Tratto dal Corriere di ieri, di Lorenzo Cremonesi 

GULMARG (Kashmir indiano) 6 marzo 2009. I militari sono appostati persino sui 4.390 metri della cima che domina la località sciistica più alta e rinomata dell’India. La stazione di arrivo dell’ovovia si trova ad una trentina di metri dal primo bunker. Neve e vento, con temperature che d’inverno possono anche superare i 40 sotto zero. A nord est si notano, tra un mare di vette, i profili inconfondibili del K2 e del Nanga Parbat. «Ecco le cime più alte del pianeta. Peccato che laggiù sia già territorio occupato dal Pakistan», dice una sentinella imbacuccata nell’uniforme imbottita. La natura adattata alla guerra. Tutto attorno — la zona del cessate il fuoco con l’esercito nemico da qui è meno di una decina di chilometri in linea d’aria — si notano postazioni militari a perdita d’occhio. Nel periodo di Natale i soldati erano in netto sovrannumero rispetto ai turisti. Vuote le ville coloniali di cedro e mogano costruite tra le rinomate pinete di Gulmarg dagli inglesi sin dal primo Ottocento. «Poco lavoro quest’anno. C’è paura dopo gli attentati di Mumbai di fine novembre. Si guarda con preoccupazione all’instabilità del Pakistan, al terrorismo, magari presto a nuova violenza », sostenevano gli albergatori. Disertate anche le famose barche-hotel in legno intarsiato sulle sponde del lago Dal a Srinagar.

La visita nel cuore del Kashmir indiano permette di raccontare un altro aspetto del problematico universo pashtun, che a cavallo delle cime dell’Hindukush si snoda dall’Afghanistan meridionale, lungo le regioni orientali del Paese, sino alle «zone tribali » da Peshawar al Waziristan, la Cina uigura e i teatri dal 1947 del braccio di ferro indo-pakistano. Universo di repressione, sofferenze sconosciute, speranze deluse e battaglie dimenticate. Al massimo ogni due chilometri della sessantina che dalla vallata di Sringar conducono ai 2.730 metri dell’anfiteatro alpestre di Gulamarg si trova un posto di blocco. I media locali e le organizzazioni umanitarie calcolano che in tutto i 141.338 chilometri quadrati dello Jammu-Kashmir indiano conteso (il Pakistan ne controlla altri 85.846 e la Cina 37.555) si trovino circa un milione di uomini in armi tra esercito e polizia, compresi 100.000 agenti locali. Praticamente uno ogni dieci abitanti. E l’allarme è diventato ancora più rosso dopo il blitz contro Mumbai, dove sembra ormai assodato che un gruppo di 9 indipendentisti kashmiri con probabili legami con Al Qaeda giunti via mare dal Pakistan ha ucciso 163 persone e ferito altre centinaia.

Pure, le elezioni per il rinnovo del parlamento regionale a dicembre sono andate molto meglio del previsto, almeno a detta delle autorità indiane e dei partiti kashmiri che hanno deciso di partecipare. «Nelle tornate degli anni Novanta l’astensione era altissima, forse sino al 80 per cento. I pochi votanti erano spesso costretti a recarsi alle urne sotto la minaccia dei mitra. I brogli erano la regola. Ma all’ultima votazione, nel 2002, il tasso di partecipazione era stato del 43,69 per cento e ora siamo allo 61,49. Anche il numero dei candidati è salito. In sei anni da 709 a 1.353», sostengono alla municipalità di Srinagar e riporta Nasser Ahmed, dirigente della Z-News, la maggior agenzia stampa locale.Una scelta, quella della partecipazione, che però ancora Ahmed definisce «puramente pragmatica». E chiarisce: «La popolazione si rende conto che per vivere ha bisogno di amministrazioni locali efficienti.

