Mumbai 20 Ottobre 2010.  La giornata nello slum dei pescatori di Colaba, a Mumbai, comincia prestissimo. Verso le 3.30, quando il sole è ancora lontano, gli uomini escono dalle loro baracche e con passo svelto puntano al vicino porto, in direzione di Narima Point, dove la flotta dei pescherecci è pronta a salpare. Una breve pausa per il chai, il the indiano bollito sui fornelli a kerosene appoggiati a terra e trasformati in minuscoli chioschi buoni per farci qualche rupia. Neanche il tempo di salire a bordo che già le luci della costa si allontanano, seguendo il ritmo del campanello fissato alla sommità di ciascuna imbarcazione. Senza perdere tempo, i pescatori iniziano ad armeggiare con le reti, calate in acqua allo stesso modo, giorno dopo giorno. Qualche ora più tardi, quando il sole ormai accende la costa del Mare Arabico, i battelli fanno rientro a riva con il pescato. “Queste acque sono piuttosto generose, ma dipende anche dalla stagione”, spiega Santosh, pescatore 35enne originario di Hyderabad, che vive nello slum di Colaba da quando era bambino. Lo incontro di sera, mentre passeggia con la nipotina in direzione del negozio di liquori. La sua gentilezza rompe facilmente gli indugi, e presto si propone di accompagnarmi all’interno dell’insediamento in cui vive. Quello di Colaba è uno dei tanti slum di Mumbai, la Maximum City, dove la loro concentrazione è cresciuta a tal punto negli ultimi 50 anni, da conferire alla capitale economica dell’India il primato mondiale, condiviso con altre megalopoli quali Città del Messico, Rio de Janeiro e Dacca. Stando allo studio ‘Global report on human settlements’, si stima che in questi insediamenti vivano 11 milioni di individui, più o meno il 54% della popolazione di Great Mumbai, la metà dei quali ammassati nei ristretti spazi dell’isola, dove l’estensione della superficie degli slum non raggiunge il 20% di quelli situati sulla terraferma. A Mumbai, gli slum sono parte integrante del paesaggio, al pari della stazione ferroviaria Victoria Terminus, della Rajabai Tower all’Università, dell’Alta Corte, dei giardini Maidan, dei grattacieli in Marine Drive, e dell’hotel di lusso Taj Mahal affacciato sul Gateway of India.

Rivedo Santosh l’indomani mattina, qualche ora dopo la fine del suo turno di lavoro. Come promesso, mi accompagna nel labirinto dello slum, attraverso passaggi di mezzo metro appena, stretti tra una lamiera e l’altra, dove l’aria stenta ad arrivare. Ci sono abitazioni di ogni forma e dimensione, tutte costruite con materiali riciclati: mattoni, terra pressata o cemento al pavimento; legname e lamiera per le pareti; lamiera e teli di plastica sul tetto. La mia guida non mi perde di vista un attimo, non per paura che mi accada qualcosa, ma per cogliere dal mio sguardo ogni curiosità o domanda, cui puntualmente risponde con un atteggiamento al contempo fiero e profondamente umile. Presto mi accorgo che i vicoli dello slum sono ordinati e puliti, curati febbrilmente dalle donne che, accovacciate sui talloni, spazzano con il tipico scopino di giunco ogni rifiuto o traccia di sporcizia. In questo modo, colpo dopo colpo, lo slum espelle le proprie scorie oltre i confini dell’insediamento, dove nel tempo si creano delle vere e proprie montagne di spazzatura. Come gli altri slum di Mumbai, e dell’India, anche quello di Colaba rappresenta un microcosmo nel cuore della città, amministrato da un consiglio di anziani, e dotato di tutti i servizi basilari, forniti dagli stessi abitanti capaci di ricavare tra le lamiere piccoli laboratori. Santosh mi fa notare la bottega di un sarto, chino su una vecchia macchina da cucire. Di fronte, l’impagliatore sta ultimando un cesto di giunchi intrecciati. Ci sono poi lavanderie, una ferramenta, un minuscolo negozio di alimentari, il centro di distribuzione del kerosene, una scuola elementare e altro ancora. La casa di Santosh è una baracca di nemmeno quattro metri quadri, dove vive con la moglie e i due figli. Mi invita a sedermi sul pavimento di terra. In pochi istanti il figlio mi allunga una bottiglia di coca, mentre la donna di casa preme il pulsante della corrente che aziona il ventilatore e un minuscolo televisore sintonizzato sul canale del cricket. Mi sforzo di immaginare come una famiglia riesca a vivere in un posto tanto angusto. Cucina, sala da pranzo, soggiorno e camera da letto sullo stesso fazzoletto di terra di due metri per due arroventato dalle lamiere. Rispondendo ad una mia domanda, Santosh confida di non aver mai pensato di andarsene, dice di sentirsi membro di un gruppo, protetto, di avere un lavoro, una famiglia, e qualche volta libero di permettersi un lusso raro in un città come Mumbai: essere felice.

Articolo pubblicato dalla rivista Il Mulino

5 Responses to "Il lusso tra le lamiere dello slum, nel cuore di Mumbai"

  1. Monica  26 gennaio 2011

    Grazie a te Elena per leggere e seguire i nostri contributi e approfondimenti.

  2. Emanuele Confortin  25 gennaio 2011

    Grazie mille Elena, continua a seguirci.

  3. Elena  25 gennaio 2011

    Grazie per i vostri preziosi contributi!

  4. Emanuele Confortin  20 ottobre 2010

    Grazie Carlo,

    ebbene si, con tutte le difficoltà del caso, negli slum così come nel resto dell’Universo Indiano, uno dei leganti con cui intere comunità sono in grado di non sfaldarsi e di sopravvivere è proprio la condivisione. Continua a seguirci. A presto Emanuele

  5. viaggitourindia  20 ottobre 2010

    Ottimo resoconto,
    (anche come quello ultimo del Kashmir..)
    mi capita spesso di venire a Mumbai x lavoro (mi piace pernottare nella zona di Colaba), e cmq ho visto molti slums nelle grandi citta’ indiane: quella di Mumbai e’ senz’altro la piu’ grande. Fare una esperienza dentro questi posti credo sia una possibilita’ rara per rendersi veramente conto del significato vero della parola “condivisione”!!!
    Non aggiungo altro..
    Grazie
    Carlo

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