Doha, 6 Febbraio 2012. Il premier pakistano Yousuf Raza Gilani incontra oggi leader politici e militari del Qatar e una delegazione ufficiale degli altri stati del Golfo per parlare di pace in Afghanistan. A dare la notizia l’emittente pachistana Geo News, e i principali quotidiani di Islambad. La decisione di Gilani di volare nell’emirato fa seguito alla scelta strategica dei Taliban di aprire un ufficio di rappresentanza proprio in Qatar, dove di recente hanno avuto un primo contatto con una delegazione amerciana. All’ordine del giorno c’èra la possibilità di avviare colloqui diretti tra le parti, e gettare le basi per un accordo di pace in Afghanistan. Lo scenario di una ‘corsa a due’ per il processo di pace non sembra andar giù a Gilani e ai suoi, i quali temono di essere esclusi da Taliban e USA, malgrado il duraturo impegno e sacrificio del Pakistan nel conflitto, con 4.000 soldati uccisi, 65 miliardi di dollari spesi, e un’ondata di terrore e violenze interne costata la vita a 35.000 civili. Per Islamabad, al pari di Kabul, non può esistere pace senza il coinvolgimento del Pakistan nel dialogo. Vuoi per il longevo impegno militare lungo la Linea Durand, vuoi perchè gran parte dei leader militanti afghani hanno trovato riparo in Pakstan sin dai tempi della battaglia di Tora Bora, vuoi perchè da sempre l’auctoritas militare e i servizi segreti intrattengono legani con i Taliban, Gilani e i suoi ora vogliono la loro sedia al tavolo della pace, in prima fila.  “Il nostro primo ministro discuterà a tal riguardo con la leadership del Qatar” ha commentato Abdul Basit, portavoce degli Affari Esteri di Islamabad (fonte Dawn). “Spiegherà loro quali sono le posizioni del Pakistan in merito”. Per il governo Gilani la partecipazione al processo di pace è fondamentale per il mantenimento del potere, soprattutto in questo periodo segnato da forti squilibri interni e ripetute voci di sommosse e colpi di stato. Il coinvolgimento nei dialoghi del Qatar, offrirebbe al Pakistan anche la possibilità di consolidare la propria posizione in Asia Centro-Meridionale, e magari staccarsi di dosso l’immagine ingombrante di fucina del terrore, ottenendo così una maggiore credibilità nelle dispute di confine, fronte indiano per primo.

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