Kalpa, 6 Agosto 2010. Un paio di portatori sollevano il baldacchino di Langura, la divinità legata alla casta degli Ores,

Kinner Kailash

depositandolo sul terreno. È notte fonda e nella semioscurità antistante il piccolo tempio in legno, si avvicina un uomo robusto, con i capelli ordinati sotto il tepang, il cappello tipico di questa zona. Si chiama Risham ha 39 anni ed è il grokch, l’oracolo vivente di Langura, convocato dalla divinità stessa per eseguire un esorcismo e guarire una donna colpita da maleficio. Mi trovo nel villaggio di Kalpa, nel Kinnaur centrale, remoto distretto tribale dell’Himachal Pradesh, stato indiano situato a ridosso del confine con il Tibet e circondato da imponenti montagne che sfiorano i 7000 metri. Sono qui da due mesi ormai, ospite nella casa di Chandra Prakash, costruita secondo i canoni tradizionali che prevedono il tetto piatto in terra pressata e lastre di granito, sorretto da robuste pareti realizzate in legno e blocchi di pietra. Sto lavorando allo studio della tradizione religiosa locale, che vede nei grokch una sorta di anello di giunzione tra la realtà umana, e la sfera sovrannaturale animata da entità più o meno feroci. Tra queste figurano anche le divinità, considerate ‘asur’ – termine di origine indo-iranica traducibile con ‘non luminoso’ –, per cui assimilate alla famiglia dei demoni, sebbene dotate di grandi virtù. Nel tempo trascorso a Kalpa, mi è stato insegnato a rispettare i boschi situati fuori dai confini del villaggio, così come le grandi pietre, le congiunzioni dei torrenti, il campo di cremazione, i fiori più brillanti che punteggiano i pascoli a 4000 metri. Sono questi i luoghi preferiti dalle entità sovrannaturali della zona, che come spiega Padam Chand, grokch della divinità Rokshu nel vicino villaggio di Roghi: “hanno la consistenza dell’aria e si muovono come il vento”. Secondo i kinnaura, gli spiriti prediligono l’oscurità e usano come arma mayaa, l’illusione, per avvicinare le loro vittime e colpirle. È il caso di Bakarsuna, lo spirito che dimora in alta quota o al margine superiore delle foreste, dove prende le sembianze di pecore o capre, e colpisce scagliando pietre oppure provocando malattie. C’è poi Bansir, entità che vive nell’albero di deodar, solita prendere le sembianze di un uomo o di una scimmia per spaventare i passanti. Il demone più temuto si chiama Daphranto, vive tra i villaggi di Koti e Panghi, si muove nel buio in particolare dopo la mezzanotte, e colpisce con gravi malattie o morte impossessandosi del corpo delle proprie vittime, usato poi come mezzo per avvicinarne altre. Il Kinnaur è anche terra di magia e sortilegi, eseguiti da stregoni in grado di creare amuleti malefici o di scagliare incantesimi contro le proprie vittime, piegando gli spiriti al loro volere attraverso tecniche antiche, derivanti dalla tradizione ‘bon’ ereditata dal vicino Tibet.
“Quella donna è ammalata da giorni ormai – spiega Kaju, commerciante di Kalpa che mi aiuta con le traduzioni –, è stata in ospedale a Rekong Peo ma nessuno ha capito di cosa si tratta”. Come spesso accade in questo angolo di Himalaya, quando una malattia non guarisce, viene interpellata la divinità, che nei casi più seri può richiedere l’intervento del grokch e l’esecuzione di un esorcismo. È quanto sta accadendo all’esterno del tempio di Langura. La donna e i suoi famigliari si sono radunati, portando cibo e rak, il distillato locale ottenuto dalla frutta disidratata, offerti ai presenti come prezzo del rito. C’è anche un giovane agnello, destinato a fungere da capro espiatorio, assieme ad una statuetta di legno raffigurante un volto stilizzato. L’esecuzione del rito di guarigione spetta a Risham, ma prima deve stabilire un contatto con Langura ed essere posseduto. A tal fine, il giovane grokch avanza in direzione del baldacchino della divinità riccamente decorato con stoffe e intarsi d’argento, sul quale è affisso il mukhang, la ‘maschera’ in cui, secondo i presenti risiede lo spirito divino. Quando l’oracolo giunge a mezzo metro da Langura, la musica dei baijantri, i suonatori rituali, aumenta di intensità guidata da un grande tamburo in pelle e da una coppia di chiassosi piatti in ottone. In pochi istanti Risham viene colto dal tremore della trance, visibile dapprima sulle mani unite in grembo, per manifestarsi poi a tutto il corpo in una serie di piegamenti e spasmi incontrollabili. Il volto dell’uomo diventa rosso, quasi paonazzo, dalla bocca esce un rantolo incomprensibile alternato a violenti sbuffi che precedono il completamento della possessione, sancita da un rapido scatto all’indietro della testa con il quale viene levato il cappello. Da questo momento il corpo dell’oracolo è completamente in balia di Langura, per cui qualsiasi azione è considerata una manifestazione divina e nessuno osa interferire.

