Yekaterinburg, 16 giugno 2009. Sono trascorsi quasi sette mesi dai terribili attentati di Mumbai. Ricordiamo tutti i 3 singh-zardarigiorni, dal 26 al 28 novembre 2008, durante i quali alcuni dei centri nevralgici della capitale economica dell’India furono messi sotto assedio da un commando di guerriglieri-terroristi armati, provocando 170 vittime. Come conseguenza,  il dialogo di pace tra New Delhi e Islamabad in corso dal 2004 era stato bruscamente reciso, anche a fronte delle prove sulla provenienza pakistana di gran parte degli attentatori. Seguirono lunghe indagini, conferme e smentite sulle responsabilità, e ancor peggio, subentrò la “sufficienza” del governo pakistano nel dare la caccia agli ispiratori dell’ennesimo attentato in suolo indiano.  Il primo passo compiuto dal Pakistan in favore di New Delhi fu a dicembre, con l’arresto di  Hafiz Saeed, leader dell’associazione ‘umanitaria’ Jamaat-ud-Dawa, che funge da copertura all’organizzazione terroristica Lashkar-e-Taiba, responsabile (tra gli altri) degli attacchi di Mumbai.

In queste ore potrebbe esserci la svolta, con l’incontro previsto tra il premier indiano Manmohan Singh e il presidente pakistano Asif Ali Zardari. Sono in pochi a sbilanciarsi su quanto verrà discusso nei 30 minuti di  colloquio, ritagliato a margine degli appuntamenti del BRIC e dei membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Senza dubbio però, dopo le recenti ‘aperture’ da parte di Islamabad e New Delhi, è lecito aspettarsi un colloquio costruttivo, che ponga le basi per una ripresa reale del dialogo tra le due potenze nucleari, anche in ottica delle linee guida di sviluppo discusse in questi giorni nella metropoli russa, in base alle quali le potenze asiatiche potrebbero presto subentrare ai ‘giganti’ occidentali come  timonieri dell’economia internazionale.

A complicare le cose però, subentrano da parte pakistana alcune recenti scelte non proprio edificanti sul fronte della lotta al terrorismo, come la scarcerazione di Hafiz Saeed avvenuta la settimana scorsa, dimostrando ancora una volta come i perversi meccanismi di potere interni continuino ad avere la meglio sui rapporti di buon vicinato con New Delhi. Da parte indiana invece, la necessità per il premier Singh di dimostrare maggiore fermezza in ambito di  sicurezza interna, manifestando disappunto per la scarsa collaborazione dei servizi di sicurezza pakistani nella lotta al terrorismo (non dimentichiamo che le lacune dei servizi anti terrorismo all’epoca degli attentati di Mumbai avevano attirato pesanti critiche sull’allora uscente governo Singh, rischiando di compromettere l’esito delle Elezioni Genrali, ma l’opposizione non seppe approfittarne), inoltre l’India si dichiara disposta a trattare nei rapporti con il vicino-nemico, ma rifiutando in ogni modo di discutere la propria posizione in Kashmir.

Un altro influente sostenitore della riapertura del dialogo tra India e Pakistan è il governo degli Stati Uniti, per i quali un allentamento delle tensioni lungo il confine indiano, permetterebbero ad Islamabad di intensificare i propri sforzi lungo la NWFP contro i Talebani. Di recente non sono mancati gli interventi ufficiali in tal senso, lasciando presagire quale sarà uno dei temi centrali nella visita di Hilary Clinton a New Delhi ad inizio luglio. La situazione venuta a crearsi è comprensibile come giochi a favore di Islamabad, il cui ruolo chiave nella lotta al terrorismo al fianco di Washington, le garantisce la possibilità di avanzare pretese sul fronte Kashmir, che rimane il nodo infinito nei rapporti con l’India. Se l’India vuole maggiori sforzi contro il LeT e gli altri movimenti fondamentalisti attivi oltre confine, allora deve concedere qualcosa al Pakistan, inclusa la risoluzione delle Nazioni Unite varata nel 1948,  rivendicata da innumerevoli movimenti per l’indipendenza Kashmiri, che sancisce il diritto all’auto-determinazione.

L’annessione del Kashmir al Pakistan sarebbe una sconfitta politica insanabile per l’India, ecco perchè sembra siano in atto dei colloqui segreti tra i due paesi per trovare una soluzione di mezzo. Al momento sarebbe stata delineata una sorta di roadmap ‘ufficiosa’, che punta a dare ai Kashmiri crescente autonomia, destinata ad aumentare con il diminuire delle violenze e degli attentati di matrice islamica in India, includendo anche il progressivo ritiro delle truppe su entrambi i fronti.

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