Donne Kondh ritratte nel campo profughi di Bhubaneswar
Donne Kondh ritratte nel campo profughi di Bhubaneswar

Le prime ad alzarsi sono le donne, con le mani giunte strette al petto escono dalle panche di legno avvicinandosi all’altare. In breve, sul corridoio piastrellato dell’unica navata si forma una fila composta, il cui silenzio è rotto dal fruscio di sari variopinte e dallo sferragliare dei ventilatori sospesi a mezz’aria. Nell’afa soffocante della chiesa, il sacerdote scende un paio di scalini in direzione dei fedeli dando inizio all’eucaristia. Il momento è solenne, e solo i più anziani si permettono l’iniziativa, intonando un canto in lingua oriya, presto ripreso dalle note di un harmonium (la versione indiana della fisarmonica) e accompagnato dalle percussioni di tabla e dholak. Sulle pareti bianche ridipinte da poco non ci sono affreschi o immagini sacre, eccezion fatta per un grande crocifisso appeso sopra il tabernacolo e da una statua in gesso della Madonna collocata tre metri a sinistra. Vista dall’esterno, la chiesa forma un tutt’uno con l’abitazione dell’arcivescovo, circondata da una bassa recinzione in muratura sulla quale è assicurata una rete, sufficiente a tenere a distanza le vacche selvatiche sdraiate oltre il cancello, sotto l’ombra delle palme, a ruminare vecchi giornali e i rifiuti accumulati lungo le strade. Due passi a destra sostano un paio di poliziotti del vicino comando di BhubaneswarW, armati con bastoni in bambù e un vecchio fucile d’ordinanza, incaricati di proteggere il principale luogo di culto cristiano dello Stato indiano dell’OrissaW. Non sembrano affatto impensieriti, i loro sguardi si perdono nella strada congestionata dai rickshaw, incuranti del fatto che poche settimane prima, dalla stessa direzione era giunta una folla di indiani armati, intenzionati ad incendiare la chiesa. Nel frattempo la seconda messa della mattina è terminata, sono da poco trascorse le nove di una luminosa domenica di ottobre, quando il luogo di preghiera gremito di fedeli inizia a svuotarsi. Sul sagrato sfilano almeno 400 persone, uomini, donne e bambini, in gran parte profughi fuggiti dal Kandhamal, distretto tribale situato a 300 chilometri dalla capitale Bhubaneswar. Qui da fine agosto sono in corso uccisioni e violenze contro i cristiani. Attuate da migliaia di tribali la cui condizione di miseria è stata strumentalizzata e trasformata in un’arma dai nazionalisti hindu, allo scopo di cancellare la presenza dei missionari nel distretto. Le aggressioni sono iniziate con l’assassinio del leader hindu Lakshmanananda Saraswati, da parte del People Liberation Guerrilla Army, l’unità militare dei maoisti operanti nelle giungle di Kandhamal, Gajapati e Rayagada, e sostenitori del Comunist Party of India-Maoist. In pochi giorni hanno perso la vita 37 persone, principalmente cristiani, cui è stato attribuito l’omicidio a causa dei legami tra parte dei convertiti e il Plga. Poi incendi e distruzione, costate 150 chiese bruciate, scuole e abitazioni rase al suolo, cui è seguito un esodo di 50.000 rifugiati. Osservando i volti e i comportamenti dei fedeli, è impossibile distinguerne l’appartenenza etnica. La maggior parte sono Dalit, termine che identifica gli intoccabili e i fuori casta, relegati agli strati inferiori della società indiana, in Orissa chiamati Pano. Altri sono Kondh (da cui ha origine il nome del distretto) tribali dediti allo sciamanismo, protagonisti di una strenua resistenza alle truppe di Sua Maestà durante il Raj Britannico, per questo ritenuti di stirpe guerriera e considerati superiori ai Pano, sebbene più poveri e deboli politicamente.     

In corsa nella giungla per fuggire ai linciaggi 
Avvicino un uomo sulla sessantina avviato verso il cancello con il nipote – più tardi scoprirò che si tratta di