Padam Chand posseduto con gli aghi infilati in volto

Le modalità con cui avviene la possessione sono le stesse in tutta l’area, non solo a Kalpa ma anche negli altri villaggi, come a Roghi, agglomerato di case in legno situate lungo una dorsale montuosa a picco su un burrone che precipita a valle, dove scorre il fiume Sutlej, le cui sorgenti si trovano in Tibet nei pressi del sacro monte Kailash. Il villaggio è attraversato dalla Old Hindustan Tibet Road, mulattiera usata per secoli nei commerci di sale, spezie, pietre preziose e lana tra le pianure dell’India e l’Altopiano tibetano, interrotta nel 1962 a seguito della guerra lampo tra New Delhi e Pechino dovuta alla contesa di ampi territori lungo il confine. Pochi giorni prima dell’esorcismo di Langura, a Roghi ho assistito al Porangpagmu, la pratica detta ‘dell’infilarsi l’ago’ organizzata durante la festa dei fiori, in occasione del plenilunio autunnale. Il grokch in questo caso è Padam Chand della casta dei Turkyan, legato alla divinità Rokshu. Una volta perso il cappello e posseduto dallo spirito, l’uomo diventa la personificazione del dio, e davanti all’intera comunità si infila due grossi spilloni di argento alle guance, e un pesante anello al naso in una sorta di prova di forza. Così ornato, l’oracolo si mete a capo di una processione, ed esegue una serie di aspersioni rituali con dell’acqua sacra all’interno dell’area templare, e in alcuni crocevia del villaggio. Il tutto dura tre ore, durante le quali l’uomo in trance viene guidato dai collaboratori, quasi avesse una percezione limitata dello spazio circostante. Il rito termina con la fuoriuscita dello spirito, cui segue lo svenimento del grokch, portato di peso in una stanzetta vicina. È qui che Padam mi riceve, ancora intontito dallo stress della pratica. “Non ho provato alcun dolore – spiega riferendo agli aghi conficcati in volto, ormai levati –, è Rokshu a guidarmi e come puoi vedere non ho alcuna cicatrice o perdita di sangue. Ciò è possibile grazie al potere della divinità, altrimenti avrei ferite evidenti”. Padam ha 31 anni, si mantiene commerciando le preziose mele del Kinnaur, coltivate un po’ ovunque e considerate una varietà molto pregiata, richiestissima a New Delhi, Mumbai e nelle altre ricche metropoli indiane. Lui come tutti i grokch incontrati nei villaggi vicini, è stato scelto direttamente dalla divinità, che lo ha attirato al tempio quando era un ragazzo, con una sorta di rapimento iniziatico culminato nella prima possessione. “Da quel momento in poi si è stabilito un rapporto intimo e continuativo con Rokshu, che dovrebbe proseguire fino alla mia morte, o fino a quando sarò in grado di esercitare”.
Le stesse considerazioni valgono per Risham di Kalpa, ormai posseduto da Langura e pronto ad esorcizzare il maleficio dal corpo della donna. Lo svolgimento del rituale è visibile grazie all’illuminazione di una flebile lampadina ad incandescenza accesa per l’occasione. I collaboratori dell’oracolo depongono un telo di stoffa bianco al suolo, vi fanno sdraiare sopra la paziente, coprendola con una stola di lana finemente decorata. L’esorcista inizia a pronunciare dei rantoli con fare frenetico, tanto più intensi quanto incomprensibili. “Sono dei mantra (formule) magici – spiega uno dei presenti –, noi non conosciamo il loro significato”. La pratica richiede del tempo, e alterna fasi corruttive ad altre coercitive. Le prime prevedono l’offerta di cibo, vino e l’agnello sacrificale allo spirito infestante, per convincerlo ad abbandonare il corpo della vittima. La seconda parte si manifesta in una sorta di battaglia sottile tra la divinità e lo spirito, basata