Roma, 4 Dicembre 2009. Quanto segue è l’introduzione al convegno sull’India, organizzato per venerdì e sabato prossimi a Roma, dall’Associazione Italia India. Mi è stato chiesto di proporre uno ‘sguardo’ sulle sfide che la più popolosa democrazia mondiale si appresta ad affrontare, con riferimenti alla politica e alle criticità di un Paese che Singhper certi aspetti sembra sospeso tra modernità e Medioevo.

L’India dopo le elezioni

L’India è vista come candidata ideale al ruolo di protagonista del XXI secolo. Può esserlo più dell’Europa, degli Stati Uniti e dell’altra grande aspirante, la rivale-amica Cina. L’energia e le potenzialità della democrazia più popolosa al mondo sono parse chiare nel corso degli ultimi 12 mesi, durante i quali ha saputo uscire, per prima, dal fango della crisi economica. C’è riuscita facendo leva su flessibilità e reattività, qualità vincenti rispetto ai macchinosi ingranaggi “imperiali” messi in moto da Pechino. L’India, dunque, si affaccia al 2010 con rinnovata fiducia, spinta da un’economia sana, da un crescente peso politico internazionale, e guidata da un governo forte, nel quale, per il momento, si riconoscono gran parte dei cittadini indiani. Il dato è emerso lampante a maggio, al termine delle Elezioni Generali, le quali, dopo un mese di operazioni tra voto e conteggi, hanno decretato la schiacciante vittoria dell’UPA (United Progressive Alliance), la coalizione di centrosinistra guidata dall’italo-indiana Sonia Gandhi, presidente del National Congress Party, confermando così per il secondo mandato consecutivo il ruolo di Manmohan Singh alla guida del governo. La vittoria del Congress è scaturita da una scrupolosa campagna elettorale, la cui regia è stata affidata non a caso alle tre più importanti personalità del pantheon politico indiano: Sonia Gandhi, effigie della tradizione del più autorevole partito nazionale; Manmohan Singh, detto “il Dottore”, stratèga e guida politica in grado di lanciare nel futuro una società estremamente complessa e variegata; infine, il giovane Rahul Gandhi, figlio di Sonia e carismatico discendente del primo capo del governo indiano Jawaharlal Nehru, a suo agio tanto nei locali alla moda amati da centinaia di milioni di giovani neoelettori, quanto tra gli intoccabili in qualche sperduto villaggio nelle aree rurali dell’altra India, quella povera e lontana dai riflettori di New Delhi, Mumbai e Bangalore.

Il successo del Congress Party

Il Congress è stato abile e tempestivo nel cogliere l’insicurezza degli elettori, prima destabilizzati dallo scontro frontale tra la loro “Incredible India” con la crisi dell’economia nazionale e internazionale, poi colpiti da un forte sentimento di vulnerabilità seguito ai gravi attentati terroristici di Mumbai del 26 novembre 2008. Il popolo indiano chiedeva “moderazione” e il Congress Party ha saputo assecondarlo, segnando così un distacco incolmabile per i rivali del BJP (il Bharatiya Janata Party, la destra radicale), rimasti legati all’intransigenza dell’utopia nazionalistica hindu, urlata a gran voce da Varun Gandhi, cugino di Rahul e ‘pecora nera’ della più potente dinastia indiana, arrestato nel corso della campagna elettorale per le sue esternazioni razziste contro la minoranza musulmana. Il successo della squadra di Singh è stato confermato ad inizio autunno, in occasione dell’importante test rappresentato dalle elezioni in Maharashtra, Haryana e Arunachal Pradesh. La schiacciante vittoria ottenuta dal Congress in questi tre stati dell’Unione, ha spianato la strada al governo per attuare senza troppi intoppi le riforme economiche promesse, affiancate da una strategia più audace, che vede nel riarmo e nel rafforzamento dell’esercito, l’immagine dell’India del futuro, capace di competere politicamente e militarmente con le grandi potenze internazionali, Cina fra tutte. Ecco che, sulla scia del recente inasprirsi della crisi diplomatica con Pechino, provocata dal riaccendersi della contesa per i 90.000 chilometri quadrati di territorio al confine, attualmente controllato dall’India, New Delhi ha risposto con lo stanziamento di 100 miliardi di dollari per il riarmo. Entro il 2020 le truppe indiane schierate lungo la LoC (Line of Control, sul confine kashmiro con il Pakistan) e la LaC (Line of Actual Control, la frontiera indo-cinese) disporranno di sofisticati strumenti per il monitoraggio del territorio, di aerei da guerra e perlustrazione, e di mezzi adatti ai combattimenti in zone montuose. L’intenzione dichiarata dal Ministro della Difesa A.K. Antony e dal Ministro dell’Interno P. Chidambaram, è quella di poter “fronteggiare le forze” che minacciano la sicurezza e la stabilità del Paese, siano queste interne o “provenienti da oltre confine”. Il riferimento è chiaro, e conferma lo scenario che da tempo si sta delineando in Asia Meridionale, per effetto dei crescenti legami tra Islamabad e Pechino. Non è un caso se, ad ottobre, lo stesso premier cinese Hu Jintao si è accordato con la controparte pakistana, per proseguire nella costruzione congiunta della super-diga da 12,6 miliardi di dollari sul fiume Indo, in pieno Azad Kashmir, territorio di 43.180 chilometri quadrati controllato dal Pakistan, ma reclamato con forza dall’India. Così facendo, Pechino ha implicitamente legittimato la sovranità di Islamabad nell’Azad, passando sopra l’unico punto fermo che ha accomunato tutti i governi indiani succedutisi fino ad ora: la rivendicazione dell’intero Kashmir quale “parte integrante” dell’Unione Indiana.