Profughi del Khandamal nella chiesa di Bhubaneswar
Profughi del Khandamal nella chiesa di Bhubaneswar

 un figlio, e che il padre di anni ne ha più o meno 50 –, si chiama Pradyumna Pradhan, è Pano e dopo due chiacchiere in hindi mi invita a seguirlo nella sua nuova casa, costituita da una stuoia in bambù condivisa con i tre figli sotto il tendone montato presso l’ostello della Ymca. Uno dei due campi profughi della capitale, cui se ne aggiunge un altro a Cuttack e dodici in diverse località del Kandhamal. “Siamo cristiani da tre generazioni” racconta con orgoglio, mentre a pochi metri di distanza un centinaio di rifugiati seduti a terra ascoltano in silenzio la lettura della Bibbia, tradotta in lingua oriya. “Giungiamo dal villaggio di Rupagam, colpito il 24 agosto, il giorno dopo la morte dello Swami hindu. Sono arrivati con il buio, erano almeno un migliaio, armati di bastoni, asce e bottiglie incendiarie. Ci aspettavamo ripercussioni violente, così siamo riusciti a fuggire nella giungla evitando il contatto diretto. Restavamo nascosti tra le piante, nell’oscurità, ma si vedeva tutto. Hanno incendiato le case, la chiesa e tutti gli edifici dei cristiani, compresa la scuola. Mio nipote andicappato non è riuscito a fuggire, bruciando vivo nella propria casa. Aveva 35 anni”. L’odissea di Pradyumna e degli altri 130 profughi del suo villaggio è durata tre giorni, trascorsi nel fitto della vegetazione, senza cibo e ripari, esposti alle sferzate delle piogge monsoniche, fino al confine del distretto, quindi alla salvezza. Racconta che in Kandhamal era un coltivatore, aveva 4 vacche, qualche banano e si considerava benestante in quanto “disponevo di cibo ogni giorno, per tutto l’anno e questo era sufficiente”. Prima del pogrom lavorava nelle risaie con i vicini hindu, gli stessi che la notte della fuga indicavano le costruzioni da bruciare alla folla inferocita giunta da fuori, dopo aver abbattuto gli alberi più grossi e bloccato le vie di accesso (e di fuga) carrabili, per ostacolare l’arrivo delle autorità.
Sorte simile è toccata la notte del 26 agosto a Biswanath Nagak, fuggito dal villaggio di Rotingia (amministrazione di Udayagiri) con altre 500 persone. Lo incontro in una piccola stanza in muratura dell’ostello adibita a farmacia, clinica e centro medico di primo soccorso. “Mio padre era un samnyasin hindu (asceta errabondo privo di ogni possesso, che vive di elemosina), ma io nel 1980 ho accolto Gesù Cristo”. Rispetto agli standard del Kandhamal, Biswanath era una persona ricca e influente. Aveva un emporio per la distribuzione del riso, qualche animale e una certa somma di danaro messa da parte. “Ho perso tutto la notte dell’attacco. Erano in tanti, un gruppo armato che avanzava gridando slogan e minacce contro i cristiani. Siamo fuggiti prima che arrivassero, dalla giungla abbiamo visto le luci degli incendi, sentivamo le loro urla. Hanno ucciso addirittura i nostri animali domestici”. Essendo un membro della panchayat (assemblea dei capi di villaggio), quindi un leader di fede cristiana, dopo una notte nella giungla con gli altri fuggitivi, Biswanath ha dovuto lasciarli per sottrarsi alla caccia all’uomo. “Mi sono separato dal gruppo dopo aver raggiunto assieme un vicino distretto di polizia. Non so come, ma è iniziata a girare la voce che ero finito nelle mani dei ribelli, tornando all’hinduismo. Così, almeno 300 cristiani del mio villaggio hanno fatto lo stesso, riconvertendosi”.
Nel mirino degli insorti sono finiti ovviamente anche i parroci, come padre Leo Parichha di Sukananda, attualmente ospite nella casa dell’arcivescovo di Bhubaneswar. “Per gli estremisti hindu siamo noi cristiani gli assassini di Saraswati, il loro leader, e allo stesso modo, in quanto leader dobbiamo morire. Ci accusano anche di convertire la gente in cambio di danaro, assistenza e agevolazioni, dicono poi che cancelliamo le tracce dell’identità locale e che siamo all’origine della povertà dei non convertiti. In realtà lavoriamo per dare delle opportunità a questa gente soffocata dalla miseria”. La fuga di padre Leo è iniziata il 24 agosto ed è durata 4 giorni, trascorsi tra giungla e alloggi di fortuna. “Alcuni agenti della polizia mi hanno avvisato che ad ore ci sarebbe stato un pesante attacco, inducendoci a fuggire in un villaggio poco lontano. Il 26 però ci è giunta voce delle prime aggressioni nelle vicinanze, così siamo scappati nella giungla, per tutta la notte seduti al buio. La sera del 27 alle 9, abbiamo sentito urla provenire dal villaggio, seguite dalle fiamme. Hanno raso al suolo tutto. Alcuni fedeli si sono rifiutati di lasciare le case, al momento dell’aggressione però, non hanno potuto fare altro che accettare la riconversione all’hinduismo per salvarsi la vita. Prima li hanno picchiati, poi rasati, quindi costretti a bere acqua mista ad urina di vacca, infine hanno pagato 1000 rupie, che per noi sono una cifra enorme”. L’odissea di Padre Leo e di altre 500 persone è proseguita nella giungla, poi ad Udayaghiri in un campo di assistenza allestito alla meno peggio. “Eravamo all’aperto, abbiamo trascorso la notte sotto una pioggia torrenziale coperti solo dagli ombrelli, con il fango fino alle caviglie. Le comunicazioni stradali erano interrotte e la tensione alta, avremmo voluto fuggire lontano ma è stato possibile solo due giorni più tardi”.     

