La lotta per la sopravvivenza delle tribù d’India, fra discriminazione, sfruttamento e cattive politiche

SECONDA PARTE

(vedi parte precedente) 22 Settembre 2010. Dopo aver tratteggiato in linea di massima solo alcune problematiche dello scenario attuale, anche sotto il profilo legislativo, ci sembra dunque opportuna una valutazione sulle politiche che nel tempo sono state attuate nel territorio. Con uno sguardo retrospettivo, osserveremo che l’avvento degli Inglesi e del periodo coloniale in India sia stato l’avvenimento che, forse più degli altri, ha lasciato un segno indelebile sul difficile equilibrio sociale delle tribù. Fino ad allora infatti, le comunità tribali – per quanto è possibile ricostruire dati storici alla mano – si erano ritagliate una sorta di statuto speciale a fianco del potere temporale. In molti casi, nei cosiddetti regni della giungla[1], l’autorità del mahārājā si sosteneva sul consenso dei capitribù e le stesse milizie del sovrano potevano avvalersi di guerrieri di origine tribale. In questo modo a tali comunità, in qualche modo pacificate, godevano di una posizione pur subalterna, ma quantomeno autonoma. All’arrivo degli Inglesi invece, pur nel processo graduale di compattazione dei possedimenti della Compagnia delle Indie, si conobbe lo sfruttamento sistematico delle risorse, la conversione latifondiaria dell’assetto territoriale, l’esproprio, l’usura, lo sconvolgimento delle leggi e dei valori che fino ad allora erano garanti di un relativo equilibrio socio-politico. Per quanto le direttive britanniche più tarde in materia tribale si orientassero vieppiù verso l’isolazionismo e prevedessero, per quanto possibile, la non intrusione nei territori delle comunità, appaltatori locali, ufficiali governativi[2] e uomini d’affari divennero presto gli unici a dettar legge in un’area altrimenti non regolamentata. Altresì alla luce del secondo conflitto mondiale tutte le zone di confine, dalla catena himalayana alle foreste nordorientali, divennero scenario di guerra potenziale o effettivo. Pertanto spesso le tribù furono obbligate al reclutamento forzato, se non altro come portatori, forza lavoro sacrificabile nella logistica delle operazioni. Infine le foreste, territorio naturale degli ādivāsī, la terra dei padri su cui essi vantavano ancestrali diritti, ora venivano sfruttate senza scrupoli, ora erano violate da eserciti stranieri.

Del resto è interessante notare che la maggior parte delle rivolte antibritanniche in India che costellarono il periodo coloniale, furono orchestrate proprio dalle tribù che evidentemente consideravano la libertà un bene tale da comportare il sacrificio di quella che non poteva risultare altrimenti che una guerra persa in partenza. Tralasciando gli episodi del Mutiny, la grande insurrezione del 1857 in cui sembrò in un primo tempo che l’India fosse determinata a scrollarsi di dosso il giogo inglese, almeno una ventina furono le rivolte tribali represse nel sangue, soprattutto nelle zone del Jharkand, Orissa, Bihar e Chattisgarh e tutta la frontiera nordorientale[3].

La seria batosta del Mutiny mise gli Inglesi in guardia, che a misura precauzionale vararono leggi speciali, se non chiaramente repressive, anche per i territori tribali. L’del 1878 ridusse drasticamente i diritti delle tribù sulla propria terra; del resto la legge prendeva le mosse da una precedente riforma, già del 1865, che considerava le foreste esclusivo monopolio del governo britannico. Il Criminal Tribe Act fu promulgato a partire dagli anni ’70 del XIX secolo, con successivi emendamenti negli anni a venire. Sulla base di questa normativa sarebbero stati perseguiti quei gruppi tribali, o ancora quelle caste, identificati su base etnica e territoriale che fossero considerati compiere abitualmente crimini non cauzionabili. Quindi per esteso, briganti, gente nomade, gli stessi ṭhag, tutti soggetti che dopo la grande rivolta del Mutiny, per le loro presunte inclinazioni destabilizzanti e centrifughe, godranno di sorveglianza speciale. Il caso delle tribù ribelli è assolutamente differente sotto ogni prospettiva, del resto si combatterono ripetute campagne in piena regola sul territorio. Tuttavia la mentalità preconcetta che legherebbe una classificazione etnico-territoriale all’inclinazione ante litteram alla criminalità, fu spesso usata in maniera acritica col pretesto della ragion di stato[4].

