Articolo pubblicato sulla rivista East, numero 26, uscito il 12 ottobre.

Srinagar, 14 Ottobre 2009. Arshad Shahzad siede a gambe incrociate in un angolo della moschea, sotto l’ampia

Arshad Shahzad
Arshad Shahzad

finestra che ne illumina parte del viso. Di fronte a lui, appoggiata su un basso tavolino scorgo una copia del Corano, con la copertina in pelle usurata ad indicare una lettura assidua. Ha 26 anni, ma la barba lunga, l’abito in lino e il copricapo calato in testa gliene danno 10 in più. Mi invita a raggiungerlo, indicandomi un cuscino sistemato a pochi passi da lui, nella penombra che borda le pareti bianche in legno. Siamo ad Hong Kong, in una piccola ma curata moschea nascosta nel fitto della foresta di cemento e vetro formata da migliaia di grattacieli, a monte rispetto Queen’s Road, la via centrale della capitale asiatica del business. Noto l’edificio quasi per caso, mentre sfido i 35 gradi di aprile nel tentativo di salire la ripida scalinata che conduce al belvedere sulla collina. Arshad è l’unica persona che incontro oltre la cancellata in ferro da poco ridipinta di verde. Si presenta come pakistano originario dell’Azad Kashmir (il “Kashmir Libero”), è un musulmano ortodosso e vive ad Hong Kong con i genitori, impegnati nell’import-export di apparecchiature elettroniche e gestori di un piccolo hotel. Presto la conversazione giunge alla Sharia, al Corano e all’unità di Dio, poi, saputo che provengo dalla terra in cui risiede il capo spirituale dei cattolici, spiega con rispetto come “essendo musulmano non posso accettare il cristianesimo, ma riconosco che il Dio cristiano è lo stesso che io prego in questo luogo”. Quando gli chiedo un parere sulle violenze che stanno travolgendo il nord del Pakistan però, il suo sguardo si fa serio, la voce meno accomodante. “I pakistani e gli islamici non sono cattivi come li descrive la vostra propaganda. Siamo persone come voi, con tanta voglia di vivere in pace”. A questo punto tira in ballo la sua terra, il Kashmir amministrato dal Pakistan, dove dice non ci siano pericoli, né per gli abitanti né per i visitatori. “Da noi si cerca di vivere tranquilli malgrado la povertà. È nel Kashmir controllato dall’India che dopo decenni di scontri e violenze, la pace è ancora un miraggio”. Nemmeno tre mesi dopo, due poliziotti pakistani sono rimasti vittime di un attentato suicida proprio nell’Azad Kashmir. Si è trattato del primo attacco di sempre con modalità simili, da quella parte del confine, segno inequivocabile che le cose stanno cambiando, in particolare da quando gli Stati Uniti sostengono l’esercito pakistano nell’offensiva anti-Taliban in Swat e lungo il confine afgano.

Ad inizio luglio ripenso alle parole di Arshad, mentre supero col bagaglio appresso il Dal Gate, infilando Boulevard Road, la principale direttiva di Srinagar, capitale estiva del Jammu e Kashmir, territorio a statuto

Sul lago Dal
Sul lago Dal

autonomo che si estende nella propaggine Nordoccidentale dell’India. Alla mia sinistra ci sono la città vecchia e il suggestivo lago Dal, citato da secoli per la sua bellezza nelle cronache dei viaggiatori occidentali. Reggo a fatica gli assalti dei procacciatori di clienti, per i quali uno straniero è una preda ambita, da non lasciarsi sfuggire. La loro insistenza si fa presto insopportabile, per cui lascio da parte la cortesia, smettendo dapprima di argomentare i miei rifiuti, passando poi ad un secco “no”, per finire con il silenzio più totale. Non senza difficoltà riesco ad accomodarmi su una variopinta shikara, imbarcazione tipica di Srinagar, vagamente simile ad una gondola veneziana e dotata di baldacchino con tende, che copre i materassi trapuntati su cui siedono i passeggeri. Lasciamo l’ormeggio e ci addentriamo nel labirinto delle house boat, le case galleggianti trasformate in una delle principali attrattive turistiche della città. Sono imbarcazioni ancorate in modo permanente sul lago, abbellite con elaborati pannelli in legno intarsiato e arredate con mobili sontuosi, evidente eredità del colonialismo inglese. Il proprietario della casa galleggiante Howrah in cui vivo è Alì Muhammad Billoo, ha un sessantina d’anni e la sera, dopo cena, è solito raggiungermi sul portico proteso verso le acque verdi del lago, offrendomi del the kashmiro, aromatizzato con zenzero, cardamomo e zafferano. Gli parlo della giornata appena conclusa, marcando l’impressione provata sulle strade alla vista di così tanti mezzi militari blindati, di armi spianate sulle torrette dei forti circondati da filo spinato, i checkpoint, poi agenti della polizia kashmira in divisa color verde pallido dotati di fucile a ripetizione, mentre poco lontano soldati in mimetica dell’esercito pattugliano un incrocio stradale. È evidente come l’India intenda mettere in mostra i muscoli, usando il Kashmir quale palcoscenico d’eccezione al confine con il nemico ‘nucleare’ Pakistan, e con l’altro grande rivale, la Cina. “Siamo stanchi di questa situazione – commenta Alì, cercando di non turbare con troppi dettagli un cliente mai come ora prezioso –, è colpa dei soldati indiani che occupano ogni luogo e rendono la vita difficile”. Si ferma per qualche istante, poi spalancando gli occhi di un colore indefinito, tra il verde e il giallo, incontrato più volte negli sguardi degli abitanti di qui, aggiunge: “ce ne sono troppi, in numero sproporzionato, di gran lunga superiore al necessario. Da 20 anni interferiscono su tutto, allontanando il turismo e uccidendo l’economia. Se davvero sono qui per la sicurezza, che si limitino a prevenire le incursioni dal Pakistan lungo le zone di confine allora. Lo capisci? Non ce la facciamo più, noi qui vogliamo la pace!”.