La Fame

Oltre a fronteggiare i rapporti con le due confinanti potenze nucleari, il Governo Singh deve vedersela con altre importanti problematiche interne, in grado, secondo qualcuno, di minare la stabilità della democrazia, o comunque di ostacolarne il progresso in questo periodo favorevole. In primis viene la malnutrizione, piaga endemica legata alla povertà diffusa in lungo in largo. Nel passato, l’India è stata in grado di affrontare e uscire da gravi carestie; tuttavia non è ancora capace di garantire cibo a sufficienza per milioni di famiglie. A pagarne le spese sono soprattutto i giovani e giovanissimi, vale a dire la maggioranza della popolazione indiana. Per capire meglio l’entità del problema, basta prendere l’esempio di Pechino, riuscita negli anni Novanta a ridurre di due terzi il tasso di malnutrizione infantile, portandolo all’attuale 7%, mentre in India siamo alle soglie del 40%. Dato che stona profondamente se rapportato all’evoluzione del Pil pro capite, quadruplicato in meno di un ventennio. Il problema endemico della malnutrizione è ben noto a New Delhi, infatti, nel 2008 Manmohan Singh lo aveva definito “una piaga da sconfiggere”. Concetto ripreso dopo la rielezione di maggio, quando il parlamento ha iniziato a lavorare ad una legge sul diritto al cibo, in base alla quale il governo dovrebbe garantire 25 chilogrammi di cereali al mese per ogni famiglia.

Il Maoismo

Un’altra pericolosa ‘piaga’ (così come viene definita dalle autorità), diffusa nelle aree rurali e più povere dell’India, è il Maoismo. Stando ai dati forniti dal Centro indiano per la gestione dei conflitti, i ribelli del Liberation Guerrilla Army, legati in particolare al Communist Party of India-Maoist, sarebbero presenti attualmente in 22 dei 29 stati dell’Unione. Conducono azioni di guerriglia e proselitismo in 180 distretti su un totale di 630, rispetto ai 56 distretti interessati nel 2001, schierando sul campo un esercito (seppur frammentato) di 22.000 uomini. Numeri alla mano, in meno di un decennio la presenza dei Maoisti è più che triplicata, in parte grazie dell’appoggio ottenuto dalla popolazione povera per la quale essi affermano di combattere, in parte per aver sostituito coltelli ed archi con più efficaci mitragliatori automatici, lanciagranate ed esplosivi, soprattutto di provenienza cinese, reperiti attraverso una fitta rete clandestina che passa per Birmania, Bangladesh e Nepal. Negli ultimi 20 anni, le azioni messe in atto dal Liberation Guerrilla Army hanno provocato 6000 vittime, 4300 delle quali dal 2003 ad oggi. Mentre in passato l’azione dei Maoisti è stata limitata alle giungle dell’India centrale, da un anno a questa parte si è verificato un progressivo avvicinamento della loro azione ai grandi centri urbani. Si è così aperto un nuovo capitolo per il governo, che di recente ha ammesso, per voce del ministro Chidambaram “la sconfitta” nella lotta a questi guerriglieri di estrema sinistra, mentre il premier Singh ha ribadito che si tratta della “maggiore minaccia alla sicurezza interna”.

