Pagina dedicata all’India da Area7

L’India continua a promuovere oltre confine l’immagine di democrazia più grande al mondo. Poco importa se la misura della grandezza scaturisce da un calcolo numerico, ovvero da quel miliardo e duecento milioni di persone che oggigiorno condividono la stessa capitale, una decina di religioni, almeno 16 lingue ufficiali, un’infinità di gruppi etnici e troppi focolai di insurrezione tenuti a bada dall’esercito.

Per consolidare il suo marchio di “democrazia più grande al mondo”, New Delhi adotta riforme agricole, stanzia ingenti fondi per lo sviluppo industriale nelle aree rurali, o approva leggi che garantiscono l’istruzione gratuita per tutti. Sono senza dubbio i segni di un presa di coscienza del governo indiano, che tuttavia non è ancora riuscito a far valere il proprio peso nei villaggi rurali e nelle aree depresse sparsi un po’ ovunque, dal nord all’estremo sud. Da quelle parti, “democrazia” è una parola priva di significato, e osservando da vicino si colgono le conseguenze della latitanza del governo centrale, le cui voragini sono state riempite dai maoisti, artefici di un sistema di controllo alternativo, sempre più radicato e ovviamente scomodo per New Delhi.
Quello che in origine era un movimento ideologico nella sua fase embrionale, limitato a pochi distretti dell’India centro-orientale, oggigiorno è esteso su 22 dei 26 stati dell’Unione Indiana come schieramento politico – nel 2009 il Communist Party of India (Maoist) è stato bandito come gruppo terroristico – e forza armata in lotta contro qualsiasi estensione del governo “semi coloniale e feudale”. I territori in cui la guerriglia maoista è più diffusa prendono il nome di Corridoio Rosso, e si estendono dal West Bengal a Nordest, fino al Kerala, a Sudovest, tagliando l’India diagonalmente. Si tratta di un’area arretrata, poverissima, spesso sovrappopolata, carente di infrastrutture, assistenza sanitaria, scuole, e di tutti i servizi basilari.
Per capirne di più siamo andati nello Stato del Chhattisgarh, nel cuore del Corridoio Rosso, tra i più colpiti dall’azione dei ribelli. Nei distretti del Bastar e nel vicino Dantewada, l’esercito maoista gode di ampio appoggio tra la popolazione tribale (qui in larga maggioranza), che vede nell’adesione alla lotta armata una forma di autodifesa dalla miseria e dallo sfruttamento. Poco importa se i metodi usati per sostenere la “causa” implicano omicidi, estorsione, ricatto, traffico di droga e crimini di altro genere, l’importante è colpire il “nemico”, individuato soprattutto nelle autorità pubbliche. Nel Chhattisgarh, come in Orissa e in altri stati vicini, è in corso una massiccia azione di espansione, operata dalle multinazionali indiane con l’appoggio del governo. Non è un caso, infatti, se gran parte del Corridoio Rosso è ricco di risorse naturali, indispensabili per sostenere lo sviluppo dell’economia indiana. Minerali come ferro, rame, bauxite, uranio, mica, carbone, poi legnami, gas e grandi fiumi sui quali erigere dighe, bastano a giustificare l’abbattimento indiscriminato delle foreste, trasformate in miniere a cielo aperto o poli industriali.
Tuttavia, quello che l’India spaccia come sviluppo di aree depresse, in realtà non favorisce in alcun modo le popolazioni locali, e spesso le danneggia, mettendone a repentaglio l’esistenza. Nel caso del Chhattisgarh, dal 2005 ad oggi migliaia di villaggi sono stati rasi al suolo dalle forze di polizia, e gli abitanti confinati in campi di raccolta a chilometri di distanza, recintati da filo spinato, con la scusa di dover isolare e combattere i maoisti. Ciò sta accadendo soprattutto in Dantewada, dove, come mi spiega Javed, giornalista di Hyderabad tra i più informati in materia, «è in atto una strategia per liberare le terre dalla presenza dei tribali», rendendone possibile lo sfruttamento. Non è un caso, che alcune grosse società indiane abbiano da tempo sottoscritto contratti miliardari con il governo, in cambio di concessioni minerarie sulle stesse zone in cui avvengono le deportazioni. Se non bastasse, il sospetto della pianificazione a tavolino è giustificato da una legge costituzionale, nota come “Fifth Shedule”, che garantisce ai tribali il diritto a percepire interessi o compensi dallo sfruttamento delle loro terre. Diritto destinato a cadere se i tribali le abbandonano, andando a vivere altrove, magari in un accampamento sorvegliato dalla polizia. Secondo gli esperti, la vera lotta al maoismo passa attraverso lo sviluppo e il miglioramento delle condizioni di vita nel Corridoio Rosso, limitando il più possibile le azioni di polizia e la militarizzazione delle aree tribali. Quindi, se il maoismo indiano è realmente avverso ad ogni forma di sviluppo, il testimone passa al governo, cui spetta il compito di promuovere immediatamente modelli di crescita sostenibili.

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