La presenza delle truppe indiane in Kashmir risale al 1947, anno dell’indipendenza dall’Inghilterra, cui seguì la Partizione tra India e Pakistan. In quel periodo il maharaja kashmiro Hari Singh, hindu al potere in un regno a maggioranza musulmana, avrebbe preferito mantenere la guida di uno stato indipendente, separato da Delhi e

Checkpoint Srinagar
Checkpoint Srinagar

Karachi, all’epoca capitale del Pakistan. Nell’autunno dello stesso anno però, ci fu l’insurrezione di alcuni gruppi tribali del Kashmir nord-occidentale e della North West Frontier Province, tra i quali combattenti Mahsud, Waziri, Daur, Bhittani, Khattak, Turis e Swati, che in 5.000, armati e assiepati su almeno 300 camion superarono il fiume Jhelum puntando a Srinagar, per rovesciare il sovrano hindu e sostenere i “fratelli musulmani”. Non riuscendo a fronteggiare l’insurrezione con le proprie truppe, Hari Singh chiese l’appoggio militare di New Delhi, che dribblò la richiesta di “aiuto amichevole” lanciata dal maharaja, accettando di intervenire solo in cambio della sottoscrizione del documento di annessione. Firma avvenuta giocoforza il 26 ottobre, se pur a condizione di organizzare un plebiscito nello stato una volta ristabilito l’ordine pubblico, in modo da consentire al popolo di “scegliere il proprio destino”. In seguito al conflitto tra i guerriglieri – ufficiosamente sostenuti dal governo pakistano, che ha sempre respinto ogni coinvolgimento – e i soldati indiani, passato alla storia come Prima Guerra Indo-Pakistana, l’ex regno himalayano fu diviso dalla Linea di Controllo in Kashmir controllato dall’India, comprendente la Valle di Srinagar, il Jammu a sud e il regno buddista del Ladakh ad est, e Azad Kashmir successivamente annesso al Pakistan, esteso a nord e ad ovest lungo i confini con Cina e Afghanistan.

Dalla ‘rivolta tribale’ del ’47 ad oggi, si sono susseguiti altri tre conflitti, e altrettante risoluzioni Onu che invitano New Delhi a favorire il diritto all’autodeterminazione degli abitanti del Kashmir. Appelli respinti dal governo indiano che giudica la ‘questione’ un affare interno, riparando così oltre il principio della non interferenza. Il crescendo di tensione tra i kashmiri con quelle che loro considerano ‘forze di occupazione’, è sfociato nel 1989 in una terribile escalation di violenze durata fino al 2005 e ripresa da un anno a questa parte, costata decine di migliaia di vittime. Per il governo indiano, l’unico modo di arginare l’azione dei ribelli – gli stessi che a Srinagar e dintorni sono chiamati ‘militanti’ o ‘combattenti per la libertà’ –, e contrastare le infiltrazioni di uomini dall’Azad Kashmir, è stato il ricorso alla presenza di imponenti contingenti militari. “Se sommiamo il numero degli agenti della polizia kashmira con quello dei soldati dell’esercito indiano, ci sono poco meno di 600.000 uomini schierati sul territorio. È la maggiore

