Leh, 9 Agosto 2010. Sempre più grave la situazione in Ladakh e nel Kashmir indiano a seguito dell’ondata di maltempo che

foto tratta dal web

da giorni sta flagellando il territorio. Le pioggie torrenziali hanno trasformato i pendii di roccia e terra che si innalzano lungo le valli, in vere e proprie valanghe di fango, devastando interi villaggi compresa Leh, la capitale del distretto kashmiro del Ladakh, punto di partenza per molti turisti appassionati di trekking. Ad oggi si contano circa 500 persone scomparse e 145 vittime accertate, tra le quali anche un viaggiatore spagnolo e due francesi. Le operazioni di soccorso continuano senza tregua, nella speranza di estrarre qualcuno ancora in vita dalle macerie mescolate a montagne di fango e ai cavi dell’alta tensione. Particolarmente colpite dalla furia dell’acqua sono le costruzioni tipiche in terra con il tetto in paglia, le quali in poche ore si sono letteralmente sciolte alla base, crollando al suolo. I primi soccorsi sono stati prestati dagli uomini della Into-Tibetan Border Police, la polizia di frontiera, poi esercito e General Reserve Engineer Force, che hanno impiegato bulldozer e mezzi scavatori, assieme ad elicotteri per le operazioni di recupero più difficili e per fornire i senzatetto di acqua, cibo, tende e coperte con cui superare le prime notti, poi medicinali e assistenza per i numerosi feriti. Gli interventi nelle zone più remote del Ladakh sono al momento impossibili via terra, a causa delle condizioni in cui vertono le strade, in gran parte danneggiate e in certi casi del tutto cancellate dagli smottamenti.

“Il maggiore problema è dovuto all’interruzione delle vie di comunicazione – ha dichiarato al Times of India Pashi Tsetan,  portavoce dell’amministrazione locale, riferendo in particolare a linee telefoniche, radio ed elettricità -. Se saranno ripristinate riusciremo a coordinare meglio anche le operazioni di soccorso”.

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Gravi le condizioni degli ospedali della zona, in gran parte inondati o parzialmente distrutti dall’alluvione, rendendo ancor più difficile l’assistenza ai feriti. Intanto continua senza sosta il ponte aereo tra Leh e Delhi, grazie al quale sono già state evaquate dall’area del disastro 1.314 persone.

Mingora: nel vicino Pakistan le alluvioni hanno creato una situazione ancor più grave. Particolarmente colpita la regione del Sindh, dove il numero degli alluvionati è stimato in 15 milioni di persone. All’origine del disastro naturale, considerato il peggiore degli ultimi 80 anni, ci sono le piogge incessanti che hanno fatto esondare il fiume Indo, le cui sorgenti si trovano nel Kashmir indiano. A rischio ci sono ancora 1300 villaggi, per cui la macchina dei soccorsi pakistana ha predisposto lo sgombero preventivo, in attesa di un auspicato miglioramento delle condizioni meteo, che gli esperti tuttavia non prevedono ancora. Nell’impossibilità di fronteggiare l’emergenza, il premier Yousuf Raza Gilani ha lanciato un appello internazionale per ottenere aiuti dall’estero, parlando di emergenza “più grave del previsto”, addirittura peggiore del terremoto del 2005. Lo dimostrano le stime effettuate dalle Nazioni Unite, secondo le quali nelle ultime settimane avrebbero perso la vita almeno 1.600 persone. Il bilancio è aggravato dall’impossibilità di raggiungere gran parte delle zone disastrate via terra. Smottamenti ed esondazioni rendono impossibile il transito di mezzi su ruota, mentre le pioggie incessanti ostacolano il volo degli elicotteri, tanto che i soccoritori si stanno affidando alle spalle dei portatori e ai muli il compito di portare 100 tonnellate di aiuti in alcune aree particolarmente isolate.

Secondo le stime delle Nazioni Unite (fonte Down), per sanare in parte i danni causati dal maltempo nel Pakistan nord orientale, saranno necessari centinaia di milioni di dollari. Almeno 300 milioni solo per gli interventi ritenuti “essenziali”.

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