sui mantra magici, sull’uso di una spada rituale brandita nell’aria, poi ancora l’esplosione di mortaretti, e l’utilizzo di una lunga fronda di deodar con la quale viene percosso simbolicamente il corpo della donna. La pratica al tempio termina quando lo spirito infestante viene trasferito nella statuetta di legno con il volto stilizzato. È notte fonda ormai, tra i presenti regna un’evidente eccitazione, in parte dovuta al successo del rito, in parte all’ebbrezza provocata dal rak bevuto in quantità generose. Attorno a noi regna l’oscurità, nell’aria tersa dei 3000 metri si muove solo il vento.
La conclusione dell’esorcismo è ormai prossima, non resta che rilasciare l’entità infestante lontano, fuori dal villaggio. Il luogo prescelto per quest’ultima fase del rito è un tratto della Old Hindustan Tibet Road, dall’altra parte della dorsale che delimita il fianco occidentale della conca in cui sorge Kalpa. Qui sono ammessi solo gli uomini, e alla testa della processione c’è il grokch, ancora posseduto da Langura, che avanza a piedi scalzi reggendo in braccio l’agnello. Lungo il percorso viene trangugiato dell’altro rak, versato direttamente nelle mani unite in modo da formare una sorta di coppa, dalla quale bere tutto d’un fiato. Sul versante opposto dell’immensa valle del fiume Sutlej si scorgono i ghiacciai del monte Kinner Kailash, accesi dalle flebili luci del firmamento, considerati dai kinnaura la dimora di Shiva e degli dei locali. In una decina di minuti siamo a destinazione. Oltre il ciglio della strada precipita un profondo burrone, ed è qui che i collaboratori dell’oracolo conficcano la statuetta in legno, con il volto stilizzato rivolto verso l’abisso. Contemporaneamente, il grokch asperge il corpo dell’agnello con dell’acqua sacra, poi infila semi di mostarda e dell’altra acqua negli orecchi e nella bocca dell’animale. È questa l’ultima parte del rituale che precede il sacrificio, compiuto dal macellaio del villaggio usando un pesante coltello con lama a mezzaluna. Due persone trattengono la vittima designata, uno per il capo l’altro per le zampe posteriori, e a quel punto viene inferto un colpo preciso e violento al collo, seguito da un secondo e da un terzo, sufficienti a staccare la testa. La parziale oscurità in cui si svolge l’azione alleggerisce un po’ la scena, per cui continuo ad osservare, in silenzio, rimandando a domani qualsiasi riflessione. Capisco però di essermi spinto piuttosto in là, nell’intimo di una cultura a me estranea, mai come ora lontano dall’Occidente da cui provengo. Il grokch solleva il capo sanguinante, lo infila per un istante nella statuetta in legno, scagliandola subito dopo nel vuoto con un calcio. “Ecco, così lo spirito è stato rilasciato, da qui non può più tornare al villaggio e alla sua vittima. La donna è stata liberata”, spiega sottovoce uno dei presenti. Annuisco, poi stanco e provato dall’esperienza mi affretto a rientrare verso Kalpa, ma vengo subito bloccato dai presenti. Dicono che ho partecipato ad una pratica pericolosa, che potrei essere stato infestato da un altro demone presente nei paraggi, questa notte. “Prima di andare dobbiamo purificarci”, spiega il macellaio, mentre fruga nelle viscere dell’agnello ucciso. Pochi istanti dopo estrae il fegato ancora caldo, lo taglia a pezzetti e li distribuisce ai presenti, me incluso. “Mangialo! Serve per purificarti e come protezione dagli spiriti maligni”. Ubbidisco senza discussioni, e finalmente posso avviarmi verso casa.

One Response to "L’esorcismo di Langura. Tra gli oracoli del Kinnaur, nell’Himalaya indiano."

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