Famiglie intere costrette a dormire sul pavimento. Con loro solo pochi stracci recuperati dalle case prima di fuggire
Famiglie intere costrette a dormire sul pavimento. Con loro solo pochi stracci recuperati dalle case prima di fuggire

Povertà e sfruttamento le cause della violenza

“Gli abitanti del Kandhamal sono persone semplici, estremamente povere” spiega A.C. Sahoo di Bhubaneswar, direttore del Tribal Museum e dell’Academy of Tribal Dialects. Da oltre 30 anni lavora con i Kondh, e ha osservato i cambiamenti innescati dall’attività dei missionari cristiani e le reazioni prodotte dai nazionalisti hindu. Sahoo spiega come le cause delle violenze risiedano nell’estrema povertà degli abitanti del distretto. “Qui un sacco di riso o pochi attrezzi fanno la differenza tra mangiare oppure no. La situazione si complica quando i Kondh (etnia di maggioranza in Kandhamal) finiscono nelle mire di speculatori hindu e cristiani provenienti dalle città, i quali da anni si stanno accaparrando terreni agricoli, raccolti, frutteti e altre risorse indispensabili, in cambio di poche rupie, oggetti inutili o addirittura alcolici”. In questo modo, gli abitanti del distretto dipendono sempre più dal supporto statale, e dall’accesso a privilegi e opportunità garantiti dalle ‘reservation’. Si tratta di una discussa legge nazionale che prevede in primis posti di lavoro in ambito pubblico, ma anche assistenza medica gratuita, esenzioni fiscali ed educazione scolastica, riservati appunto ai gruppi tribali riconosciuti dallo Stato (scheduled tribes) inclusi i Kondh, e ai Dalit hindu (nel nostro caso i Pano). Lo scopo è quello di favorire lo sviluppo delle popolazioni svantaggiate, e fomentare la diversità sociale nella vita pubblica, da sempre controllata dalle caste alte. In base alla legge, mentre i tribali preservano l’accesso alle reservation a prescindere che siano passati ad altre religioni, per i Pano il diritto viene meno in caso di conversione. “Un Dalit convertito al cristianesimo, o all’islam, automaticamente si affranca dalla logica restrittiva e vincolante delle caste, imposta dall’hinduismo” continua Sahoo, “perdendo così agli occhi dello stato e della comunità il diritto a questi privilegi”. La tensione nasce in quanto sono soprattutto i Pano a convertirsi al cristianesimo, ma molti di loro non dichiarano ufficialmente la propria scelta, così come previsto dall’Ofra (Orissa Freedom of Religion Act) norma introdotta nel 1967 con l’ambizioso intento di limitare il fenomeno delle conversioni forzate, attraverso la sottoscrizione di un modulo da parte dei convertiti, nel quale viene dichiarata la spontaneità della decisione. In questo modo, per i tribali e gli hindu, i Pano convertiti entrano a far parte della società cristiana considerata più ricca. Pur avendo accesso ad assistenza sanitaria migliore (comunque aperta anche ai non cristiani), maggiori opportunità di crescita sociale e soprattutto di istruzione – fattori che accelerano il successo nel lavoro e la carriera in ambito pubblico –, molti cristiani continuano a godere dei benefici delle reservation anche se non ne hanno il diritto. In altri casi, parte dei Pano che ufficializzano la propria conversione, cercano in ogni modo di farsi passare per Kondh. Il problema è noto, e conferme in merito mi vengono date anche da Padre Leo e da altri cristiani incontrati a Bhubaneswar e a Delhi. “Qualcuno è costretto a mantenere segreta la propria cristianità agli occhi dello Stato, per evitare di trovarsi il sistema contro. Solitamente il potere è in mano ai bramani, i quali non accetterebbero mai di condividerlo con i cristiani”. In questo contesto, si sono create forti tensioni tra i diversi gruppi, alimentate dall’azione sul campo dei nazionalisti hindu, ispirati da Lakshmanananda Saraswati, e impegnati su un doppio fronte: la conversione all’hinduismo dei Kondh; e il tentativo di cancellare la presenza cristiana in Kandhamal facendo leva sulla povertà dei tribali, per i quali, va detto, la rivolta in corso non si basa necessariamente su rivendicazioni religiose, ma rappresenta una sorta di lotta per la sopravvivenza.   

