Ayodhya, 25 Dicembre 2009. L’India torna ad interrogarsi sul tragico dicembre 1992, Babri Masjid demolitionquando un’orda di fanatici hindu rase al suolo la Babri Masjid, importante moschea della città di Ayodhya (Uttar Pradesh), eretta, secondo gli aggressori, sulle macerie di un antico tempio di Ram. Si trattò, di uno dei più giorni più grigi nei rapporti tra hindu e musulmani dall’epoca della Partizione (1947). Per quanto negli anni non fosse mai stata accertata l’identità degli ‘agitatori’, i sospetti puntarono ben presto sul Sang Parivar, il ‘gruppo di associazioni’ impegnate nella diffusione e nell’affermazione dell’ideologia nazionalistica hindu (Hindutva).

Tra le organizzazioni conivolte, figura il anche il principale partito di opposizione, il Bharatiya Janata Party (BJP), che oltre ad essere il più autorevole schieramento di Destra, è anche il braccio politico del Sangh Parivar. Risulta ovvio, come un partito attivo al governo, il quale per giunta ha già guidato più volte l’esecutivo nel passato, non possa essere co-responsabile della demolizione della Babri Masjid, in seguito alla quale, va ricordato, scoppiarono violenti scontri tra hindu e musulmani in tutta l’India, costati 2000 vittime. A tale proposito, ieri il Parlamento indiano ha discusso la questione, a partire dal rapporto della Liberhan Commission (pronto dal 30 giugno scorso, dopo un’attesa di 17 anni rispetto ai 3 mesi preventivati nel ’92, e costato 1,3 milioni di dollari), nel quale figurano i nomi illustri di Atal Bihari Vajpayee e di Lal Krishna Advani. Si tratta di due personalità politiche di altissimo livello, il primo fu premier con il BJP nel 96 e leader della coalizione di destra al governo dal 1998 al 2004; il secondo è stato il principale rivale di Manmohan Singh nel corso delle ultime elezioni generali, e attualmente riveste la carica di presidente del BJP.

Il fatto sconcertante agli occhi della destra parlamentare però, non riguarda tanto il coinvolgimento in gravi atti criminosi di due ‘eminenze’ politiche, quanto che “parti selezionate” di un rapporto riservato sia stato indirizzato da ignoti, dritto dritto alla redazione dell’Indian Express, impotante magazine indiano. Secondo alcuni membri del BJP, si tratterebbe di una mossa dell’United Progressive Alliance (l’alleanza di Centrosinistra guidata dal Congresso), volta a minare la credibilità del partito di Destra a ridosso delle elezioni in Jharkhand. Lo stesso Advani si è espresso sulla vicenda, ribadendo come la distruzione della moschea di Ayodhya sia stato “uno dei giorni più tristi della sua vita”. A rafforzare la posizione del presidente del BJP, è intervenuto un altro portavoce del principale partito di opposizione, Rajiv Pratap Rudy, secondo il quale le notizie fatte trapelare in queste ore, servirebbero a distrarre l’attenzione pubblica dall’aumento dei prezzi e dalla crescente corruzione delle cariche pubbliche.

Vero o presunto che sia il coinvolgimento di Advani e Vajpayee nei fatti di Ayodhya, non si può ignorare quanto accaduto la scorsa primavera, quando in piena campagna elettorale, i leader del BJP hanno più volte tirato in ballo gli episodi del 1992, promettendo in caso di vittoria “la ricostruzione del tempio di Ram”. A parer mio, sembra che la disputa del tempio di Ayodhya  abbia perso la sua importanza in quanto crimine, e stia ora sfumando in una sorta di arma-mito, rispolverata quando necessario per fare leva sul sentimento identitario degli hindu, o per demonizzare il BJP, a seconda di chi sia a brandirla. Impossibile anche stabilire se e quando si farà luce sull’accaduto, magari individuando qualche responsabile tra i 4000 imputati i cui nomi da 17 anni vengono rimescolati in un questo infinito minestrone giudiziario.

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