Lashkar e Toiba05 Dicembre 2008 L’incubo di Mumbai è giunto dal mare la sera del 26 novembre, verso le 10, a bordo di un peschereccio. Il commando composto da una decina di terroristi islamici si è orientato con il gps, approdando al molo di Colaba, nei pressi del Gateway of India, monumento simbolo della città, proteso sul Mare ArabicoW. È in questa zona che ha avuto inizio il blitz degli attentatori, i quali, armati di mitra, bombe a mano ed esplosivo, hanno colpito con determinazione in più punti, riuscendo a spostarsi rapidamente da un bersaglio all’altro. Senza precedenti le modalità di azione, basate su una tattica di guerriglia pianificata nel dettaglio –  utilizzati strumenti elettronici come gps, telefoni black berry, e apparecchiature satellitari –, detta “fedayn” o “ghazwas”, e celebrata dalla propaganda geadista. Le prime vittime sono cadute al Leopold Caffè, il locale più frequentato della zona, in particolare dai turisti stranieri che vengono in quest’area alla ricerca di alloggi a buon mercato, divertimento e un pizzico di esotismo. Con il passare delle ore, gli attacchi si sono moltiplicati, estendendosi ad altri punti strategici della città, come la stazione Victoria Terminus, ospedali, cinema, un centro ebraico, aree urbane e in particolare i lussuosi hotel Taj Mahal e Oberoi Trident. La cronaca è nota, ma vanno ricordate le 201 persone rimaste uccise da «continue esplosioni e raffiche di mitra», così come hanno testimoniato i superstiti, tra i quali 320 feriti.

Una vicenda incredibile

Soldati indiani appostati di fronte all'Hotel Taj Mahal
Soldati indiani appostati di fronte all

Nel corso delle 60 ore di assedio, è risultato chiaro come stesse accadendo qualcosa fuori dal comune. Incredibile pensare che un gruppo di 10 individui, giovanissimi, sia riuscito a mettere in scacco una città di 14 milioni di abitanti. Nemmeno i Black Cats, le teste di cuoio indiane, hanno potuto arrestare le incursioni dei terroristi, finiti per asserragliarsi negli hotel, presto trasformati in un inferno di fiamme e cadaveri. Altrettanto incredibile la leggerezza con cui il Raw, i servizi segreti di New DelhiW, avessero screditato le intercettazioni dell’Nsa, l’agenzia di spionaggio elettronico americana, che a metà ottobre già parlava di possibili minacce a Mumbai via mare, citando anche l’hotel Taj Mahal. Incredibile poi quanto accaduto la sera del 26, nelle acque a largo, dove la marina indiana era riuscita a fermare per un controllo il peschereccio con a bordo i terroristi, ma una volta controllati i passaporti falsi dei ‘pescatori’ aveva dato il via libera. Fuori dal comune, infine, la copertura mediatica data all’ennesimo attentato in suolo indiano, di certo dovuta al coinvolgimento di molti stranieri, 22 dei quali sono rimasti uccisi, ma anche alle somiglianze reali o indotte con gli attentati al World Trade Center di New York.

Il dubbio sulle responsabilità
La prima rivendicazione è stata quella dei Deccan (o Indian) Mujahedin, giunta la sera dell’attacco con un comunicato via ‘remailer’, sistema che permette di nascondere l’origine del messaggio, dettato a voce e trascritto da un software apposito. Tuttavia, dalle seguenti indagini, i Raw sono riusciti a risalire alla zona di invio, situata in Pakistan. I mujahedin indiani sono un gruppo terroristico legato al Simi, il movimento degli studenti islamici dell’India, entrato in azione anche lo scorso luglio ad