Occorrono municipalità che si occupino dell’elettricità, della rete idrica, della viabilità. È assurdo che questa regione, tra le più ricche di ghiacciai e fiumi al mondo, abbia enormi problemi d’acqua inquinata e debba acquistare elettricità dalla Cina. Ma votare non significa legittimare lo Stato indiano. Tutt’altro, oltre l’80 per cento dei 10 milioni di abitanti di Jammu e Kashmir spera tutt’ora che il loro Paese divenga indipendente, o al peggio venga assorbito dal Pakistan».
Il problema è antico. Nel 1947, al collasso dell’Impero britannico e la nascita dello Stato indiano, almeno il 77 per cento dell’intero Kashmir era abitato da musulmani (da allora questo dato è cresciuto un poco). Ci si attendeva che sarebbe passato sotto sovranità pakistana. Però il Maharaja locale esitò, pur contro la maggioranza della sua popolazione, lui preferiva l’India. Lo spaventavano tra l’altro i guerriglieri islamici in arrivo dal Pakistan e l’aggressività di Islamabad. L’Onu propose un referendum. Ma le truppe mandate da Nuova Delhi furono più rapide: occuparono ben oltre la metà del territorio conteso, avviando una diatriba che da allora è già stata causa diretta di almeno due guerre maggiori e un’infinità di schermaglie sanguinose con il Pakistan.

Una realtà meno nota è però quella della repressione che, specie dal 1990 ad un paio d’anni fa, ha visto il pugno di ferro indiano schiacciare brutalmente la rivolta indipendentista kashmira. Le azioni terroristiche dei gruppi estremisti come Lashkar-e-Toiba, Jeish Mohammad o Hizb-ul-Mujahideen hanno in parte contribuito a nascondere le sofferenze della popolazione. Il fatto tra l’altro che i loro militanti siano stati spesso sostenuti, addestrati ed armati dai servizi segreti pakistani, il famigerato e controverso Isi, ha notevolmente aiutato la propaganda indiana nel criminalizzare qualsiasi rigurgito indipendentista locale.

«Nessuno ci ascolta. Azioni terroristiche come quella di Mumbai non aiutano affatto la nostra causa. I media indiani sono totalmente controllati dai partiti estremisti indù. Così il mondo dimentica che tra oltre 40.000 e forse sino a 70.000 persone sono state metodicamente assassinate dai primi anni Novanta ad oggi da parte delle forze di sicurezza indiane. I nostri desaparecidos sono tutt’ora tra 8.000 e 10.000. Ancora non abbiamo individuato le centinaia di fosse comuni sparse per le montagne e i villaggi più remoti», afferma Prevez Imruz, sessantenne presidente della organizzazione non governativa Civil Society, che da una stanzuccia fredda e polverosa lungo un torrente inquinato alla periferia di Srinagar cerca come può di raccogliere la contabilità dell’orrore.

I suoi dati contrastano grandemente con quelli governativi, che ammettono a denti stretti che i morti dal 1990 sono stati circa 20.000, ma aggiungono anche che quasi un terzo sono militari e molti altri civili caduti negli attentati terroristici. Pure le ricerche di Imruz sono ben circostanziate, le sue documentazioni riportano nomi, dati anagrafici, fotografie (per lo più volti di giovani uomini), testimonianze di torture indicibili. «Al momento ci sono oltre 200 prigionieri politici, quasi tutti sono stati presi senza che venisse presentata alcuna prova contro di loro. Da noi violenza e abuso delle autorità sono istituzionalizzati. Almeno sei avvocati che cercavano di difenderli sono stati assassinati dal 1996 ad oggi», sostiene.

Tra gli studenti dell’Università del Kashmir in questo momento va per la maggiore il libro di Besharat Peer, «Notti di coprifuoco». Se lo passano nelle camerate del campus alla periferia di Srinagar. «Peer ha saputo raccontare soprattutto la piaga delle torture sessuali da parte degli aguzzini dei servizi segreti indiani. Una volta era una pratica routinaria. Le poche donne catturate tra le fila della resistenza venivano violentate. Gli uomini invece erano sottoposti metodicamente all’elettroshock ai genitali. Un dolore insopportabile che costringe chiunque a confessare qualsiasi cosa, anche la più inverosimile. La conseguenza è che poi si resta impotenti tutta la vita. Tra di noi è un tabù sociale. Peer ne scrive perché da qualche anno è emigrato a New York», dice Javeed-Ul-Aziz, 28 anni, assistente alla facoltà di storia.

