15 Settembre 2010. Cari lettori, quella di oggi è la prima di una serie di pubblicazioni scientifiche che proporremo settimanalmente. Il contributo rientra in un lavoro sui tribali dell’India curato da Stefano Beggiora, professore di Storia dell’India Contemporanea a Cà Foscari, nonchè grande esperto di ‘questioni tribali’ (vedasi il profilo completo di seguito). Si tratta di un prezioso contributo maturato dopo anni di ricerca sul campo, svolta dall’autore nelle giungle dell’India e in Asia Centrale, e ‘raffinata’ grazie ad un intenso lavoro di rielaborazione, analisi e confronto sulla condizione delle popolazioni tribali nel Subcontinente Indiano. La lunghezza della pubblicazione ha reso inevitabile la frammentazione in più parti, che pubblicheremo con cadenza settimanale a partire da oggi, ogni mercoledì. Ciascun post sarà arricchito dalle splendide immagini del fotografo Fulvio Biancifiori, e da alcune foto storiche messe a disposizione da Stefano Beggiora. Ringraziamo dunque l’autore per aver condiviso con noi parte del suo lavoro, auguriamo poi a voi tutti buona lettura. (Indika.it)   

 SULL’AUTORE

Stefano Beggiora è professore di Storia dell’India Contemporanea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Appassionato di società e tradizioni orientali, sin dai primi anni ’90 si è specializzato nello studio dello sciamanismo e delle culture tribali d’India. Lavora nello stato dell’Orissa dal 1998, conducendo ricerche di
taglio antropologico e attività di cooperazione allo sviluppo. Ha condotto recentemente studi in Assam, Arunachal Pradesh e in Mongolia. Ha collaborato con molte università italiane, fra cui ‘La Sapienza’ e  ‘Tor Vergata’ di Roma, la ‘Bicocca’ di Milano, l’Università degli studi di Torino, Padova, Siena, L’Aquila e Bolzano, tenendo corsi, partecipando a convegni, seminari e pubblicando articoli per riviste scientifiche specializzate nazionali e internazionali. Esperto in fonica e tecniche audio-visive, ha realizzato una decina di documentari
relativi ai temi di studio in Asia. Dottore di Ricerca in Civiltà dell’India e dell’Asia Orientale, nel 2007 conduce un progetto di monitoraggio economico del Fondo Sociale Europeo a Mumbai relativo alle
imprese italiane in India e ai comparti formativi universitari. Fra le molte pubblicazioni si segnala: Sonum: spiriti della giungla. Lo sciamanismo delle tribù Saora dell’Orissa (Franco Angeli, Milano 2003);
India e Nordest: il mercato del terzo Millennio (Cafoscarina Editrice, Venezia, 2009). In uscita a settembre 2010 per la casa editrice Itinera Progetti di Bassano (VI) la monografia Sacrifici umani e guerriglia nell’India coloniale.
 

La lotta per la sopravvivenza delle tribù d’India, fra discriminazione, sfruttamento e cattive politiche

 PRIMA PARTE

Venezia, 15 Settembre 2010. Fin dagli anni della sua nascita, nel secondo dopoguerra, lo stato indiano ha valutato positivamente lo sforzo di razionalizzazione della consistente realtà delle tribù che ancor oggi vivono nel Subcontinente. Si tratta di un’operazione estremamente delicata e indubbiamente problematica, considerato l’alto numero delle comunità che costituiscono le cosiddette. minoranze tribali. Queste sono inoltre stanziate sovente in zone arretrate e di difficile accesso, ma conservano tuttavia un concreto peso sociale – e oggi anche politico – in virtù della specificità culturale che esse rappresentano nel quadro regionale d’afferenza. E adoperiamo non a caso il termine razionalizzazione in quanto da un lato, in un territorio vastissimo ancor privo di un registro d’anagrafe, sono state promosse colossali operazioni di censimento, nello sforzo di assodare l’effettiva entità di questo complesso e caleidoscopico universo etnico, linguistico, dei gruppi di minoranza. D’altro canto, a fronte della constatazione che gli ādivāsī – ovvero gli aborigeni per usare un termine gandhiano: gli abitanti primigeni dell’India, così come furono ribattezzate le tribù – pur essendo custodi di parte del patrimonio culturale indiano, sono altresì il soggetto sociale disagiato forse più debole del Subcontinente, si è ritenuto opportuno che lo Stato intervenisse con normative e politiche create ad hoc. Sotto il consiglio e l’influenza di sociologi, antropologi, movimenti partitici, istituzioni e organi governativi e non, in questi ultimi decenni si è osservata dunque una politica d’intervento, spesso goffa, macchinosa, contraddittoria, atta però alla normalizzazione delle problematiche di uno dei più grandi scenari multietnici del pianeta. Tale azione però ha paurosamente oscillato dall’isolazionismo forzoso delle comunità tribali, che sembrava vieppiù indirizzarsi verso una sorta di politica delle riserve indiane, alla modernizzazione coatta, ovvero alla strumentalizzazione della forza lavoro delle tribù nello sforzo produttivo nazionale. Il caro prezzo pagato da queste comunità per tale obbligatorio sviluppo è oggi parte dell’apporto indiano al processo di globalizzazione.