Osserveremo che gli albori del periodo coloniale coincidono col momento storico della fondazione della Asiatic Society (che sarà la Royal Asiatic Society of Bengal), creata nel 1784 per volontà di Sir William Jones, che inaugurò un’epoca di tendenza, di studio, di interesse verso l’India. Il nobile intento di studiare “la natura e l’uomo” diede i primi frutti nella stagione dell’orientalismo britannico, ancora molto pregno di pregiudizi, sostanzialmente razziali. In quest’epoca si faticava ancora parecchio a razionalizzare la realtà composita e assolutamente complessa della civiltà indiana, che innegabilmente presentava aspetti singolari, inconsueti, esotici, misteriosi e meravigliosi allo stesso tempo. La Society divenne quindi il punto di riferimento principale per lo studio delle caste e delle tribù, inaugurando la serie delle fondazioni delle più autorevoli riviste del tempo, anche in materia antropologica ed etnografica, quali il Journal of  Asiatic Society of Bengal (1784), l’Indian Antiquary (1872) e il Journal of Bihar and Orissa Research Society (1915) e molti altri. In tale processo di razionalizzazione, osserveremo quanto stravaganti e anticonformisti dovessero sembrare i primi antropologi che fecero la storia della scuola anglosassone. All’opposto dei professori della vecchia accademia, costoro fondarono il metodo dell’osservazione partecipante, andando ad infrangere in qualche modo le barriere del colore e i taciti assunti di base di ogni regime coloniale[5]. Singolare dunque al tempo l’immagine del colto europeo che fosse in grado di adottare con successo molti costumi tribali vivendo nella giungla, gomito a gomito con razze che – per quanto l’antichità e il grado di sviluppo della civiltà indiana nel suo complesso fosse indubbio – ancora si faticava a considerare alla stregua della dignità umana.

Nel graduale processo di compattazione dei possedimenti coloniali, in genere, l’approfondimento etnografico fu un lusso che il Rāj britannico difficilmente poteva concedersi, se non fosse stato strutturalmente finalizzato a supportare il Governo nella gestione e nella regolamentazione delle aree tribali. Già nel 1807 infatti, l’importanza dello studio antropologico per un’efficiente controllo e amministrazione delle tribù, era stata riconosciuta dalla Court of Directors della East India Company. Si impone quindi ad agenti governativi e fondamentalmente a ufficiali dell’esercito una certa versatilità a una sorta di multitasking dell’epoca, affidando loro incarichi di vario tipo che spesso esulavano dalle operazioni belliche strictu sensu, quali l’esplorazione, la raccolta dati sul territorio e le popolazioni, la diplomazia con i locali, il reclutamento e ancora lo spionaggio. Tale tipo di politica fu protratta praticamente fino al termine della presenza inglese in India, dopo il secondo conflitto mondiale, producendo una mole importantissima di dati. In molti casi si tratta di osservazioni assolutamente acute e ineccepibili sotto il profilo scientifico. Altresì spesso alcuni report rendono chiaramente interpolazioni personali e preconcetti dell’autore tipici dell’epoca e delle particolari condizioni, o ancora si rifanno a concezioni scientifiche oggi ormai obsolete, ma si tratta ugualmente di un patrimonio unico che permette al lettore attento di aprire una finestra speculativa su di un periodo storico importante. Fra i più importanti personaggi che si avvicendarono in questi decenni e che il Governo inglese distribuì quasi con criterio geografico sul territorio, ricordiamo H. Risley, E.T. Dalton e L.S. O’Malley per l’India orientale, G.E. Russell, S.C. Macpherson nella Madras Persidency e Orissa, E. Thurston al sud, W. Crooks al nord e ancora J. Hutton e più tardi C. von Fürer-Haimendorf nella frontiera nordorientale.

Tralasciando per un attimo l’immane sforzo di catalogazione del caleidoscopico e articolato insieme della società indiana e analizzando esclusivamente le normative di carattere amministrativo promulgate nel periodo coloniale, apparirà chiaro come queste sembrino tendere verso un’unica direzione. Pur non potendo entrare in questa sede nel merito di ognuna, osserveremo come la chiara tendenza generale sia consistita nell’escogitare una politica amministrativa specifica per le zone a maggior concentrazione tribale. È chiaro che un progetto del genere, al di là dei possibili vantaggi o degli handicap apportati ora all’uno ora all’altro gruppo, gettò il seme di una divergenza antitetica fra tribali e non tribali d’India – per inciso hindu e non hindu – che probabilmente prima non sussisteva. I primi risultati si raccolgono col Government of India Act del 1870, che trovò pratica applicazione nel 1874, quando per la prima volta si fece uso del termine Scheduled[6].

