New Delhi, 27 gennaio 2008. L’India sta conquistando il mondo offrendo il profilo migliore, quello di fenomeno economico in corsa, e potenza politica riconosciuta a livello internazionale. Viene poi il privilegio di essere la democrazia numericamente più grande, da cui scaturiscono i facili raffronti con il regime della rivale-complice Cina. Dietro i lustrini delle grandi metropoli però, si estendono immense aree depresse, dove i ritmi sono ancora regolati dalle stagioni, e non dagli indici finanziari delle borse. Qui, nelle campagne e all’interno delle foreste indiane, il livello dell’istruzione è tra i più bassi in Asia, lontano anni luce dai college multi-lingue delle città. Considerazione valida anche per la qualità dell’assistenza medica, talvolta assente e spesso lasciata nelle mani di sedicenti guaritori preparati su tutto un po’, ma poi capaci di poco o nulla. Ne pagano le spese soprattutto i più poveri, quelli che difficilmente possono permettersi un viaggio in città anche in situazioni di malattia grave o emergenza, figuriamoci per un parto ‘naturale’. È il caso del villaggio di Sindri, nei pressi di Purulia (West Bengal), dove Manohar Kumbhakar ha recentemente perso la moglie, morta a 25 anni mentre metteva la mondo il loro primo figlio, in casa, assistita da un medico-ciarlatano locale. “Non so cosa abbia fatto alla mia nuora – spiega a Reuters India la madre di Manohar –. Il medico mi ha tenuto fuori dalla stanza, e circa 2 ore dopo, mi ha detto di portarla in ospedale. Più tardi ha negato ogni responsabilità di intervento”.
Quella di Sindri è una storia come tante in India, dove ogni anno 78 mila donne muoiono di parto, o per complicazioni legate al parto. Lo denuncia l’Unicef, nel rapporto annuale sulla condizione dei bambini nel mondo (2009 State of the World’s Children report) pubblicato a gennaio. Sebbene lo sviluppo economico in atto, e la conseguente modernizzazione siano riusciti a portare milioni di persone fuori dalla condizione di povertà, la distribuzione delle risorse e dei servizi non risulta ancora abbastanza capillare. È quanto si evince dai dati della pubblicazione, che svelano un tasso di mortalità per parto di 450 casi su 100 mila. Un indice allarmante, perché troppo vicino ai 540 decessi registrati dieci anni fa, e drammaticamente lontano dalla soglia dei 109 promessa entro il 2015 dall’India Millennium Development Goals. Per avere un metro di confronto valido, è utile riprendere il parallelismo con la Cina, dove lo scorso anno l’incidenza della mortalità si è attestata sotto le 50 vittime. A dispetto del progresso dilagante, in India 2 donne su 3 scelgono di partorire in casa, o all’interno di strutture non all’altezza, dove raramente sono assistite da medici, ostetriche o infermiere preparate. Per complicare le cose subentra poi la logica castale, che in molti casi rende difficile se non precluso l’accesso alle strutture mediche per le donne appartenenti alle jati (lett. ‘nascita’) inferiori. Le levatrici sono spesso le uniche figure minimamente preparate a disposizione nelle aree rurali. Non si tratta ovviamente di professioniste, ma di donne mature, in grado di prestare assistenza sulla base dell’esperienza personale. Gli operatori Unicef cercano di organizzare momenti di incontro, e talvolta brevi corsi di formazione dedicati, ma ovviamente non possono bastare.
Il quadro si complica poi, se consideriamo che nelle zone rurali, ovvero quelle più interessate dal problema, si registra il maggior tasso di fertilità, dovuto secondo gli esperti alla diffusione dei matrimoni tra giovanissimi (e alla mancanza di contraccettivi). Le ragazze indiane si sposano in media a 17 anni, e secondo l’analisi del National Family Health Survey (NFHS), molte di loro diventano madri almeno una volta tra i 15 e i 19 anni. La giovane età è un fattore di rischio elevato sottolinea l’Unicef, assieme alla malnutrizione patologica diffusa nel Subcontinente Indiano, dove la metà delle donne soffre di anemia. Sulla base di questi elementi, si può affermare che l’incidenza dei casi di decesso è forte tra le donne più giovani e povere, quindi incapaci di nutrirsi adeguatamente. Talvolta, in caso di ricovero, le pazienti vengono dimesse anzitempo, oppure non vengono visitate a domicilio anche se necessario, in quanto secondo i medici “la situazione non sarebbe grave a tal punto da giustificare la trasferta (fonte Unicef)”. Altri gravi casi esempi di inadeguatezza del sistema sanitario indiano, sono stati denunciati da Jashodhara Dasgupta, referente indiano di Health Watch: “abbiamo trovato medici in Uttar Pradesh, che hanno chiesto soldi alle donne povere per interventi a domicilio. Mentre altre sono state allontanate dagli ambulatori e costrette a partorire sulla strada, o nel cortile dell’ospedale”.
Risulta evidente come all’India resti ancora molta strada da fare. Le elezioni dell’8 Aprile 15 Maggio si avvicinano, ma temi quali sanità pubblica e istruzione restano in secondo piano, preceduti dall’emergenza terrorismo e dalle strategie di ripresa economica.

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