Al di là dei buoni propositi e dei dubbi risultati in merito, altresì vi è una considerazione che emerge alquanto lampante dopo sessant’anni di Indipendenza in India. Ovvero che non si sia ancora riusciti a concordare l’aspetto ideologico, scientifico, teso al riconoscimento concreto del peso e la natura di tale soggetto sociale, con l’aspetto pragmatico, ovvero delle politiche da avviare sul territorio. La cosiddetta risorsa di base delle tribù indiane, così come l’eredità culturale e sociale delle medesime, risultano oggi paradossalmente e incontrovertibilmente erose proprio da quell’intento programmatico che avrebbe dovuto salvaguardarle. Questo è accaduto attraverso una sorta di scellerata combinazione di interventi di dubbio sviluppo, sfruttamento commerciale indiscriminato, procedure extra-ordinarie di ambito legale e amministrativo sostanzialmente inefficaci.

Parallelamente a una indagine, che abbiamo testé concluso, sull’interrelazione dei concetti di casta e di tribù – sottolineante l’evidente importanza di quest’ultima nel sistema sociale e nella tradizione stessa dell’India[1] – nel presente studio vogliamo proporre, per quanto possibile, uno spaccato storico-politico della gestione dei cosiddetti Tribal Affairs nel Subcontinente. La nostra prospettiva d’origine parte dalla constatazione che, a fronte di un impegno, anche economico, pur considerevole per migliorare condizioni di vita, habitat e garanzie sui diritti delle comunità tribali, in incipit, anche sul piano costituzionale, laddove lo stato abbia cercato di intervenire per appianare il divario sociale, si sono invece spesso acuiti gli attriti e le controversie.

Lo stato indiano infatti prevede sostanzialmente una sorta di statuto speciale per due classi di gruppi castali degli ordini più bassi, spesso discriminati e arretrati per condizioni di vita. Queste sono le Scheduled Castes in cui rientrano molte comunità intoccabili, paria, dalit etc e le Scheduled Tribes ovvero gli ādivāsī, gli abitanti ab origines del territorio, quindi le tribù. Oltre a queste due, la Costituzione prevede anche l’esistenza delle cosiddette OBC, ovvero Other Backward Classes, altri gruppi castali, considerati arretrati da un punto di vista sociale, per le condizioni economiche e per il grado d’istruzione. Le comunità delle OBC appartengono in maggior numero a gruppi śūdra.

Con ogni probabilità, in un primo periodo, un iniziale cortocircuito derivò da una certa tendenza amministrativa a considerare le Scheduled Castes e le Scheduled Tribes su di un piano analogo, quasi fossero un’unica realtà caratterizzata dal medesimo livello di povertà e di sfruttamento. Come sottolineò L. P. Vidyarthi[2], celebre nome dell’antropologia indiana, non solo si tratta di realtà sociali profondamente diverse che pure convivono spesso gomito a gomito, ma neppure le comunità tribali, di per sé, presentano problematiche e profili etnico-culturali omogenei. Sarebbe pertanto un errore pensare di poter applicare una singola politica unitaria e uniformata per tutti i micro-equilibri presenti in ciascuno stato indiano. Sembrerebbe viceversa che gli interventi mirati al contesto specifico, laddove questi siano stati promossi negli ultimi decenni, abbiano dato in generale risultati più soddisfacenti. Per questo motivo in alcune aree sono stati creati oggi i cosiddetti sub-Plan e molte regioni, come per esempio il Nagaland, a elevata concentrazione tribale, sono state amministrativamente suddivise in distretti minori[3].

Tornando alla Costituzione indiana, le agevolazioni che lo stato riserva teoricamente a questi gruppi vanno generalmente dall’esenzione tributaria, all’esonero dalle restrizioni statali sullo sfruttamento di alcune risorse del territorio, alle opere di sviluppo infrastrutturale (spesso previste sulla carta e mai realizzate), alla cosiddetta politica delle reservation, ovvero una sorta di tutela delle pari opportunità. Questa politica consiste nel riservare una quota all’interno delle istituzioni pubbliche e nell’istruzione, sia pubblica che privata. Tale quota è fissata dal Governo, ma ogni singolo stato può decidere come distribuire la medesima tra i vari gruppi[4]. La variabile percentuale dipende dal fatto che la Costituzione indiana prevede che, per le Scheduled Tribes, siano riservati dei seggi nelle Pañcāyat (Art. 243), nella Lok Sabhā (Art. 330) e nelle Legislative Assemblies of the States (Art. 332) proporzionatamente alla popolazione tribale di ogni area. Il Comma 2 dell’Articolo 243D sancisce inoltre che non meno di un terzo di questi seggi sia riservato alle donne appartenenti alle Scheduled Tribes. Membri delle Scheduled Tribes, come talvolta accade, possono anche svolgere il ruolo di presidente[5].

