La Pass, l’ultimo valico prima del monastero di Tawang, sorge un antico dzong. Si tratta di una sorta di fortezza, o meglio di un villaggio fortificato in stile tibetano. Ne deduciamo che, se il monastero di Tawang era effettivamente il cuore culturale della regione, lo dzong rappresentasse in passato l’ultimo avamposto buddhista posto all’ingresso di questa via d’accesso al Tibet.

Arroccata in cima ad una rupe, la fortezza presenta una configurazione pressochè quadrangolare; un alto muro di cinta costituito da blocchi di roccia squadrati circonda l’abitato e presenta, come apertura, un portale pregevolmente decorato che sovrasta la ripida via d’accesso. La struttura è databile in epoca tardo medievale e, nel corso dei secoli, è stata un centro legislativo e amministrativo della regione. Con l’aumento della popolazione del villaggio, le abitazioni, che una volta si trovavano solo all’interno del muro di cinta, si distribuiscono oggi lungo la vallata ai piedi dello dzong.

Venuto meno durante i secoli il valore difensivo della fortezza[1], l’intera struttura è andata incontro ad un incontrovertibile processo di disfacimento. Qui, come in altre zone dell’India, le pietre stesse che costituivano il complesso di questo patrimonio artistico nazionale, sono state utilizzate dalla popolazione del luogo per costruire abitazioni o altri edifici. Documentiamo che la sezione meridionale dello dzong sia la più danneggiata a causa degli abusi e del tempo, mentre la sezione più a monte è meglio conservata. E’ interessante notare come invece alcune case all’interno dello dzong, per motivi di spazio e di oculatezza nell’uso dei materiali, siano state costruite addossate al muro di cinta che, nel presente caso, costituirebbe uno dei muri maestri dell’abitazione. La struttura interna delle abitazioni è generalmente lignea, mentre i muri della casa sono edificati con pietre squadrate appoggiate le une alle altre. L’apertura anteriore è comunemente sormontata da un doppio architrave in legno spesso decorato. Sul retro di ogni abitazione, poi, sorgono strutture in bambù e paglia intrecciata secondo l’uso tradizionale, per il deposito degli attrezzi agricoli.

In questi ultimi anni, dopo la constatazione che lo dzong di Dirang sia effettivamente uno degli unici, – se non l’unico – esempio di tale tipo di architettura tibetana in territorio indiano, il governo ha promosso un progetto di recupero archeologico e salvaguardia dell’area.

Da un punto di vista religioso, documentiamo che Dirang sia un centro buddhista di una certa importanza. Il gonpa che si trova all’esterno delle mura è in stile tradizionale; ricco di oggetti d’arte rituale, ospita numerosi monaci, novizi e inservienti laici. È  interessante notare come invece all’interno della fortezza si trovi un secondo gonpa, più piccolo di forma squadrata, probabilmente risalente alla stessa epoca dello dzong. La leggenda narra di come il maestro Padmāsambhava, giunto qui, vi avesse trovato un terribile demone che infestava la regione. Dopo averlo affrontato e sconfitto il maestro gli strappò il cuore e precipitò il suo corpo nelle viscere della montagna.

Padmāsambhava è uno dei maestri del buddhismo, di cui, una delle forme, è appunto quella del distruttore di demoni. La leggenda[2] è interessante in quanto comunemente si intende tale sacra figura come quella di colui che sconfigge i demoni e li assoggetta alla dottrina. In questo caso invece, l’entità maligna è del tutto annientata in una battaglia che immaginiamo svolgersi in una dimensione psichica. Dopo la sconfitta però il corpo del demone sembra concretarsi cristallizzandosi nella forma della pietra. Sul retro del tempio infatti si trova una fossa nel terreno di qualche metro di ampiezza. Sul fondo di tale cavità è possibile scorgere una insolita conformazione rocciosa, quasi si trattasse di una sezione intrusiva di altro materiale. Di forma vagamente antropomorfa, dagli abitanti del luogo essa è considerata essere il corpo pietrificato, sprofondato nella montagna, del demone sconfitto. Il tempio dunque sorgerebbe nello spazio antistante l’epico scontro. Stupefacente altresì la scoperta di una pietra scura, di un materiale rosso brunito, che i monaci conservano in uno scrigno riposto nel luogo più interno del gonpa. La pietra, di alcuni chilogrammi di peso, è di forma perfettamente cardiomorfa; considerata il cuore del demone è ancor oggi conservata come una reliquia prodigiosa.

Quanto esposto non deve stupire se si considerano comunque le basi culturali di tipo tribale e sciamanico di una regione che è tradizionalmente intesa dai suoi stessi abitanti come popolata da entità, spiriti, deità ed esseri soprannaturali. Gli stessi abitanti dello dzong che si dichiarano di religione buddhista, hanno anche un pūjārī tribale tradizionale, ovvero un sacerdote ordinario di villaggio. Inoltre proprio all’interno della fortezza, a poca distanza dal tempio vi è la casa di un anziano bönpo, una figura propriamente sciamanica, in grado di indursi in stati di trance ed essere posseduto dagli spiriti, a fini esorcistici o di guarigione.