Khurram Parvez
Khurram Parvez

concentrazione militare al mondo, arrivata anche a 1 soldato ogni 11 abitanti, superiore a quella delle truppe presenti in Afghanistan, Iraq o Palestina”. Mentre espone i dati in suo possesso, Khurram Parvez parla in modo lento e preciso, quasi lapidario. Ha 32 anni, e coordina la Jammu e Kashmir Coalition of Civil Society, ong che cerca di documentare e denunciare le atrocità delle forze di sicurezza indiane, sostenendo anche il diritto all’autodeterminazione. Lo incontro nella sua abitazione di Srinagar cui giungo in rikshaw, dopo aver superato la sede delle Nazioni Unite. Quando invito il guidatore ad accostare davanti alla recinzione bianca in muratura, mi guarda perplesso chiedendo se davvero conosco qualcuno che vive li dentro. Annuisco, lo pago e mi affretto oltre la cancellata scura, notando ad una decina di metri un gruppetto di uomini che non mi stacca gli occhi di dosso. Khurram mi aspetta nella sua stanza da letto, all’ultimo piano di un edificio grande e pulito. Ha lo sguardo intelligente e severo, i capelli neri e la barba appena accennata che non basta a nascondere le cicatrici sulla parte destra del viso. Con un gesto della mano mi invita a sedermi sul tappeto colorato, ritornando poi ad appoggiare il gomito sul fianco, poco sopra il segno dell’amputazione alla gamba destra. Perse l’arto nel 2004, quando fecero saltare in aria la jeep su cui viaggiava. “Hanno attentato alla mia vita. Io sono stato fortunato mentre le due persone che si trovavano con me sono rimaste uccise. Diversi membri della nostra organizzazione hanno perso la vita”. Dice di non aver mai saputo chi fossero i responsabili dell’attentato, ma dopo aver ascoltato le sue parole credo abbia pochi dubbi. “La maggior parte dei kashmiri vuole l’indipendenza dall’India – spiega –, e da 62 anni il governo sta usando il pugno di ferro per frenare le spinte indipendentiste, ricorrendo ad ogni metodo, contro i militanti e con chi ne denuncia i crimini”. In Kashmir, soldati e polizia godono dell’impunità più assoluta, per cui uccisioni, rapimenti, pestaggi, stupri, torture, incarcerazioni immotivate sono molto frequenti e spesso avvengono alla luce del sole. Per i lavori più sporchi, dal 1994 il governo finanzia e dirige l’Ikhwan-ul-Muslimeen, gruppo composto da ex combattenti per la libertà che hanno rinnegato la propria causa. È evidente, come attentati, uccisioni e altri crimini commessi da queste squadre della morte filo-governative, spesso siano stati attribuiti ai combattenti per la libertà che si oppongono alle truppe di New Delhi. “Dall’89 ad oggi circa 20.000 persone sono finite in una delle 8 carceri della Valle – continua Khurram –, 300 mila sono state vittima di torture, e molte di queste hanno riportato danni fisici o mentali permanenti. Abbiamo registrato 7000 casi di stupro. Poi un numero indefinito di desaparecido, 4000 riconosciuti dall’attuale ministro capo Umar Abdullah, anche se l’Associazione dei Parenti delle Persone Scomparse parla di 8-10.000 casi”. Molti di loro erano uomini, padri e mariti che hanno lasciato le proprie famiglie prive di reddito e di protezione, originando il fenomeno delle half widows: le ‘mezze vedove’. “In 20 anni di atrocità, nessun soldato indiano è mai stato punito o giudicato colpevole in un processo – conclude –. Finché il Kashmir sarà nelle mani di questi individui, la svolta democratica cui tutti aspirano resterà un miraggio”.

Per lasciare la casa di Khurram seguo sua moglie, che mi guida sul retro, facendomi sfilare lungo un muro in mattoni rossi confinante con un hotel. “Questa è l’uscita migliore, puoi confonderti tra i clienti – spiega –. Purtroppo

