Islamabad, 5 giugno 2009. Corte pakistana rimette in libertà Hafiz Mohammad Saeed, leader del gruppo cui è stata imputata la responsabilità degli attentati di Mumbai del 26 novembre 2008. La notizia della scarcerazione ha fatto PAKISTAN-INDIA-KASHMIR-PROTESTimmediatamente il giro del mondo, passando prima per New Delhi, e approdando in breve a Washington, da dove sono giunte pesanti critiche verso Islamabad per la leggerezza dimostrata nell’affrontare una questione tanto delicata. Saeed è il fondatore del Jamaat-ud-Dawah, associazione ‘umanitaria’ che funge da copertura e sostegno al Lashkar-e-Taiba, gruppo  pakistano (classificato come terroristico) in lotta per la ‘liberazione’ del Kashmir dal controllo indiano, e per la sua annessione al Pakistan. Il leader islamico era stato tratto in arresto ad inizio dicembre, in seguito ai primi accertamenti condotti dalle autorità indiane e da quelle pakistane sugli attacchi di Mumbai, costati la vita a 166 persone. Nemmeno 6 mesi dopo, la corte pakistana ha decretato il rilascio di Saeed, senza dare una motivazione chiara o almeno sensata.

“All’indomani degli attacchi di Mumbai, abbiamo chiarito come ci debba essere un impegno internazionale per cooperare all’arresto dei responsabili, consegnandoli alla giustizia – ha commentato ieri in conferenza stampa il portavoce del Dipartimento di Stato americano Robert Wood (fonte Reuters) -, e il Pakistan ha un ruolo particolare per farlo in modo trasparente, completo e urgente… Noi incoraggiamo la prosecuzione delle indagini per individuare le prove e perseguire i responsabili di atti di terrorismo”.

Il fatto che le autorità pakistane abbiano rimesso in libertà un uomo i cui legami con il fondamentalismo islamico sono certi, stride non poco con il rinnovato impegno del governo pakistano per intensificare la lotta al terrorismo entro i propri confini. Si tratta quindi di un chiaro retrofront sugli accordi presi con gli Stati Uniti, che da mesi riversano fiumi di dollari verso Islamabad per sostenere l’esercito pakistano nell’offensiva contro i Talebani e la rete del terrorismo islamico in Pakistan.

“Non ci sono dubbi sul fatto che il LeT ha pianificato e orchestrato gli attacchi di Mumbai – ha commentato Bruce Riedel, esperto americano di questioni pakistane -, liberando questo individuo, è un segnale che il Pakistan non ha una posizione seria nei confronti della più importante organizzazione terroristica del paese”.

Ebbene, la liberazione di Hafiz Mohammad Saeed sarebbe proprio una conseguenza degli stretti legami tra l’organizzazione di cui è a capo, con i poteri forti del Pakistan. A partire dall’ISI, i servizi segreti di Islamabad, il cui sostegno economico e militare al LeT non è mai stato un segreto, e motivo di forti tensioni con l’India. A quanto pare, come più volte ribadito nei nostri post precedenti, il Pakistan deve ancora combattere la sua guerra più difficile, quella interna alle proprie organizzazioni politiche e militari, legate a doppio filo con le diverse organizzazioni terroristiche del paese.

Non sarà possibile disarmare il terrorismo pakistano, senza prima svelare il reale coinvolgimento delle autorità pakistane (in particolre quelle militari) nelle attività di sostegno alle diverse organizzazini operanti in Pakistan.

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