Srinagar, 11 Gennaio 2010. A meno di due giorni dallo scontro a fuoco tra militanti del LeT e forze di sicurezza indiane, nella Valle del Kashmir si torna a combattere. Venerdì, altri due combattenti sono stati individuati e uccisi nel villaggio di Andrusa, dove da tempo si nascondevano, nel distretto di Pulwama situato 30 km a sud di Srinagar. Secondo quanto dichiarato dal direttore generale della Polizia kashmira Kuldeep Khoda (fonte TOI), lo scontro a fuoco è durato quattro ore. I “terroristi”, di nome Altaf e Zahoor, erano ricercati dallo scorso 22 dicembre per il coinvolgimento nell’autobomba che in quella data aveva provocato la morte di due poliziotti a Pampore. L’ispettore generale della polizia, Farooq Ahmad, ha aggiunto che Altaf era stato coinvolto anche nell’autobomba esplosa lo scorso 12 settembre all’esterno del carcere centrale di Srinagar, uccidendo tre poliziotti, una donna di passaggio e ferendo diverse persone. Al momento la dinamica del blitz di venerdì non è ancora del tutto chiara, tuttavia Khoda ha dichiarato che dopo essere stata individuata l’abitazione in cui si rifugiavano i due militanti, questi hanno aperto il fuco, costringendo esercito e polizia a rispondere uccidendoli entrambi.

Poche ore prima dello scontro a fuoco di Pulwama, si era verificato un altro incidente tra forze di sicurezza e militanti, stavolta lungo la Linea di Controllo, il confine che separa il Kashmir indiano da quello controllato dal Pakistan. Verso le 20:30 di giovedì, un gruppo composto da almeno 8 militanti ha tentato di infiltrarsi in territorio indiano, nel Sector di Balakote, distretto di Poonch. Come riportato dai portavoce ufficiali, i militanti hanno aperto il fuoco per primi, innescando una battaglia che ha visto coinvolti anche soldati pakistani (in supporto ai militari indiani) dispiegati dall’altra parte del confine. Le raffiche di arma da fuoco sono proseguite senza sosta fino all’1 di notte, per poi riprendere ad intermittenza venerdì mattina dopo l’alba. Sembra che i guerriglieri siano stati respinti, e mentre scriviamo mancano ancora informazioni su eventuali vittime.

Sembra chiaro ormai, come l’apparente calma che da un paio d’anni stava interessato la regione contesa del Kashmir appartenga al passato. Sono sempre pià frequenti infatti, gli scontri a fuoco, gli attacchi e le violenze nel Kashmir amministrato dall’India. C’è di più, il 2009 ha segnato una svolta storica nella morfologia della contesa, in quanto per la prima volta in 62 anni si sono verificati degli attentati contro soldati dalla parte pakistana del confine. Fatto che sottolinea come i militanti armati in lotta per la “liberazione del Kashmir dall’occupazione indiana”, da sempre sostenuti dai servizi segreti pakistani (ISI), siano sfuggiti al controllo di questi ultimi. Ne è un esempio eclatante quanto accaduto nelle FATA (Federally Administered Tribal Areas; Agenzie tribali ad amministrazione federale) e nella NWFP (North-West Frontier Province) del Pakistan, dove dal 2001 si sono rifugiati i leader di al-Qaeda e i taliban, in fuga dall’offensiva americana in Afghanistan, grazie all’ormai noto supporto dell’ISI e delle forze armate pakistane all’epoca guidate dal dittatore Musharraf. Qui ben presto l’azione di proselitismo attuata dagli uomini di al-Qaeda ha rimpinguato il numero dei guerriglieri, innescando un meccanismo di ‘talebanizzazione’ dei Pashtun pakistani (gruppo etnico linguistico). Con la crescita delle pressioni USA per intensificare gli sforzi militari di Islamabad nella lotta al terrorismo, l’establishment militare pakistano ha prgressivamente perso il controllo sul mostro da esso creato, trovandosi presto di fronte ad un’offensiva su larga scala, basata su ripetuti attentati non solo lungo il confine con l’Afghanistan, ma anche nelle grandi città del Punjab.

Non è errato affermare che dal 2001 il nuovo fronte della guerra ad al-Qaeda e al terrorismo internazionale si sia spostato nel cuore del Pakistan, considerato oggigiorno uno degli stati più pericolosi ed instabili del pianeta. Giudizio sul quale pesa fortemente la presenza di un cospicuo arsenale nucleare, che non è escluso possa finire un giorno nelle mani sbagliate.

Ultima, importante considerazione: è assodato ormai, come la collusione tra governi ed esercito pakistani, con organizzazioni terroristiche di matrice islamica (lasciate libere di proliferare e finanziate direttamente dall’ISI), sia una conseguenza della longeva contesa in corso tra India e Pakistan. Il nocciolo della disputa tra i due vicini-nemici è il Kashmir, e al Kashmir vanno collegati gran parte degli avvenimenti che dall’offensiva russa in Afghanistan ad oggi hanno fatto sprofondare l’Asia Meridionale nel caos. Non ci sono dubbi: se realmente l’Occidente vuole ridimensionare la minaccia di al-Qaeda e del terrorismo islamico in Asia, è opportuno si affretti a rinsaldare la fiducia tra India e Pakistan, imponendo la ripresa del dialogo di pace interrotto con gli attentati di Mumbai del 26 novembre 2008. Bene inteso come fiducia e dialogo non potranno mai sussistere, fintanto che il Kashmir non figurerà come primo punto all’ordine del giorno.

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