Jama Masjid
Jama Masjid

la casa è sorvegliata, uscendo dall’ingresso principale daresti nell’occhio. Appena giunto in strada prendi un taxi, evita di camminare troppo a lungo sul marciapiede”. Collego i suoi consigli ai tizi incrociati al mio arrivo, fuori dal cancello, poi ripenso all’amica comune che mi aveva messo in contatto con Kurram, avvisandomi di stare “attento quando chiami i telefoni, perché sono tutti controllati”. Pochi istanti dopo sto sfrecciando in un rikshaw nel traffico di Residency Road, in direzione della città vecchia. Visito la splendida Moschea Bianca, mescolandomi ai fedeli giunti per la preghiera del mezzogiorno. Qui, mi spiegano, è custodita un’ampolla in vetro che contiene un pelo della barba di Maometto. Proseguo poi per la Jama Masjid, la più importante e antica moschea di Srinagar, dominata dall’antico forte Moghul sulla collina, occupato dall’esercito indiano che ne ha ricavato un punto di osservazione privilegiato. Il pavimento interno è ricoperto da migliaia di tappeti ordinati, orientati in direzione della Mecca. Faccio due parole con Bilal passeggiando nel fitto del colonnato che sostiene la struttura. “Vedi, questi pilastri sono 400 e tutti in legno di pino – dice –, furono portati appositamente dalle montagne del nord, tranne uno, proveniente dal Paradiso, ma nessuno sa quale sia”.

In questa parte della città il turismo è pressoché nullo. Escludendo un paio di viaggiatori europei, non c’è ombra delle orde di vacanzieri indiani che affollano le case galleggianti. Sono in gran parte hindu benestanti, venuti per l’annuale pellegrinaggio alla grotta di Amarnath, sperduta a 3.800 metri nel

Angana Chatterji - foto Majed Abolfazli
Angana Chatterji - foto Majed Abolfazli

cuore delle montagne del Kashmir, dove in questo periodo si forma un lingam (simbolo che rappresenta il dio Shiva) di ghiaccio. Negli anni il numero dei pellegrini è aumentato in modo esponenziale, superando il mezzo milione nel 2008. Mentre le varie organizzazioni hindu dell’India riempiono di fedeli autobus e jeep diretti a nord, offrendo pellegrinaggi all-inclusive, nella Valle si diffonde il timore di un’aggressione culturale, agevolata dal sostegno delle forze militari, come accade per il sionismo in Palestina. Non è un caso, se il crescente afflusso di pellegrini è andato di pari passo alle spinte dei nazionalisti hindu, sostenitori dell’annessione totale all’India dell’unico stato a maggioranza musulmana. Per saperne di più, raggiungo telefonicamente a San Francisco Angana Chatterji, professoressa indiana da 16 anni negli Stati Uniti, dove insegna Antropologia Sociale e Culturale al California Istitute of Integral Studies. Ha da poco pubblicato il libro Violent Gods: Hindu Nationalism in India’s Present (Three Essays Collective, 2009) in cui riunisce anni di ricerche sulle violazioni dei diritti umani legate al nazionalismo hindu. “In Kashmir, la militarizzazione si è consolidata attraverso l’autoritarismo xenofobo che pervade ogni frangente della quotidianità – spiega –. Il nazionalismo di stato autorizza la cultura della repressione e le violenze di massa, ed è sostenuto dal nazionalismo hindu, che considera la storia del Kashmir come parte di quella indiana. I nazionalisti chiedono la dissoluzione dell’articolo 370 che sancisce l’autonomia del governo kashmiro, e l’annullamento della risoluzione 47 emanata dall’Onu nel 1948, per la determinazione del futuro del Kashmir attraverso un plebiscito”.

A Srinagar i giorni passano e la situazione si fa sempre più tesa. Conseguenza del rapimento, dello stupro e dell’uccisione di Asiya Jan e Neelofa Jan, 17 e 22 anni, della città di Shopian. Le modalità e lo ‘stile’ dell’omicidio, avvenuto il 29 maggio, hanno evidenziato fin da subito la mano delle forze di sicurezza (a luglio sono stati inchiodati dagli esami del dna tre poliziotti, ma ulteriori prove fondamentali sono poi state compromesse da altri agenti), dando il via a violente proteste. Pochi giorni dopo, sempre a Shopian, due manifestanti sono rimasti uccisi dai proiettili dei soldati in assetto antisommossa, seguiti da un terzo giovane a Barambulla, altra città di confine a 50 chilometri da Srinagar, dove a fine giugno un nuovo tentativo di stupro, avvenuto direttamente nella locale base dell’esercito, aveva accentuato la violenza degli scontri. Sebbene le stesse autorità governative abbiano di recente lanciato l’allarme per il riaccendersi delle violenze in Kashmir, denunciando la morte di 30 persone da fine giugno, l’India continua a sostenere la strategia del controllo militare come unica soluzione, addolcendo la pillola (per le autorità internazionali che guardano da lontano) attraverso la riapertura del dialogo di pace con il Pakistan. Intanto a Srinagar migliaia di turisti ignari, al sicuro nelle house boat, si godono le canzoncine dell’ultimo film di Bollywood, mentre nell’aria l’invito alla preghiera del Muezzin si confonde con le urla della folla nella città vecchia, poi il fumo dei lacrimogeni, e ancora spari.

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