Va da sé che, a ogni aggiornamento dei censimenti, la possibilità per tribù e basse caste di rientrare o meno nei cosiddetti gruppi a statuto speciale, possa diventare una questione di vita o di morte. Fino ai nostri giorni si sono registrate manifestazioni di protesta e frequenti disordini in aree ad alta densità tribale, dovuti sovente al fatto che alcuni gruppi aventi diritto sarebbero stati, per così dire, omessi o dimenticati dalle istituzioni locali, o che ancora opere d’intervento sarebbero state eseguite a favore di alcune comunità e a discapito di altre.

In questo sistema si sono storicamente ormai inserite le missioni cristiane[6], che hanno avuto maggior accesso fondamentalmente fra le Scheduled Castes, portando istruzione e aiuti umanitari, ma operando al contempo conversioni di massa. La comunità cristiana, indubbiamente potente in molti distretti, ha avuto modo di svilupparsi e, in un certo qual modo, di migliorare le proprie condizioni di vita, spesso a scapito delle comunità che non hanno accettato il compromesso. Analogamente altri partiti e associazioni, in particolar modo il movimento nazionalista RSS[7] come vedremo più oltre, hanno fatto grande propaganda presso le Scheduled Tribes, fondando ashram, promettendo interventi di sviluppo di vario tipo. La battaglia che si combatte dunque è di tipo politico ed ha a che fare appunto con le quote delle reservation, anche se spesso il pretesto acquista i connotati religiosi.

Del resto gli ādivāsī costituiscono un vasto bacino elettorale; di conseguenza oggi molti movimenti e organizzazioni di affiliazione politica o partitica – anche se immaginiamo sia difficile sintetizzare in questo contesto anni e anni di contrasti sociali – fanno leva sui bisogni delle caste basse e delle tribù, sul disagio delle comunità che abitano queste grandi sacche di miseria e arretratezza che ancora caratterizzano il background indiano. L’adesione quindi di un gruppo a uno di questi movimenti o la conversione almeno nominale a un credo, diviene la garanzia di poter accedere a condizioni di vita leggermente migliori. Che spesso, nella realtà dei fatti, si traducono con nulla di più di un sussidio alimentare, qualche attrezzo agricolo, un consultorio medico a servizio discontinuo.

La normativa sull’accesso alle quote statali, le cosiddette reservations, prende le mosse dalla parte terza della Costituzione indiana, che ci risulta alquanto interessante poiché è fondamentalmente incentrata sui diritti di cittadinanza. Per quanto esporremo in seguito, fondamentali sono gli articoli 20-31 sull’uguaglianza e la parità dei diritti, inoltre l’articolo 15, sempre della terza sezione, è relativo ai divieti di discriminazione su base castale, provenienza, nascita, sesso etc[8]. Infine, esplicitamente al comma 5 dell’articolo 15, si prevedono in tale senso leggi statali speciali circa le pari opportunità di Scheduled Castes e Scheduled Tribes. Per quanto riguarda la classificazione di queste ultime, salvo emendamenti regionali, si fa comunque riferimento alle direttive del Census of India del 2001[9].

In base alla legge, i tribali che vivono nella giungla preservano il diritto alla reservation a prescindere dal fatto che siano passati o meno ad altre religioni; questo perché la loro arretratezza sarebbe imputabile a condizioni ambientali. Per gli intoccabili invece il diritto viene meno in caso di conversione, in quanto i dalit convertiti al cristianesimo, o all’islam, automaticamente si affrancherebbero dalla logica restrittiva e vincolante delle caste, teoricamente imposta dall’hinduismo.

Nonostante gli emendamenti governativi relativi all’abolizione di ogni forma di discriminazione basata su casta, razza, credo religioso, sesso e provenienza – che come abbiamo visto è uno dei fondamenti della Costituzione indiana – le leggi statali sulla regolamentazione delle reservations ci pare a questo punto reggersi su di un margine d’incoerenza. In primis infatti si accetta implicitamente non solo l’esistenza delle caste – e questo va da sé – ma anche il sussistere a dispetto delle direttive di una potenziale discriminazione basata su questo articolato sistema. In secondo luogo, chi nasca in un contesto disagiato sotto questo profilo e cerchi in qualche modo di  svincolarsene attraverso un proprio percorso di emancipazione, perderebbe ogni sorta di indennizzo statale, per quanto relativo.