Per quanto riguarda la cura delle malattie o dei disturbi di carattere più ordinario, di rilievo è la figura del medico dello dzong. L’uomo, ormai molto anziano, non segue la scienza medica tibetana, ma applica una singolare tecnica di evidente origine sciamanica. Egli raccontò di esser stato rapito in giovane età da tre bellissime dee, le quali, portatolo nella foresta, lo iniziarono alla conoscenza e all’applicazione dei rimedi naturali e delle piante medicinali. Per tutta la sua vita tali divinità, conosciute anche come i ‘medici degli dei’, continuarono ad apparirgli in sogno e, tramite questa sorta di visioni oniriche, rivelarono a lui le diverse soluzioni applicabili ai vari pazienti. Senza imbarazzo, l’anziano medico ci rivelò come ancor oggi, dopo tanti anni, esse continuino a comparirgli in sogno ed egli, piacevolmente, trascorra con loro notti amorose. È  interessante notare che il tema del rapimento spirituale dell’iniziato, l’apprendimento notturno durante il sogno e la possibile unione anche sessuale con la divinità o lo spirito guida, siano prerogative comuni e costanti per gli sciamani del Subcontinente indiano e dell’Asia centrale.

In tale contesto, documentiamo inoltre la centralità di un culto oracolare che si è sviluppato in un piccolo centro a circa cinque chilometri a nord di Dirang. Proprio qui, nella comunità di Sapper[3], un giovane è stato riconosciuto dai monaci nyingmapa del luogo come un medium, con capacità e attitudine a indursi in stati di trance. Educato e istruito presso il vicino gonpa, egli è diventato un oracolo, ereditando la professione che era stata del padre, dopo la sua morte.

Sotto la guida del lama, egli diviene il veicolo di Karma Thinle, la divinità protettrice del luogo. E’ interessante notare che a tale divinità buddhista sia attribuita una consorte segreta, conosciuta proprio come il ‘medico degli dei’; evidentemente ispiratrice e protettrice dei guaritori della vallata. Durante il rituale di possessione, la divinità stessa sarà chiamata a prendere dimora nel corpo del suo oracolo e, tramite esso, a comunicare il suo volere alla comunità. Sapper e il suo medium diventano dunque una sorta di guida religiosa e spirituale per le genti delle vallate circostanti, le quali a loro volta potranno interrogare direttamente la divinità circa il passato e il futuro del villaggio, prevedendo sciagure, malattie e morte, indagandone le cause e gli agenti soprannaturali e ponendovi, laddove possibile, un rimedio rituale come indicato dal dio stesso.

In conclusione non possiamo che rilevare in queste vallate una zona ricchissima, di estremo interesse sotto ogni punto di vista disciplinare e scientifico. Si tratta indubbiamente di un esempio di sincretismo culturale fra più correnti e pensieri religiosi. Un luogo in cui la linea di confine fra una tradizione e l’altra non è più marcata, né marcabile. Una realtà composita che gravita attorno alla fortezza dello dzong, le cui rovine paiono oggi il fulcro di una dimensione al di fuori dello spazio e del tempo.

Bibliografia consigliata:

–          Elwin V. (1998), The Art of North East Frontier of India, Governement of Arunachal Pradesh, Itanagar.

–          Nebesky-Wojkowitz R. de (1993), Oracles and Demons of Tibet. The Cult and Iconography of the Tibetan Protective Deities,  Tiwari’s Pilgrims Book House, Kathmandu.

–          Singh K.S. (1995), People of India/Arunachal Pradesh/Vol. XIV, Seagull Books, Anthropological Survey of India, Calcutta.

–          Singh K.S. (1994), The Scheduled Tribes. Anthropological Survey of India, Oxford University Press, New Delhi.

–          Stirn A., van Ham P. (2000), Seven Sisters of India. Tribal World between Tibet and Burma, Mapin Publishing, Ahmedabad.

Filmografia:

–          Un oracolo himalayano; documentario a cura di Stefano Beggiora e Fabian Sanders. Depositato presso Università Ca’ Foscari di Venezia, Dip. Eurasiatica.


[1] Ricordiamo che, per la sua posizione strategica lo dzong divenne il quartier generale dell’esercito indiano durante la guerra Indo-cinese del 1962, teatro di una disastrosa disfatta dopo l’accerchiamento e la caduta del Se La Pass.

[2] Nella versione originale si trattava forse di un altro maestro; documentiamo comunque quanto riportato dai monaci.

[3] Nell’area di Dirang, Barchipam, Lubrang in direzione del passo, questo piccolo insediamento lungo la strada ha preso evidentemente il nome dal Sapper Camp in quanto sito di uno degli avamposti logistici dell’esercito.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.