Gli estremismi religiosi

In questa riflessione ‘a volo d’uccello sull’India’, non può mancare un ultimo riferimento agli estremismi religiosi, in particolare musulmano e hindu. Tutti noi ricordiamo le drammatiche immagini degli attentati di Mumbai di un anno fa, quando un commando di uomini armati e addestrati ha messo a ferro e fuoco alcuni dei luoghi simbolo della capitale indiana del business. Dalle successive indagini, è emersa la mano del Lashkar-e-Taiba, gruppo ‘terroristico’ islamico attivo soprattutto nelle Madrasa del Punjab pakistano, ad oggi imputato di gran parte degli attentati che dal 1993 hanno ripetutamente colpito l’India. Alla minaccia dei movimenti pakistani, si aggiungono diversi gruppi ad essi collegati, operanti direttamente in territorio indiano, dediti alla raccolta fondi e al proselitismo all’interno delle comunità islamiche, in particolare nelle grandi città del Centro e Nord-ovest. In seguito ai fatti di Mumbai, il governo Singh aveva subìto un forte contraccolpo politico, causato dall’allarmante impreparazione dei servizi di anti-terrorismo, trasformata poi in un’arma elettorale dai rivali del BJP.
Sebbene si manifesti in altre forme e modalità, l’India deve fare i conti anche con il fondamentalismo hindu, tanto più diffuso e radicato quanto più il Paese adotta modelli e costumi occidentali, per cui rappresenta un freno inibitore allo sviluppo della società. Il compito dei gruppi ultra-ortodossi hindu è quello di diffondere e affermare nel Paese l’ideologia nazionalistica di V.D. Savarkar. Fu lui, infatti, a coniare nel 1923 il termine “Hindutva”, che definisce hindu “chi considera la Terra di Bharat (l’India) dall’Indo all’Oceano, terra sacra e terra patria”. Su questa base, chi non condivide razza, cultura, lingua e religione deve andarsene o, se indiano, accettare la conversione all’ hinduismo. Parte da qui l’opposizione incondizionata ai cristiani, ai musulmani e a tutte le fedi non hindu, la cui penetrazione nel sistema sociale è agevolata dalla libertà di culto e trasmissione religiosa sancita dalla costituzione. Mentre il BJP, ramo politico dei nazionalisti (diverse volte al potere nel passato) punta alle cariche governative, le fazioni più intransigenti, come il Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss, Associazione Nazionale dei Volontari), Vishwa Hindu Parishad (Vhp, Assemblea Mondiale degli Hindu) e Bajrang Dal (l’ala giovanile del Vhp, considerata il suo braccio armato) si occupano della diffusione dell’ideologia, a partire dalle zone povere e depresse, dove l’ignoranza è più diffusa e la popolazione maggiormente assoggettabile. In questi contesti, sono state scritte alcune della pagine più buie dell’India moderna, a partire dalla distruzione della moschea di Ayodhya nel 1992, alle successive stragi di musulmani avvenute nel 2002 in Gujarat, per finire con i pogrom contro i missionari cristiani in Kandhamal (Orissa), nell’estate 2008.

Sono trascorsi più di 62 anni dal 15 agosto 1947, giorno dell’Indipendenza (e della Partizione) dell’India. In questo lasso di tempo, il Paese di Gandhi e Nehru ha saputo scrollarsi di dosso l’immagine di ex-colonia fragile e insicura, e con uno slancio senza pari si è guadagnata un posto nell’arena dei più grandi. Ora vuole migliorare la propria posizione, puntando sul fascino di una democrazia giovane, moderna e laica, consapevole della forza dei propri numeri. Gli ingredienti per riuscirci ci sono. Tuttavia, lo sviluppo futuro dell’India democratica dipende anche dalle sfide del suo tempo, e da come saprà risolverle.

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