27 Ottobre 2014. Ammirazione e un oceano di stima. Sono le sensazioni che per prime hanno pervaso i miei pensieri non appena i titoli di salgadocoda sullo schermo sono stati soffocati dalle luci della sala, accese per favorire l’uscita del pubblico dal Cinema Edera di Treviso. Pochi passi verso la porta, e il susseguirsi di percezioni vissuto durante le due ore di film-documentario ha progressivamente trovato un ordine, permettendo ai suoni e soprattutto alle immagini di sedimentarsi nella memoria, imprimendo una traccia di certo indelebile. Nuovamente indelebile, visto che quello di ieri non è stato il mio primo ‘incontro’ con il lavoro di Sebastião Salgado. Ho avuto la fortuna di visitare la sua mostra Genesi al Natural History Museum di Londra, nel 2012, per poi bissare a Venezia lo scorso maggio, nella Casa dei Tre Oci. Considerato uno dei più importanti fotografi documentaristi di tutti i tempi, Salgado ha di certo trovato la chiave di volta per trasformare il lavoro di una vita in un lascito di proporzioni titaniche, in grado di raccontare con drammatico realismo la profondità del pianeta in cui viviamo e moriamo. Malgrado la fama internazionale raggiunta negli ultimi anni derivi in primis dalle foto naturalistiche di Genesi, l’opera di Salgado è strettamente legata all’uomo e alla sua natura intrinseca, sospesa in una condizione ambigua tra la lotta per la sopravvivenza, il desiderio di ricchezza, e l’istinto di sopraffazione. Usando il bianconero come carattere distintivo, Sebastião Salgado ha impresso nel tempo le storie di intere popolazioni decimate dalla fame, dalla malattia, da lavori e fatiche indicibili, e non da ultimo dalla mano dell’uomo. E’ il caso in particolare dei genocidi del Ruanda e del Congo, terre martoriate in cui l’autore ha trascorro molti mesi, in più viaggi compiuti in Africa, marciando al fianco dei profughi braccati dai ribelli e costretti a fuggire negli immensi campi profughi, a milioni, per poi ritentare il ritorno alle proprie terre, ritrovando ancora morte e disperazione. Qui Sebastião Salgado ha vissuto uno dei periodi più difficili della sua carriera, dovuto alla lunga permanenza a contatto con migliaia di vittime inermi, condannate alla fuga perpetua per allontanare l’unico epilogo concesso loro, la morte. In Il Sale della Terra emerge con forza il sentimento di Salgado, l’etica con cui ha condotto una carriera professionale ormai celebrata per il valore del suo lascito, al pari dei grandi maestri del reportage, quali Henry Cartier Bresson, Robert Capa, Larry Burrows solo per citarne alcuni. E’ con questa premessa che raccomandiamo a tutti, senza distinzioni, di cogliere l’occasione e non perdere questo documentario struggente e affascinante, capace di ridimensionare la routine delle nostre vite, di suggerire una chiave di lettura diversa del presente. Di seguito proponiamo l’ottima recensione di MyMovie, a completamento di questa presentazione. Nato dalla potenza lirica della fotografia di Sebastião Salgado, Il sale della terra è un documentario monumentale, che traccia l’itinerario artistico e umano del fotografo brasiliano. Co-diretto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado, figlio dell’artista, Il sale della terra è un’esperienza estetica esemplare e potente, un’opera sullo splendore del mondo e sull’irragionevolezza umana che rischia di spegnerlo. Alternando la storia personale di Salgado con le riflessioni sul suo mestiere di fotografo, il documentario ha un respiro malickiano, intimo e cosmico insieme, è un oggetto fuori formato, una preghiera che dialoga con la carne, la natura e Dio. Quella di Salgado è un’epopea fotografica degna del Fitzcarraldo herzoghiano, pronto a muovere le montagne col suo sogno ‘lirico’. Viaggiatore irriducibile, Sebastião Salgado ha esplorato ventisei paesi e concentrato il mondo in immagini bianche e nere di una semplicità sublime e una sobrietà brutale. Interrogato dallo sguardo fuori campo di Wenders e accompagnato sul campo dal figlio, l’artista si racconta attraverso i reportages che hanno omaggiato la bellezza del pianeta e gli orrori che hanno oltraggiato quella dell’uomo. Fotografo umanista della miseria e della tribolazione umana, Salgado ha raccontato l’avidità di milioni di ricercatori d’oro brasiliani sprofondati nella più grande miniera a cielo aperto del mondo, ha denunciato i genocidi africani, ha immortalato i pozzi di petrolio incendiati in Medio Oriente, ha testimoniato i mestieri e il mondo industriale dismesso, ha perso la fede per gli uomini davanti ai cadaveri accatastati in Rwanda e ‘ricomposti’ nella perfezione formale e compositiva del suo lavoro. Un lavoro scritto con la luce e da ammirare in silenzio. Nato nel 1944 ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, da cui parte ancora adolescente, spetta al figlio Juliano documentarne la persona attraverso foto e home movies, ricordi e compendi affettivi di incontri col padre, sempre altrove a dare vita (e luce) al suo sogno. Un sogno che per potersi incarnare deve confrontarsi appieno col reale. A Wenders concerne invece la riproduzione dei suoi scatti, che ritrovano energia e fiducia nella natura, le sue foreste vergini, le terre fredde, le altezze perenni. Il regista tedesco, straordinario ‘ritrattista’ di chi ammira (Tokyo-GaBuena Vista Social ClubPina Bausch), converte in cinema le immagini fisse, scorre le visioni e la visione di un uomo dentro un mondo instabile. In una scala di grigi e afflizioni, nei chiaroscuri che impressionano il boccone crudo dell’esistere (l’esodo, la sofferenza e il calvario dei paesi sconvolti dalle guerre e dalle nuove schiavitù), Salgado racconta le storie della parte più nascosta del mondo e della società. Spogliate dalla distrazione del colore, le sue fotografie attestano la conoscenza precisa dei luoghi e la relazione di prossimità che l’artista intrattiene con gli altri, sono un mezzo, prima che un oggetto d’arte, per informare, provocare, emozionare. Foto che arrivano dentro alle cose perché nascono dall’osservazione, dalla testimonianza umana, da un fenomeno naturale. Esperiti esteticamente l’oggetto artistico e l’intentio artistica di Salgado, Wenders rappresenta col suo cinema la ‘forma’ dell’idea di cui gli scatti sono portatori. Scatti radicali e icastici che penetrano le foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea, attraversano i ghiacciai dell’Antartide e i deserti dell’Africa, scalano le montagne dell’America, del Cile e della Siberia. Un viaggio epico quello di Salgado che testimonia l’uomo e la natura, che non smette di percorrere il mondo e ci permette di approcciare fotograficamente le questioni del territorio, la maniera dell’uomo di creare o distruggere, le storie di sopraffazione scritte dall’economia, l’effetto delle nostre azioni sulla natura, intesa sempre come bene comune. Perché dopotutto la domanda che pone la fotografia di Salgado è sempre ‘dove’? In quale luogo? E determinare il luogo è comprendere il senso della narrazione dell’altro.