I primi decenni del ’900 sono per l’India il preludio dell’epoca gandhiana in cui da un lato si cercò di restituire dignità alle cosiddette classi oppresse, dall’altro, in virtù di un fronte panindiano unito e coeso politicamente, si finirà col negare la rappresentanza partitica di dalit e tribali, facendoli confluire sotto la guida che sarà del Congress. La visione del Mahātmā, alquanto discutibile per molti, fu però appoggiata da numerose comunità. Interi gruppi sostennero il movimento per la libertà nazionale creato da Gandhi, vedendo in lui un leader politico capace di restituire equilibrio e diritti anche alla gente delle giungle. Uno fra i molti capofila del periodo, fu Amritlal Vithaldas Thakkar, noto altresì come Thakkar Bapa, fondatore nel 1922 dell’organizzazione tribale Bhil Sevā Maṇḍal, che poi converse al segretariato del movimento per gli harijan di Gandhi. Seppure quindi alcune comunità continuavano a vivere in un relativo isolamento nelle zone più remote dell’India, pressoché ignare dei rivolgimenti epocali nella storia del Subcontinente, la massa delle popolazioni tribali d’India già allora prendeva i connotati del soggetto sociale e politico. Siamo dunque distanti dal decadente romanticismo anglosassone, probabilmente figlio tardivo del vetusto concetto del buon selvaggio, che volle gli ādivāsī immersi nell’armonia della natura e impermeabili culturalmente alle influenze esterne.

L’esempio di Thakkar è calzante in quanto, mentre una moltitudine di operatori sociali, funzionari e associazioni umanitarie si addentravano nei territori delle tribù già dal periodo precedente l’Indipendenza, egli aspramente rimbrottava la politica inglese sugli aborigeni e ancor più gli antropologi dell’epoca[7]:

“To keep these people confined to and isolated in their inaccessible hills and jungles is something like keeping them in glass cases of a museum for the curiosity of purely academic persons.”

Sulla stessa linea, a quasi cinquant’anni dalla sua morte, dall’Institute of Social Studies di Patna, M.C. Sarkar, sentiva il dovere ancora di specificare[8]:

“Any attempt to keep any section of population aloof branding [them] “backward”, must bring about adverse effect to that section. This is because these groups of people would be deprived of learning the art of living in a complex society.”

 

Di contro infatti il massimo livello di concessione possibile da parte del Governo coloniale nei confronti dei sudditi indiani si tarò con la cosiddetta politica Montagu-Chelmsford. La buona disposizione al sostegno delle popolazioni tribali e alla tutela nei confronti di coloro che risiedevano nelle aree più arretrate, si sarebbe esplicitato con la sezione del Government of India Act del 1919 relativa ai Backward Tracts. Queste zone a statuto speciale riformavano con qualche aggiustamento gli Scheduled Tracts e Districts del precedente assetto. L’esplicito riferimento all’arretratezza, termine aborrito da Sarkar, svela esplicitamente la sua rotta verso l’isolazionismo della politica inglese con gli emendamenti del 1936 al Government of India Act che prevedevano la creazione di Excluded Areas e Partially Excluded Areas.

Queste direttive di massima, che saranno in certa misura appoggiate da Jawaharlal Nehru, nel clima politico di allora erano quantomeno controverse. Tanto all’interno del partito del Congress, quanto presso l’opinione pubblica più in generale, vi fu chi interpretò la politica di segregazione inglese nei confronti degli ādivāsī come un ennesimo tentativo equivoco di creare spinte centrifughe. È del resto indubbio che alcune minoranze separatiste attive tuttora nell’India moderna – come nel nord est, per fare un esempio – nascono da una matrice tribale e da un contesto di isolamento, intenzionale o fortuito che esso sia. È altresì palese che tali considerazioni fossero di estrema importanza in un periodo storico in cui l’Indipendenza si sarebbe raggiunta solo attraverso un processo di compattazione di un insieme di fattori che tanto intimorivano il Rāj britannico, quali l’identità, la solidarietà e l’unità nazionale. Ed è proprio verso la fine degli anni ’30 che la crisalide dell’isolazionismo inglese si schiude con il disegno politico del più eminente antropologo dell’India britannica, che ebbe un ruolo decisivo nell’influenzare le scelte delle alte sfere del neonato Governo indiano in materia: Verrier Elwin. Considerato il ‘Frazer’ dell’antropologia indiana, egli lavorò molto nell’India centrale, in Madhya Pradesh, Orissa e nella frontiera nordorientale. Presso il Forest Office, funzionalmente al riassetto delle tecniche agricole del Subcontinente, si sarebbe dovuto dimostrare che le più primitive pratiche di coltura dei tribali potevano essere comodamente sostituite con metodi stanziali o ancora intensivi. Questo sarebbe stato uno dei principali incarichi di Elwin, che del resto venne a più miti consigli sottolineando che nelle regioni a forte precipitazione monsonica la tecnica di sussistenza del taglia e brucia, operata dalle tribù, non era del resto così dannosa[9]. Si prevedeva inoltre che l’eventuale conversione delle tecniche agricole si sviluppasse attraverso un attento studio antropologico ed etnografico, vagliando le principali caratteristiche strutturali, sociali, religiose ed economiche delle comunità, in modo tale da rispettare, per quanto possibile, elementi specifici della cultura tribale, come ad esempio l’arte o l’artigianato, nel loro stesso interesse[10]. Già nel 1939, l’antropologo propugnò la creazione di una sorta di National Park nelle aree tribali, avviando così una metodologia amministrativa che sarà a dovere calibrata negli anni a venire e che partorì, post Indipendenza, la cosiddetta politica Nehru-Elwin per il nordest, quando nel frattempo egli era stato nominato Consigliere per gli Affari Tribali del Governo indiano. (vedi terza parte)


