Articolo pubblicato da Area, giornale di critica sociale

New Delhi, 23 Aprile 2010. L’economia indiana continua la sua crescita inesorabile, avvicinando a lunghe falcate la rivale Cina. Secondo gli esperti, il merito di questo successo dipende anche dalla struttura delle imprese indiane, in gran parte di piccole dimensioni, che grazie alla loro flessibilità sono riuscite a superare la crisi in tempi rapidi e senza pagare un dazio troppo salato. Non è un caso infatti, se più della metà del ragguardevole prodotto interno lordo indiano sia originato proprio da aziende di dimensioni ridotte, in gran parte a conduzione famigliare, solitamente tramandate di padre in figlio da generazioni, sebbene con i dovuti adattamenti alle mutevoli esigenze di mercato. Interessante poi notare come l’asse portante dell’economia sia legato al mondo dell’agricoltura, che in India costituisce ancora l’attività più diffusa. Vero che nuovi settori si stanno facendo strada, in particolare servizi di outsourcing, informatica e meccanica di precisione, solo per citarne alcuni. Attività concentrate a ridosso delle grandi metropoli, che fungono da magneti per gli abitanti delle aree rurali, in particolare i giovani, attirati dalla possibilità di chiudere con uno stile di vita percepito come obsoleto. Il lusso di decidere per il proprio futuro però, non è riservato ai membri delle famiglie più povere, legate al lavoro agricolo di sussistenza o all’attività di braccianti per i proprietari terrieri, verso i quali devono corrispondere una quota periodica per l’affitto delle aree coltivate. Poco importa se le annate vengono rovinate da siccità, incendi, inondazioni o carestie, in ogni caso i debiti per gli affitti, per l’acquisto di sementi e per altri servizi accessori vanno pagati, anche quando il raccolto è magro e di soldi non ce ne sono. Ciò innesca un meccanismo perverso, che incatena migliaia di famiglie ai propri creditori, portando ad una forma di schiavitù non dichiarata, per uscire dalla quale, quando la contrazione di altri debiti non basta, la soluzione scelta da molti è il suicidio. I tabellini delle statistiche redatti dai centri di ricerca indiani parlano chiaro. Il più attendibile è il National Crime Records Bureau, che ogni anno stila la lista dei suicidi per disperazione o debito commessi dai contadini indiani. Si parla di almeno 200 mila casi avvenuti in 11 anni, dal 1997 al 2008 (i dati complessivi del 2009 non sono ancora disponibili), il 67% dei quali concentrati nei 5 stati più grandi dell’Unione Indiana: Madhya Pradesh, Maharshtra, Chhattisgarh, Andhra Pradesh e Karnataka. Il primato dei suicidi da debito spetta al Madhya Pradesh, area rurale di vaste dimensioni che si estende nel cuore del paese, dove, come riportato con ottimismo qualche tempo fa dall’agenzia di informazione Press Trust of India, nel 2009 i casi sono stati ‘appena’ 966. Una netta riduzione, se rapportata ai 1.147 sucidi del 2008 e ai 1.246 del 2007, subito spacciata come un successo nazionale nella lotta alla povertà. Poco importa se il metodo di calcolo è totalmente arbitrario e parziale, in quanto esclude le donne suicide, considerate casalinghe e non ‘operatrici agricole’ solo perché dopo 10 ore piegate sotto il sole sui campi ne passano altre 6 ad accudire casa e figli. Dai tabellini numerici mancano anche i fuoricasta, i tribali e soprattutto gli agricoltori non registrati, quelli che lavorano in nero. Interessante poi, osservare come gli agricoltori indiani non si tolgano la vita in modo omogeneo durante l’anno, ma scelgano periodi particolari, durante i quali si verificano delle ondate di suicidi. Il primo picco avviene tra gennaio e febbraio, quando i contadini cercano di vendere i raccolti, e spesso si rendono conto che i prezzi di mercato sono calati, oppure è scesa la produzione, per cui quanto guadagnano non basta a pagare i debiti (e gli interessi, spesso a tassi da usura) contratti l’anno prima. La seconda ondata di suicidi avviene tra Aprile e Maggio, nel periodo in cui servono soldi per acquistare sementi, attrezzature, pagare affitti e tutto il resto, per cui vengono contratti gli stessi debiti saldati o ridotti pochi mesi prima, i quali spesso vanno ad aumentare ulteriormente il capitale dovuto ai creditori. Infine, l’ultimo picco si concentra tra settembre e ottobre, quando le piante sono cresciute e i contadini si muniscono di pesticidi per preservare le piante dalle aggressioni degli insetti, cadendo però nella tentazione di togliersi la vita usando le sostanze chimiche come veleno.   
Prima dell’estate 2009, il governo indiano aveva annunciato che l’annata agricola in corso (fino ad allora) prometteva ottimi risultati. Previsione smentita pochi mesi dopo, quando un Monsone ingeneroso, ha trasformato la prospettiva di raccolti abbondanti, in un vicolo cieco per decine di migliaia di famiglie. A  New Delhi va riconosciuto l’effettivo impegno speso nel tentativo di azzerare i debiti agricoli, assieme agli sforzi fatti per introdurre nuovi modelli di agricoltura, i quali però non sembrano ancora sufficienti per ottenere la svolta auspicata.

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