Il caso dell’Orissa che ha fatto alquanto clamore nel 2007-08, è paradigmatico della situazione testé illustrata. Le violenze anticristiane scoppiano in seguito all’assassinio di Lakshmanananda Saraswati, leader ultranazionalista del Vishwa Hindu Parishad[10], ad opera di un gruppo guerrigliero naxalita di estrema sinistra[11]. Sebbene sia risultato che alcuni fra i Naxalites – o simpatizzanti dei medesimi – sia convertito al cristianesimo, non c’è alcuna relazione ufficiale fra il movimento guerrigliero e le missioni cristiane, così come fra la Chiesa e l’episodio criminoso. Tuttavia fonti locali riportano tensioni e attacchi proprio di militanti del Vishwa Hindu Parishad ai danni delle comunità cristiane nel distretto di Khandmal ancora precedenti[12], laddove simboli cattolici sarebbero stati apposti in siti sacri alla dea Durgā. In altre parole, almeno in linea teorica, i nazionalisti hindu avrebbero provocato sul territorio i gruppi non allineati alla coalizione di destra, in particolar modo i cristiani, fino a ottenere una risposta di rivendicazione naxalita. Questa avrebbe dato il via a un’azione di rappresaglia su vasta scala proprio a danno dei convertiti. Tutti questi fattori di tensione sembrano corrispondere ad un disegno preciso, il cui obiettivo pare essere stato di fatto il raggiungimento della maggioranza che la coalizione di destra aveva già perso alle elezioni precedenti quelle del 2009. (vedi seconda parte)


[1] S. Beggiora, “Dalla tribù alla casta: l’universo tribale indiano”, in: S. Scarpari (a cura di), L’uomo in Asia, Einaudi, Torino (in pubblicazione, 2011)

[2] L. P. Vidyarthi, B. K. Rai, The Tribal Culture of India, Concept Publishing Company, New Delhi, 1985, pag. VIII

[3] Dal Census of India, Registrar General & Census of India, New Delhi; disponibile al sito: http://www.censusindia.net/ (data consultazione luglio 2010).

[4] Ad esempio, mediamente i dalit hanno diritto ad un 15% dei posti, le tribù ādivāsī ad un 8% e le OBC ad un 27,5%. Segnaliamo uno studio interessante a proposito: R.G. Revankar, The Indian Constitution: a Case Study of Backward Classes, Associated University Presses, Cranbury (New Jersey), 1971, pagg 180 e segg.

[5] The Constitution of India, Ministry of Law and Justice, Government of India, New Delhi, 2007. Il documento è scaricabile in formato digitale (lingua inglese o hindi) presso il sito dedicato e costantemente aggiornato dal Legilative Department, afferente al medesimo Ministry of Law and Justice: http://indiacode.nic.in/coiweb/welcome.html

[6] Approfondiamo il tema in S. Beggiora, India e Nordest: il mercato del terzo Millennio, Cafoscarina Editrice, Venezia, 2009, pagg. 74-93. 

[7] Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), l’ala più estrema del movimento nazionalista hindu, a carattere volontario e dai tratti paramilitari.

[8] Altri articoli della Costituzione, pur non facendo esplicito riferimento alle tribù, prevedono ampia ricaduta in questo contesto, segnaliamo: uguaglianza nelle opportunità di pubblico impiego (Art. 16), abolizione dell’intoccabilità (Art. 17), proibizione del traffico di esseri umani e del lavoro forzato (Art. 23), protezione degli interessi delle minoranze (Art. 29), sicurezza dell’ordine sociale per la promozione del benessere delle persone (Art. 38) ed istruzione primaria per le minoranze linguistiche nella loro lingua madre (Art. 350).

[9] Ricordiamo che la Costituzione Indiana è anche consultabile e scaricabile integralmente come documento in formato digitale (lingua inglese o hindi) presso il sito dedicato e costantemente aggiornato dal Legilative Department, afferente al medesimo Ministry of Law and Justice: Constitution of India (updated up to 94th Amendment Act) http://indiacode.nic.in/coiweb/welcome.html (versione aggiornata al luglio 2010).

[10] L’Assemblea Hindu Mondiale che, assieme al Rashtriya Swayamsevak Sangh è rappresentante delle organizzazioni nazionaliste hindu del Sang Parivar

[11] Si veda più oltre. In queste zone dell’Orissa ha preso il nome di PLGA, People’s Liberation Guerrilla Army, l’unità militare ‘maoista’ operante nelle giungle dei distretti di Khandamal, Gajapati e Rayagada, sostenitrice del CPI-M, ovvero il Communist Party of India-Maoist.

[12] AA.VV. (JPDC, Bhubaneswar. Orissa), Faith under Fire, Media House, Delhi, 2008.

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