Hotel Taj Mahal in fiamme
Hotel Taj Mahal in fiamme
AhmedabadW, quando 16 ordigni uccisero 45 indiani, minacciando poi un imminente attentato a Mumbai. Ciò nonostante, New Delhi nega la pista interna, legata secondo gli analisti alle discriminazioni subite dai musulmani in India, e al massacro di centinaia di loro avvenuto nel 2002 nello Stato del Gujarat, per mano di gruppi hindu, come rappresaglia ad un precedente attacco. Fin dalle prime battute, il Raw ha puntato il dito oltre confine, verso il nemico di sempre, il Pakistan. Stando alla loro ricostruzione, avvalorata dalle presunte dichiarazioni dell’unico terrorista sopravvissuto, Azam Amir Qasab di 21 anni, tutti i membri del gruppo sarebbero pakistani addestrati dal Lashkar-e-Toiba (LeT), gruppo terroristico finanziato dall’Isi, i servizi segreti di IslamabadW, che dagli anni ’90 ha firmato numerosi attentati in India per la ‘liberazione’ del KashmirW, tra i quali l’attentato al Parlamento di New Delhi nel 2001. Le accuse indiane, hanno immediatamente interrotto il processo di pace con il Pakistan in corso dal 2004, alzando la tensione ad un livello mai raggiunto negli ultimi 4 anni, e portando addirittura a temere l’inizio del quarto conflitto Indo-Pakistano. Evenienza ora rientrata, anche grazie alle dichiarazioni del premier Asif Ali Zardari, che da Islamabad ha chiesto di non accusare il Pakistan degli attacchi di Mumbai, dando inoltre piena disponibilità a cooperare per la cattura dei responsabili, per poi rifiutarsi di consegnare 20 ricercati richiesti da New Delhi senza valide prove di responsabilità. In cima alla lista figurerebbero Dawood Ibrahim, potente mafioso indiano, ricercato per gli attentati che nel 1993 uccisero 250 persone a Mumbai, poi Hafiz Saee, fondatore del Lashkar-e-Toiba.

Nuovi impulsi alla Lotta al Terrorismo
Come si diceva, uno dei copioni più seguiti dalla stampa internazionale, è stato l’accostamento degli

Interrotto il processo di pace tra India e Pakistan
Interrotto il processo di pace tra India e Pakistan

attacchi di Mumbai all’11 Settembre. Paragone cavalcato molto anche dal premier indiano Singh, e, in alcune dichiarazioni, dai rappresentati del governo Statunitense. Ebbene, per quanto esistano delle somiglianze, quello di fine novembre non è stato l’attentato più cruento e nemmeno il più grave della storia dell’India. Sembra però che l’hotel Taj Mahal in fiamme, la presenza di vittime straniere, e i continui riferimenti ad Al Qaeda, si siano trasformati in una leva utile a tenere accesa la paura, ricreando il consenso pubblico necessario al rilancio di una Lotta al Terrorismo mai come ora in crisi. Da un lato quindi, se gli USA sembrano vedere in Mumbai l’opportunità di riprendere la propria ‘crociata’ dal Pakistan, dove da 3 mesi hanno iniziato i bombardamenti, dall’altro l’India potrebbe avvantaggiarsi dell’indebolimento di Islamabad, per spuntare una soluzione favorevole sulla questione Kashmir.

Le ripercussioni politiche in India
Il colpo causato dagli attentati di novembre, ha messo il Governo Singh al tappeto, colpevole di non essere riuscito a fronteggiare l’emergenza terrorismo. Se non bastasse, le elezioni nazionali si avvicinano, e a trarne vantaggio potrebbe essere il Bjp, partito di opposizione, da sempre sensibile alle problematiche di sicurezza interna. Così, per risollevarsi dal fango, il partito del Congresso punta su uomini di immagine, come l’ex ministro della finanza Chidambaran, autore del miracolo indiano, nominato ministro degli interni al posto del dimissionario Shivraj Patil. Caduta anche la testa di Vilasrao Deshmuk, presidente del Maharastra, stato di cui Mumbai è capitale. Di certo però l’ultima parola spetterà ai cittadini, esasperati dall’inefficienza dei servizi anti-terrorismo del Paese e mai come ora alla ricerca di un cambiamento.

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