L’Orissa nelle mani dei nazionalisti
Ciononostante, lo scoppio delle violenze in Kandhamal risponde ad un disegno preciso, perseguito dai

Un medico volontario visita ogni giorno decine di persone al campo profughi
Un medico volontario visita ogni giorno decine di persone al campo profughi

leader del Sangh Parivar “gruppo di organizzazioni” nazionaliste hindu, qui rappresentate dal Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss, Associazione Nazionale dei Volontari) e Vishwa Hindu Parishad (Vhp, Assemblea Mondiale degli Hindu, guidata dallo stesso Swami Saraswati). Si tratta di attivisti operanti in tutta l’India, il cui compito è quello di diffondere e affermare l’ideologia nazionalistica di V.D. Savarkar. Fu lui a coniare nel 1923 il termine Hindutva, che definisce hindu “chi considera la Terra di Bharat (l’India) dall’Indo all’Oceano, terra sacra e terra patria”. Su questa base, chi non condivide razza, cultura, lingua e religione deve andarsene, o se indiano accettare la riconversione. Parte da qui l’opposizione incondizionata ai cristiani, ai musulmani e a tutte le fedi non hindu, la cui penetrazione nel sistema sociale è agevolata dalla libertà di culto e trasmissione religiosa sancita dalla costituzione. “Per trasformare l’India nella Terra degli Hindu, i nazionalisti devono cambiare la costituzione, prima però servono i 2/3 della maggioranza in parlamento. Per riuscirci, da decenni stanno cercando di affermare la loro ideologia in India, a partire dalle aree depresse dove spesso operano anche i missionari, come in Orissa” spiega Jose Kavi, giornalista cristiano di Delhi. È questo uno degli scopi del Bharatiya Janata Party (Bjp, al governo di New Delhi per 3 volte dal 1996 al 2004), braccio politico del Sangh Parivar e principale partito di opposizione, che a Bhubaneswar condivide il potere in coalizione al Bjd (Biju Janata Dal, detentore della maggioranza). Rispetto a 4 anni fa, ora il Bjp gode di ampi consensi in Orissa, e sembra destinato a vincere le elezioni previste per maggio 2009. Tuttavia “vogliono una maggioranza schiacciante, il che significa imporsi anche in Khandamal, dove i cristiani sono molti, ben radicati e tutt’altro che disposti a sostenere i nazionalisti” spiega S. Mahapatra, inviato televisivo hindu di Bhubaneswar, appena rientrato dalle aree tribali. Prima dello scoppio delle violenze e dell’inizio delle riconversioni, nel distretto vivevano 120.000 cristiani, pari al 18% della popolazione. Molti, se paragonati alla media del 2,5% censita negli altri distretti dello Stato. “È un bacino di voti rilevante, verosimilmente destinati al Congresso, che qui avrebbe ottenuto la maggioranza”.
Mentre andiamo in stampa, il Kandhamal resta una zona ad accesso limitato, pericolosa e instabile, governata dal Kui Samaj, insieme di tribù di lingua Kui. Intanto, nei villaggi circondati dalla giungla, Rss e Vhp proseguono con le conversioni, rafforzando di giorno in giorno un muro invisibile destinato a lasciare fuori migliaia di profughi, per i quali il messaggio è chiaro: “siete fuggiti da cristiani, se tornate fatelo da hindu”.

Reportage pubblicato su East22 (www.eastonline.it)

Reportage pubblicato su Psychomedia

Un ringraziamento per la preziosa collaborazione a: Stefano Beggiora, Francesco Brighenti e Marco Zolli.

4 Responses to "Il reportage: cristiani in Orissa, vittime della miseria e del nazionalismo"

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  4. Gianni  25 aprile 2009

    Fino a ieri non conoscevo questo blog. Grazie per questo servizio e in particolare per questo articolo sui cristiani dell’Orissa. Amo l’India. Non ho mai visitato l’Orissa, ma sento che anche solo un’informazione più attenta può creare vicinanza e partecipazione alla sorte di tanta povera gente.
    In Italia si è parlato molto poco del dramma dell’Orissa, così come di tante altre tragedie che colpiscono i cosiddetti paesi del sud del mondo.
    Quindi, ancora grazie per chi come voi ne parla.

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