Srinagar, 14 Settembre 2009. Sono molti gli addetti ai lavori, che vedono in Palestina e Kashmir i pilastri sui quali

Checkpoint a Srinagar
Checkpoint a Srinagar

poggia la crisi Mediorientale. Il primo è alle porte del Mediterraneo, sotto gli occhi più o meno vigili dell’Unione Europea, la cui vista non sempre giunge oltre il muro eretto tra Israele e Territori Occupati. Il secondo fonda le radici nell’Asia Meridionale, a due passi dall’Estremo Oriente, dove (non a caso) si incontrano paesi iper-militarizzati: Afghanistan, Pakistan, India e Cina. In entrambi i casi, in Palestina e in Kashmir, si sta svolgendo il delicato confronto tra civiltà islamica e resto del mondo, la cui durata infinita ha favorito il proliferare degli estremismi religiosi, che tanto angosciano l’Occidente: quelli hindu, ebraico e musulmano. La vicinanza geografica e culturale della Terra Santa, da sempre spinge i governi europei ad occuparsi del Conflitto israelo-palestinese, ignorando colpevolmente quanto da più di 60 anni accade lungo la Linea di Controllo (LoC) indo-pakistana. È su questo confine, che il 15 agosto 1947, dopo la Partizione dell’ex colonia inglese in India e Pakistan, furono concentrati secoli di tensioni tra popolazioni musulmane e hindu. Dalla grande suddivisione del territorio rimase escluso il Jammu e Kashmir, piccolo regno a maggioranza musulmana, governato dal sovrano hindu Hari Singh. Pochi mesi dopo l’indipendenza, un’insurrezione tribale nel nordovest del Kashmir, costrinse il maharaja a sottoscrivere l’annessione all’India, se pur pretendendo la clausola, che, una volta calmate le acque, sarebbe stato organizzato un plebiscito affinché il popolo decidesse il proprio futuro. L’esercito indiano entrò in azione in poche ore, grazie ad un intenso ponte aereo tra l’Uttar Pradesh e la capitale Srinagar, e non senza difficoltà riuscì a respingere l’offensiva (nota come Prima guerra indo-pakistana), portando alla divisione del regno attraverso la LoC, in Azad Kashmir controllato dal Pakistan e Kashmir sotto il controllo dell’India.
A luglio sono stato nella Valle, dove, a 62 anni dalla Partizione, la realtà è ancora molto complessa. Colpa della pesante concentrazione dell’esercito indiano (con poco meno di 600.000 soldati schierati, il Kashmir è l’area più militarizzata al mondo), soluzione voluta da New Delhi per vigilare sull’autonomia garantita dalla costituzione indiana al governo kashmiro. Colpa poi dell’ingombrante vicinanza del Pakistan, che pur di indebolire la rivale di sempre

Il mercato galleggiante sul Lago Dal, Srinagar
Il mercato galleggiante sul Lago Dal, Srinagar

continua a finanziare e addestrare attraverso i servizi segreti, gruppi di guerriglieri da inviare nel Kashmir indiano per sostenere la resistenza armata. Colpa infine dei combattenti per la libertà, che a partire dall’89 hanno dato il via ad una feroce guerra contro le “forze di occupazione indiane”, costata 70.000 vittime, compresi molti civili. Dopo 20 anni di scontri, il Paradiso dell’Himalaya è diventato una bolgia violenta, in cui corruzione e abusi sono la norma, e gran parte di questi portano gli stemmi dell’esercito indiano. A testimoniarlo sono i 7000 stupri accertati ma non puniti, in buona parte commessi da soldati indiani, i 20.000 prigionieri in galera in attesa di processo, i 300.000 casi di tortura durante gli interrogatori, quindi gli 8/10.000 desaparecidos, in parte finiti nelle fosse comuni che continuano ad essere scoperte lungo le aree di confine, in parte gettati nelle carceri dello stato facendone perdere da anni le loro tracce. Tanta brutalità, manifesta l’incapacità dell’India di trovare una soluzione nell’area, da cui come dicevamo dipende anche la stabilità di Pakistan e Afghanistan. In contemporanea, l’India non è nemmeno disposta a discutere una soluzione pacifica, in quanto le conseguenze per la democrazia più popolosa al mondo potrebbero essere disastrose. Per prima cosa il Kashmir è una causa nazionale, con in ballo il prestigio dell’India stessa, quindi, perdere da quelle parti, magari a favore del Pakistan, sarebbe uno smacco incolmabile per la seconda economia asiatica, e per una potenza politica sempre più influente. Altrettanto importante la posizione strategica del territorio, che entra come una sorta di cuneo tra Pakistan, Cina e Afghanistan, e dove non a caso New Delhi continua a concentrare soldati e armamenti. Viene infine la questione religiosa. Il Kashmir è l’unico stato a maggioranza musulmana all’interno dell’Unione Indiana, a sua volta governata dagli hindu. Sebbene le spinte dei nazionalisti del Sang Parivar (‘gruppo di associazioni’ hindu), rappresentati politicamente dal Bharatya Janata Party, puntino alla riforma costituzionale per l’eliminazione dell’autonomia del governo kashmiro, New Delhi si serve del Kashmir musulmano per portare avanti il ‘sogno’ di una democrazia secolare voluta da Nehru ai tempi dell’indipendenza.
Se a Srinagar e dintorni prevarranno violenza e tensioni, l’India potrà perpetrare il proprio controllo militare sul territorio, a scapito di ogni soluzione. In conclusione, è lecito supporre, che, una svolta sulla ‘questione’ Kashmir si farà attendere a lungo, fintantoché le autorità internazionali non decideranno di puntare i piedi, intervenendo seriamente.

Articolo pubblicato dalla rivista “Il Mulino”

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