Madban, 9 Maggio 2011. Gli effetti del terremoto e dello tsunami che hanno devastato il Giappone, sono giunti anche sulle coste indiane, dove da giorni continuano pesanti proteste da parte della popolazione, che si sta opponendo alle acquisizioni di terreno imposte dal Governo per dare avvio alla costruzione di sei nuovi reattori nucleari. Siamo nella zona costiera di Madban, in Maharashtra, tradizionalmente popolata da comunità di pescatori che ogni giorno, da secoli, affidano la loro sussistenza alle pescose acque del Mare Arabico, le stesse che bagnano la Baia di Mumbai, capitale dello stato. Qui, a ridosso della riva, dovrebbe presto sorgere una enorme centrale nucleare, che con i suoi 9.900 MW di potenza sarebbe la più grande realizzazione del genere mai progettata. Il compito di dare via alla centrale dei record è stato affidato alla Areva S.A., società francese di ingegneria, che opererà in collaborazione al gruppo para-statale Nuclear Power Corporation of India di New Delhi. L’accordo è stato sottoscritto lo scorso 6 dicembre dal premier francese Nicolas Sarkozy e da quello indiano Manmohan Singh, che hanno messo ufficialmente in moto un’operazione che sfiora i 10 miliardi di dollari. Fino ad allora, o meglio, fino all’11 marzo 2011 – quando ha avuto luogo il terribile terremoto in Giappone, seguito dall’onda devastante dello tsunami -, la popolazione locale aveva messo in atto diverse manifestazioni di protesta, limitandosi però agli espropri di terreno attuati dalle autorità governative. Il pensiero di doversi ricostruire una vita da zero, lontano dalla propria terra, facendo affidamento solo a quel pugno di rupie riconosciuto dalle autorità, aveva spinto gli abitanti della zona a concentrare i propri sforzi sugli espropri. Tutto è cambiato dopo il Giappone, o meglio dopo Fukushima, quando i gruppi e i comitati presenti sul territorio hanno iniziato a coalizzarsi, per dire “no” alla costruzione del complesso esteso su 9.308.000 metri quadrati. La vicinanza alla costa e l’alta sismicità del terreno, hanno aperto gli occhi a gran parte della popolazione, che ora si è schierata al fianco di Pravin Gavankar, leader del movimento Janith Seva Samiti, cui fanno parte anche molti tecnici e ingegneri indiani, convinti che il progetto sia un errore colossale. A sostegno dei loro timori, il fatto che dal 1995 al 2005 l’area in questione sia stata colpita da ben 95 terremoti, i cui segni sono tuttora presenti sul terreno, dove figurano profonde crepe provocate dalle scosse. E’ evidente come i terremoti non siano l’unica preoccupazione, ma vista la prossimità dell’area al Mare Arabico, sono in molti a chiedersi cosa accadrebbe se uno tsunami come quello dell’11 marzo investisse la costa. Se non bastasse, anche le conseguenze sull’economia locale saranno disastrose, a causa dei limiti imposti alla navigazione adducendo comprensibili motivi di sicurezza. “Inizialmente l’oppoisizione al progetto era dovuta al rifiuto della gente dei villaggi a prenderevi parte”, ha commentato Gavankar (fonte India Today). “La protesta è poi cambiata drammaticamente dopo la tragedia di Fukushima. Ora gli abitanti del villaggio sono coalizzati contro l’idea di avere un impianto nucleare nella loro area. Ciò significa che anche se si riuscisse ad espropriare la terra, loro non ci permetteranno di andare avanti”. La tensione è quindi cresciuta in seguito ai fatti del Giappone, tanto che dopo 4 anni di manifestazioni e arresti, a fine aprile c’è stata anche una vittima, Tabrez Soyekar, un pescatore di 32 anni, colpito da un proiettile della polizia durante una sassaiola. 

Come immaginabile, l’insurrezione popolare ha presto rotto gli argini, coinvolgendo anche alcuni dei principali partiti politici indiani, primo tra tutto il Shiv Sena. Il messaggio lanciato da politici contrari e cittadini, spinge il Governo indiano e l’India stessa a guardarsi allo specchio: “se un disastro simile è potuto accadere in un Paese sviluppato come il Giappone, cosa potrebbe accadere in India?”. Il crescente timore per l’impianto di Madban ha toccato anche alcuni esponenti del Congresso, il partito guidato dal premier Singh, i quali hanno rivisto le loro posizioni in merito manifestando una palese opposizione al progetto. Del resto l’esperienza insegna in India. Basta citare alcuni episodi, come l’incidente avvenuto il 21 gennaio 2003 nel Kalpakkam Atomic Reprocessing Plant, in Tamil Nadu, dove sei tecnici hanno subito una grave esposizione alle radiazioni dopo che uno di loro aveva prelevato con le mani un campione di sostanza da un barile situato in un deposito, all’aperto. Doveva essere un controllo di routine, tuttavia una volta in laboratorio i macchinari usati per le analisi diedero l’allarme, a causa dell’alta radioattività del campione. Nell’occasione, una delle tante, il barile era stato portato all’esterno con sufficienza, senza essere preventivamente sottoposto alle procedure di controllo richieste. Per la cronaca, uno dei tecnici esposti morì, anche se c’è chi sostiene il decesso non sia stato dovuto alle radiazioni, mentre gli altri cinque non hanno riportato conseguenze di sorta. Sempre nella zona di Kalpakkam, sin dagli anni ’80 circolano rapporti che parlano di una crescita esponenziale dei casi di cancro, patologie alla tiroide, deformazioni alla nascita, soprattutto tra i famigliari dei dipendenti della fabbrica. Ci sono poi altri casi di esposizioni dirette alle radiazioni non ufficializzati.

Sebbene le preoccupazioni dei cittadini del Maharashtra siano più che fondate, difficilmente New Delhi accetterà dei compromessi. Non è stato fatto per la super diga sulla Narmada, colpevole del trasferimento forzato di centinaia di migliaia di cittadini, non sta avvenendo nelle miniere del Chhattisgarh o dell’Orissa, dove le forze di sicurezza indiane continuano a tenere buoni gli abitanti con le armi e la violenza, favorendo lo sfruttamento del territorio da parte delle corporation di Mumbai. La crescita economica dell’India non si può fermare, anzi va incentivata con sempre più energia, quindi il progetto di Madban è troppo importante per essere messo in discussione, e il rischio di una catastrofe sembra far parte del gioco.

One Response to "L’incubo tzunami minaccia lo sviluppo nucleare dell’India. Cittadini si ribellano in Maharashtra"

  1. nicola  19 luglio 2011

    No al nucleare in India ! Il Plutonio e’ troppo pericoloso! 1000 anni di inquinamento radioattivo del terreno sono troppi! Abbiamo tutti bisogno di coltivare la terra per mangiare del cibo sano! Salviamo tutti il pianeta Terra! NON VOGLIO MORIRE DI CANCRO!

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