A un paio di chilometri dall’università, tra i campi erbosi alla periferia del quartiere di Idkhan, c’è il «cimitero dei martiri». «Vi raccogliamo le spoglie di alcuni tra i caduti sotto il fuoco dell’occupazione. Dal 1990 qui le tombe sono un migliaio, circa cento di donne», spiega Abdul Hamid, un ex carcerato, ormai molto anziano che non ha mai potuto avere figli a causa delle sevizie subite ed ha scelto di occuparsi dei compagni morti. Tra le lapidi Hamid mostra la stele in marmo nero di uno dei leader più celebri del movimento separatista. «Sheikh Abdel Aziz, nato nel 1952 e ucciso l’11 agosto 2008 assieme a 62 manifestanti nel villaggio di Chayal Boniyar mentre marciava alla testa della sua gente per protestare contro l’embargo economico dei fanatici indù», si legge. Appena sotto è scalpellata nella pietra la lista dei periodi di detenzione: 1984-1986; 1993-2000; 2001-2004; 2005-2007.
Lorenzo Cremonesi

2 Responses to "I desaparecidos del Kashmir. Civil Society denuncia la scomparsa di 8000 civili"

  1. Emanuele Confortin  9 marzo 2009

    Ciao Giancarlo, per prima cosa ti ringrazio per la tua attenzione a Indika e soprattutto per aver espresso le tue idee commentando il post di Cremonesi. Sono fortemente convinto, che il confronto sia la base di partenza per cercare di capire meglio i molteplici aspetti di situazioni complesse come quella del Kashmir. A mio parere, quello di Cremonesi va visto come un reportage, in quanto viene presentato a questo modo, quindi si basa sull’esperienza diretta dell’autore, su quanto ha udito-visto nel corso della sua indagine. Come immagini poi, per questioni di spazio (un quotidiano) l’autore ha dovuto operare di sicuro tagli e scelte talvolta limitanti, fa parte del lavoro dei giornalisti purtroppo. Tuttavia, prima di dire che la sua visione è “falsa”, dovresti magari informarti se nel passato l’autore non abbia trattato la questione Kashmir in ottica hindu, o sotto altri aspetti. In secondo luogo, hai trovato il suo pezzo in un blog dove la questione Kashmir e soprattutto le diatribe hindu-musulmani vengono approfondite in più occasioni, nel tempo e nello spazio (facciamo del nostro meglio), quindi credo sia limitante prendere questo post ‘a se stante’, ma dovresti vederlo nell’ottica del blog. Si tratta a mio avviso (visto che è il sottoscritto ad aver scelto e postato l’articolo) di una nuovo e interessante punto di vista per proseguire in un discorso che ci sforziamo di portare avanti nel modo più variegato possibile. Senza tralasicare opinioni e pareri, a prescindere se sono condivisibili o meno. Ti ringrazio e ti saluto, continua a seguirci
    Emanuele

  2. giancarlo pedralli  8 marzo 2009

    è falsa la visione che si ottiene alla fine dell’articolo, quella che gli oppressi sono i musulmani e gli aguzzini sono gli indiani. d’accordo che, come afferma l’autore Cremonesi, il problema Kashmir & Jammu è antico. non si può però inquadrarlo sentendo o riportando il pensiero SOLO di musulmani. Un giornalista corretto solitamente sente entrambe le parti, le riporta entrambe nell’articolo, aggiungendovi un’indagine storica per fornire al lettore dei punti per comprendere. qui si da una cornice storica a partire dal 1947, ma è chiaramente di parte musulmana; non è frutto di un’autonoma ricerca dell’autore.
    certo si può scrivere un articolo riferendo solo una parte, come in questo caso, ma si danno versioni false al lettore

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