[1] Ci riferiamo a potentati locali, soggetti o non vincolati all’autorità centrale a seconda del caso specifico, nelle regioni a maggior densità tribale, per un periodo che va dal medioevo all’epoca coloniale. Trattiamo approfonditamente le fonti a disposizione in S. Beggiora, Sacrificio umano e guerriglia nell’India coloniale, Itinera Progetti, Bassano – Vicenza, 2010.

[2] C. von Fürer-Haimendorf, Tribes of India. The Struggle for Survival, University of California Press, Berkeley, 1982, pag. 35. Patetica l’immagine dei molti ufficiali e agenti inglesi che simpatizzarono con gli ādivāsī, tanto da promuovere nell’Indian Civil Service alcuni dei loro più ferventi sostenitori locali.

[3] Ricordiamo fra le più note la rivolta dei Māl Pahāriya, scoppiata nel 1772 e seguita da agitazioni nel 1795, 1800, 1801, 1807, 1808, 1816, 1821; dei Khārvār e dei Bhūmij nel 1832-1834; la rivolta dei Santhāl del 1855 che è forse la più celebre; dei Bhil nel 1817-1831, 1846-1852; dei Khāsī nel 1788, nel 1829-1833; dei Kol degli anni 1820-1837; dei Gāro nel 1825-1827, 1832-1834, 1848-1866; dei Gonḍ nel 1833; dei Nāgā nel 1849-1878; infine ricordiamo il conflitto combattuto contro i Kondh, con il pretesto dell’abolizione del sacirificio umano, atto a mascherare invece una guerra di conquista a cui solo le tribù si ribellarono dal 1837 per cinquant’anni a seguire.

[4] Sul tema di segnaliamo uno studio datato, ma alquanto noto: B.S. Bhargava, The Criminal Tribes: A Socio-economic Study of the Principal Criminal Tribes and Castes in Northern India, Ethnographic and Folk Culture Society, (United Provinces, by the Universal Publishers), Lucknow, 1949.

[5] Segnaliamo lo studio di Ugo Fabietti, “Sulla rappresentazione in antropologia”, in: Quaderni degli Argonauti, II, n°4, 2002 (Milano), pagg. 39-56.

[6] Si definirono, pur ponendole idealmente sul medesimo piano, aree e territori distinti in Scheduled Tracts e Scheduled Districts; L.P. Vidyarthi, B.K. Rai, op.cit., pag. 414.

[7] L.P. Vidyarthi, B.K. Rai, op.cit., pag. 429.

[8] M.C. Sarkar, “Transformation in Tribal Society. A Case of Tribe-Caste Dichotomy in Tribal Region of Bihar” in: D. Nathan (a cura di), From Tribe to Caste, Indian Institute of Advanced Study, Shimla, 1997, pag. 329

[9] Il particolare è interessante e abbiamo voluto riportarlo in quanto si combinerebbero in fase progettuale le competenze degli agenti forestali con gli studi di tipo antropologico. Si veda: B.P. Maithani, Shifting Cultivations in North East India: Policy Issues and Options, Mittal Publications, New Delhi, 2005, pag. 35.

[10] V. Elwin, The Tribal World of Verrier Elwin: an Autobiography, Oxford University Press, Bombay, 1998, pag. 170.

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